Nei rifugi di cani ne incontriamo tanti, tantissimi, ognuno con le sue caratteristiche. A volte la loro adozione si può rivelare meno semplice di quanto immaginavano, ma solo perché spesso ci facciamo un’idea del cane legata ad alcune sovrastrutture mentali e ad abitudini di pensiero su di loro. La storia di Brusco riassume alcuni punti su cui è importante ragionare quando incontriamo cani giovani nei canili e cosa significa adottare consapevolmente.

L'adozione consapevole e come un cane vive l'inserimento in famiglia

«Claudia, vorrei farti vedere un cane!». Se avessi un euro per ogni volta che ho sentito questa frase, sarei ricca: ci scherzo sopra, ma davvero a volte mi coglie un senso di impotenza perché di persone, cani, colleghi, volontari e rifugi se ne conoscono tanti e se c’è una cosa che vorrei poter fare è allungare le giornate di settantadue ore per poter dare un supporto a tutti quelli che me lo chiedono.

Con un mio amico veterinario che vive in Scozia e che spesso e volentieri mi sentirete citare nei miei racconti, ci ritroviamo a ragionare spesso per via dei nostri lavori che se potessimo scegliere di avere un super potere, ci piacerebbe avere il dono dell’ubiquità: cioè la capacità di essere presenti in più posti contemporaneamente per poter fare di più.

Sappiamo bene che non si può e che certe professioni, come la mia o quella del veterinario, spesso convivono con questo senso di frustrazione di non poter essere di aiuto costantemente a tutti. Non siamo l’ombelico del mondo, non possiamo salvarli tutti, sicuramente, ma concorderete con me che nel nostro piccolo, ognuno possa fare la sua parte.

Se ragioniamo in termini di numeri, non cedendo nella modalità di aprire una "gara" e soprattutto quando parliamo di cani giovani e canili non è importante il numero delle adozioni che si fanno ma la qualità della permanenza che si può dare ad un cane e la sua adozione. “Meglio poco e fatto bene che tanto e fatto in malo modo!” mi ripeteva sempre mia nonna. Quello che ci interessa infatti è fare adozioni il più corrette possibile dal punto di vista dell’incontro di quel soggetto con la famiglia (ed eventualmente con gli altri  animali presenti), senza dimenticare quanto il contesto ambientale di adozione possa giocare un ruolo fondamentale.

Un margine di rischio lo avremo sempre e se non fosse così, non daremmo nessun cane in adozione ma dobbiamo sforzarci di valutare sempre oltre la punta del nostro naso ogni variabile possibile che possa accadere anche in futuro. Io dico sempre questo alle persone che adottano un cane passando da me: dopo i primi sei mesi, metti in conto che qualche criticità potrebbe saltar fuori.

Non è chiaramente un dato certo ma, con un pochino di esperienza, posso dire che una volta entrato in famiglia e fatto un inserimento adeguato dopo gli incontri pre adottivi ( indispensabili e necessari nel numero variabile di cui necessita un soggetto), allora il cane costruisce la sua personale idea di struttura sociale di quel gruppo. Impara a star dentro un ruolo che si ritaglia costantemente anche grazie agli indizi che noi forniamo, prende le misure dell’ambiente, delle uscite, della gestione di tutto il pacchetto “Famiglia” e inizia a scrivere la sua futura traiettoria evolutiva in quel gruppo, con tutti i pro e i contro.

Imparerà a voler dire qualcosa di sé, spesso potrebbe farlo andando in scontro con le regole o le abitudini di quella nuova vita: troverà delle limitazioni in quella nuova dimensione, senza dubbio, e dovrà imparare, come dovrà farlo quella famiglia, il continuo gioco di modulare le iniziative in un equilibrio reciproco. Poi tante cose diverranno per lui delle coordinate di sicurezza e una volta forte della sua identità e del suo stile comunicativo, beh, qualche piccola sensibilità potrebbe saltar fuori ma sulla base di quello che costruiremo all’inizio, non sarà niente di inaffrontabile per noi e per il nuovo arrivato.

Con Kodami nel lanciare anche quest’anno la nostra campagna Vacanza Bestiale, vogliamo porre l’accento anche e soprattutto su questo aspetto consapevole delle adozioni: occorre un po' di tempo e quale momento migliore per combattere con un gesto controcorrente il fenomeno degli abbandoni estivi, se non adottare quando in estate un po' di tempo in più lo abbiamo?

Le nostre ferie sono il momento migliore per dedicarci all’inserimento di un cane nella nostra famiglia: abbiamo il tempo, abbiamo la prospettiva mentale del poter dedicare le giuste attenzioni e soprattutto abbiamo una cosa che gioca un ruolo fondamentale: la predisposizione emozionale migliore di rilassatezza e tranquillità, tipica di quando non abbiamo la sveglia che ci butta giù dal letto e la fretta delle nostre giornate di lavoro e di scuola. Quindi che aspettate? Brusco, ad esempio, è pronto per decidere se magari proprio chi sta leggendo è la persona adatta a lui con cui passare la prima di tante altre estati insieme…

Non sarà brutto se lo chiamiamo Brusco?

Sicuramente Brusco, tanto come nome che come aggettivo, gli si addice molto data la sua fisicità ma lo è di nome più che di fatto. A volte anche tanti colleghi cadono nella trappola di usare male le parole e dare delle etichette ai cani: "salta molto", "usa la bocca", "è agitato, attivo, troppo cinetico". Partiamo invece da un discorso molto semplice di come funzioniamo noi animali sociali: se intorno a noi nel contesto in cui siamo non percepiamo sicurezza (e per sicurezza intendo un senso di sicurezza viscerale, dettato dal percepire intorno stimoli e coordinate che mi fanno sentire nonostante tutto, al sicuro nel mio benessere fisico e psichico), allora la fisiologia si attiva: vale anche per i cani.

Brusco non è agitato, non è troppo giovane, non usa la bocca male ma semplicemente cerca di gestire dei meccanismi ormonali tipici di quando non si percepisce  “di pancia” un senso di sicurezza e si cade un po' vittima delle proprie emozioni. Vi capita mai di tamburellare con le dita, di sentire dolore allo stomaco per una forte emozione, di non trovarvi a vostro agio in un posto o con delle persone e di ricorrere a piccoli meccanismi di autoregolazione che sembrano tranquillizzarvi? Tipo muovere le gambe, dondolare, mangiucchiassi le unghie, o cose simili? Beh vi svelo un segreto: lo fanno anche i cani ma non avendo il pollice opponibile come il nostro, quando la loro filologia si attiva perché non si sentono a loro agio, loro lo fanno con modalità diverse.

Quando sono arrivata al canile sanitario per vederlo, ho visto un grosso cane che saltava nel box col rischio di farsi anche male e le colleghe mi hanno detto che vestirlo per portarlo fuori sarebbe stata un’impresa titanica. "Troppo agitato, troppo fisico. Troppo". Ci ho ragionato molto poco su come fare a dire il vero per entrare in relazione con lui, perché di Brusco io ne ho visti a pacchi dentro i rifugi: cani desiderosi di uscire e di fare cose insieme a qualcuno. E una sola immagine ho di loro: il saltare da dentro al box con le persone interessate ad una papabile adozione puntualmente passare oltre quella porta.

“Guardami ti prego!”: sembrano dire i cani come lui, ma in quel corpo robusto che vola per aria, chi guarda vede subito un futuro drammatico con un cane che ti demolisce casa, che ti butta giù ogni volta che ti vede. Ed ecco allora quel "troppo fisico, troppo difficile da portare fuori, troppo". E invece sapete cosa manca a Brusco che è stato banalmente trovato libero da cucciolo che si aggirava e sostava nel cimitero del paese? Un riferimento sociale: una buona guida, un punto di appoggio stabile e sicuro.

Tradirò le vostre aspettative se vi dicessi che basta l’affetto? Sì, perché alla fisiologia non interessa molto l’amore e basta ma cerca modi e meccanismo funzionali che permettano di abbassare le allerte, gli tsunami emozionali e regolarsi su stati di benessere.

Così ho aperto il box, ho dato a Brusco una corda molto lunga e di una bella consistenza che gli permettesse di scaricarsi un po' ( è un cane che non esce tutti i giorni) e gli abbiamo concesso di prendersi i suoi tempi. Poi ho fatto con lui un discorso molto chiaro e gli ho semplicemente detto che non saremmo usciti se non avesse fatto esattamente quello che gli chiedevo. L’ho fermato, senza nessun diritto di replica, gli ho messo su una pettorina senza che facesse la pallina da ping pong in giro per il box, ho agganciato il guinzaglio e gli ho chiesto di non morderlo ogni tre passi. Prima di uscire ci siamo un attimo spiegati, dunque, e Brusco mi ha semplicemente guardato con quella espressione tipica dei cani giovani e un po' pirla che ti dicono: “Hai ragione zia! ogni volta che alzo il naso da terra rischio di ficcarmi in un casino! Facciamo così: dimmi come si fa e cosa devo fare e io ci provo a seguirti”.

Questo è quello che abbiamo insegnato a Brusco quel giorno: niente esercizi, niente quintali di cose da masticare per calmarsi, niente strumenti di aiuto per contenerlo. Gli abbiamo detto: «Seguici! Finché non sarai in grado di fare da te, appoggiati a noi. Guidiamo la barca per te finché non sarai pronto». Risultato? Sarebbe stato impensabile metterlo in auto per portarlo altrove con quei livelli di “agitazione”, eppure le mie colleghe ora se lo scorrazzano nel loro campo cinofilo quasi tutti i giorni. Sembrava impossibile anche fare un pausa e fumarsi una sigaretta senza essere investiti dalla sua dirompente fisicità prima e invece quel pomeriggio di pause ce ne siamo fatte parecchie. Era difficile anche fargli incontrare cani, visto che li investeva come un treno in corsa e invece Brusco di cani ora ne incontra e sa pure il fatto suo (e certe volte pure quello degli altri).

Cosa è cambiato allora quel pomeriggio al canile sanitario? Una cosa molto semplice: se un cane percepisce sicurezza intorno a sé, la sua fisiologia non si attiva eccessivamente e la testa ragiona, senza che il corpo si agiti come una falena impazzita alla luce.

Il limbo delle adozioni di cani giovani che non sono cuccioli né adulti

Innumerevoli volte le richieste di adozioni vertono sull’età come parametro fondamentale: "Se è cucciolo va bene perché me lo cresco come voglio io, se è già adulto avrò dei problemi". Niente di più falso! Questa è una delle cose che più difficilmente riusciamo a far capire alle persone e che si basa su un’idea totalmente scorretta di chi è un cane.

Un cucciolo non è un foglio bianco su cui poter scrivere a nostro piacimento ogni singola cosa: il suo carattere si inizia a formare addirittura dalle esperienze durante la gestazione della madre, prima ancora di venire al mondo. C’è una componente genetica che influenza le sue future attitudini, una serie di talenti che vorranno esprimersi e non è detto che siano integrativi nel contesto il cui il cucciolo andrà a stare. C’è da considerare che lascia il suo gruppo famiglia e noi dovremo sostituire tutti gli insegnamenti futuri come e più, di una brava madre e non parliamo la stessa lingua per giunta! Insomma: adottare un cucciolo è un impegno che si protrae per lunghissimo tempo, tutto il tempo che va dai suoi due mesi, passando per il turbolento periodo dell’adolescenza e sino alla maturità sociale di quel cane che vi assicuro, va ben oltre i due anni di vita sulla carta.

Che responsabilità! Io, essendo pigra per natura, adotto cani già adulti e sempre ne adotterò: li guardi per quello che sono già, vedi ancora tutte le potenzialità ma sei certo anche del buon pacchetto di competenze che già possiedono. Un cane adulto ha ancora tantissimo da tirar fuori e da dire di se ma ti dà la sicurezza di avere anche già un buon bagaglio nella sua borsa degli attrezzi e questa è una coordinata di sicurezza che, credetemi, è un ottimo punto di partenza rispetto a tutto quello che c’è da scrivere ancora!

Poi ci sono i cani che io chiamo gli “sfigati del limbo”, cioè quei cani nei rifugi che non sono più cuccioli ma non sono neanche adulti: non tanto per la loro età anagrafica ma perché hanno ancora la necessità di trovare il loro posto in un gruppo sociale e quindi di fare esperienze e crearsi un’identità più chiara ma che fisicamente sono adulti nell’aspetto e che, spesso, vivono mloto male la dimensione canile proprio perché manca loro un punto di riferimento necessario.

I cani del limbo pure quando fanno esperienze ad esempio con le uscite dai box, sembra che ne introiettino la metà perché sono letteralmente divorati dalla voglia di novità ma senza usare sempre la testa nel modo giusto. Spesso sono anche vittime dell’incostanza di chi non può garantirgli sempre un supporto e proprio perché ancora non sono in famiglia. Sono quei cani che spesso gli istruttori non si filano perché non hanno particolari problemi da risolvere per aumentare il loro indice di adottabilità e che sono destinati, anche a causa di questa idea, a finire i loro giorni in canile. Credo che "i cani del limbo" siano invece quelli che hanno maggiormente bisogno di essere seguiti da parte di chi per lavoro o volontariato si occupa di cinofilia, senza stare a fare sempre "i fenomeni" coi cagnacci tosti nei rifugi ma dando parte della propria professionalità e del proprio tempo a questi diamanti grezzi che cercano di farsi vedere con tutti i mezzi possibili. Ecco, siamo arrivati a lui: Brusco è uno di loro, un cane dal corpo grande ma tanto piccino ancora e voglioso di conoscere il mondo e trovare una centratura: un altro sfigato del limbo dei nostri rifugi.

Cerchiamo ora per Brusco una famiglia super in gamba, che abbia tempo e voglia di condividere con lui delle esperienze perché è un cane eccezionale e con delle potenzialità enormi. Richiediamo impegno e serietà perché la sua fiducia verso di noi non può essere ripagata con  un’adozione sbagliata.

Brusco ha quasi due anni, è giovane, sano, pieno di voglia di costruirsi tutta la sua identità sociale e dimostrare al mondo che sa il fatto il suo. Adora l’acqua, i viaggi in auto, stare nelle situazioni sociali. Si trova nel Lazio.

Qui per condividere il suo appello di adozione

Per info e adozioni : 349-0530735 o 329-2421255