I canili rappresentano oggi una delle potenzialità, per quanto riguarda la promozione del benessere animale e le adozioni responsabili, maggiormente inespresse nel nostro paese. Ciò è dovuto da una parte a delle leggi che non riconoscono loro il ruolo che potrebbero avere e dall’altra da un’idea ancor’oggi troppo diffusa, tanto nella popolazione quanto anche in chi vi opera all’interno, che vede questi luoghi soltanto in un’ottica pietistica: ovvero soltanto come posti che accolgono cani sfortunati o problematici che necessitano di essere salvati, e dove non serve avere una formazione specifica, ma soltanto amore per gli animali.

La mancanza di percorsi formativi specifici

Sebbene esistano sul nostro territorio ben 1200 canili riconosciuti e un numero imprecisato di realtà simili, non esiste tuttavia alcuna norma né percorsi formativi di base rivolti agli addetti di un settore che, secondo semplici stime, potrebbe coinvolgere a diverso titolo tra le 50 e le 100 mila persone. Questo stride ancora di più se pensiamo che molte delle energie grazie alle quali queste strutture funzionano è dato dal contributo del volontariato. E tuttavia sebbene in altri settori come ad esempio la Protezione Civile o la Croce Rossa l'accesso all'attività di volontariato è normato da una rigida e approfondita formazione di base (certificata anche da esami di idoneità e prove di valutazione), ciò non è previsto in nessun modo per svolgere attività in un canile, nonostante che questa possa presentare situazioni pericolose sia nella relazione con gli animali sia anche da un punto di vista igienico-sanitario e chimico.

Un ulteriore e importante aspetto poi per cui una formazione di base sarebbe più che auspicabile è quello delle caratteristiche comportamentali. I volontari infatti sono spesso a contatto coi cani e sviluppano con loro strette relazioni e rapporti ma, se ciò non è fatto con consapevolezza e responsabilità, vi è un alto rischio che possano svilupparsi dinamiche sbilanciate e gestioni scorrette che non solo possono causare stress, ma anche problematiche comportamentali ed incidenti. E purtroppo, nonostante alcuni passi si siano fatti in direzione di una maggiore consapevolezza, è ancora oggi troppo diffusa (ahimè anche a livello istituzionale) l’idea che per svolgere questa attività sia sufficiente un generico amore per gli animali, senza considerare l'assoluta particolarità del contesto in cui essi vivono e neanche le finalità dell'attività svolta, che dovrebbero essere l'adozione e il reinserimento nella società e non soltanto lo sviluppare legami più o meno profondi con loro.

I canili sono vere proprie istituzioni pubbliche

I canili, quali istituzioni pubbliche, nacquero nel 1954 quando, col DPR n. 320, lo Stato stabilì che ogni Comune dovesse esserne dotato in proprio o convenzionarsi con altro già esistente. Fu tuttavia solo nel 1991 che essi cominciarono ad assumere le caratteristiche che oggi conosciamo, ossia luoghi dove non solo poter adottare una cane, ma anche al cui interno è possibile svolgere attività sia di volontariato che di educazione e preparazione degli ospiti per un reinserimento in famiglia. Se infatti prima l’idea di adottare un cane dal canile praticamente non esisteva, poiché la legge imponeva che dopo alcuni giorni dal loro arrivo i cani fossero soppressi mediante eutanasia, fu solo con l’approvazione della legge 281 del 1991 che si posero le basi per un cambiamento di queste strutture.

E tuttavia, sebbene la legge preveda esplicitamente che i cani dovrebbero essere mantenuti all’interno delle strutture in buone condizioni e che dovrebbero essere ceduti a quei cittadini che ne fanno richiesta, essa tuttavia si limita a parlare di una buona gestione soltanto da un punto di vista igienico-sanitario, mentre non norma in nessun modo quali dovrebbero essere le condizioni da rispettare, tanto da parte delle strutture quanto per i cittadini richiedenti, per garantire adozioni informate, responsabili e durature. Resta così in gran parte in mano ai singoli gestori (e a volte a responsabili delle istituzioni locali maggiormente sensibili al tema) non soltanto la valutazione delle migliori pratiche adottive, ma anche la responsabilità di come gestire i cani e di prepararli ad un nuovo inserimento in famiglia che non sempre si presenta semplice e che la vita in un canile nella maggior parte dei casi non agevola.

Una società in cambiamento

Tutto ciò va ad innestarsi in un quadro di grande cambiamento nella nostra società che, se possibile, rende il tutto ancora più complesso. È infatti molto cambiato il nostro modo di vivere la relazione col cane che, se prima era inserito in una gestione rurale in cui il suo posto era prevalentemente in campagna e all’aperto, oggi sempre più condivide con noi anche gli spazi domestici, ponendo nuove problematiche che in passato erano sconosciute. Inoltre a seguito del più generale processo di globalizzazione è moltissimo cambiata anche la popolazione canina del nostro Paese, con l’arrivo di esemplari di razze originarie di luoghi lontani e selezionate per adattarsi ad ambienti di vita completamente diversi dal nostro. Questi processi hanno avuto conseguenze importanti sia sulla società che anche sugli stessi canili. Da una parte infatti sono molto aumentate le problematiche di gestione e le difficoltà di convivenza, che a loro volta possono poi sfociare in incidenti o in rinunce di proprietà. Dall’altra poi anche la popolazione dei canili, specie nelle grandi città, è nel tempo mutata e se prima erano popolati quasi esclusivamente di meticci o di cani abbandonati da pastori e cacciatori perché non adatti al lavoro, ora sono sempre più popolati di cani di diverse razze, a volte dal carattere problematico e spesso di difficile adozione. La conseguenza di questo è un ulteriore carico di impegno, per strutture che già si reggono su delicati equilibri, dovuto non tanto al numero dei soggetti ospiti, che già di per sé è molto alto, ma anche alla loro tipologia e alle esigenze di gestione (ad esempio box singoli, dispositivi di sicurezza, necessità di personale formato…).

La promozione di adozioni responsabili e informate

Alla base di tutte queste problematiche sta spesso un unico grande tema, che qui su Kodami abbiamo spesso affrontato, e che può essere definito con tre parole: adozione responsabile e informata.

Purtroppo i cittadini si trovano spesso assolutamente impreparati. Impreparati rispetto alla scelta di quale potrebbe essere il cane più adatto per il proprio contesto di vita (ricadendo in molti casi su scelte basate soltanto sul lato estetico). Ma impreparati in molti casi anche rispetto a quale sarà l’impegno di una convivenza che cambierà le loro vite per diversi anni a seguire. E purtroppo da parte delle istituzioni non soltanto il problema non viene affrontato con adeguate campagne informative, ma si può dire che non è neanche completamente compreso, limitandosi o a generiche campagne in favore delle adozioni (sul modello “svuotiamo i canili”), ma che non puntano sulla qualità; oppure con strumenti quali il cosiddetto “patentino” la cui più importante finalità è quella della tutela dell’incolumità pubblica, ma che assolutamente non affronta tutto il delicato processo di valutazione che dovrebbe sempre precedere qualunque adozione.

Un cambiamento necessario

Eppure c’è una riflessione che spesso si manca di fare: i canili, che in molti casi sono a tutti gli effetti delle istituzioni pubbliche, finanziate dai Comuni e presenti in maniera capillare su tutto il territorio nazionale, sono le uniche strutture che già oggi si occupano di un tema importantissimo e centrale, ovvero quello della consulenza pre-adottiva. Questi sono i luoghi dove ogni giorno migliaia di cittadini arrivano alla ricerca di un cane o anche soltanto per chiedere informazioni.

L’obbiettivo ambizioso dovrebbe dunque essere proprio quello di mutare radicalmente l’immagine di queste strutture. Far sì che da luoghi tristi in cui ci si reca soltanto con l’idea di poter salvare un essere sfortunato essi si trasformino in veri e propri centri di promozione delle adozioni. Dei luoghi dove ricevere consigli e informazioni, dove svolgere percorsi formativi e di pre-adozione, ma soprattutto dove fare cultura e promuovere un modello responsabile di convivenza, che valorizzi la relazione e diventi fonte, anziché di potenziali problemi, di arricchimento tanto per i cani che per le famiglie adottanti.

E tuttavia ad oggi queste strutture sono spesso impreparate per svolgere questo importante compito. Non soltanto in molti casi non sono formate le figure che si occupano delle adozioni ma, affinché esse possano ben operare, tutta la filiera retrostante deve essere preparata al meglio. E così devono esservi figure specializzate nel lavoro coi cani come educatori e istruttori cinofili ed anche tutto l’importantissimo lavoro del volontariato deve essere valorizzato e organizzato al meglio. Tutte le dinamiche di gestione ordinaria non soltanto devono essere orientate a tutelare il benessere, altrimenti il canile può diventare un luogo dove i cani sviluppano problemi che ne rendono difficoltosa l’adozione, ma anche a far sì che essi possano essere preparati al meglio in vista di un reinserimento in famiglia.

Insomma il lavoro è grande e impegnativo, ma risulta quanto meno miope se non addirittura incomprensibile l'atteggiamento delle Istituzioni verso queste strutture. In una società dove il numero dei cani che vivono in famiglia potrebbe superare addirittura i 20 miloni, dove sono all'ordine del giorno non solo incidenti anche gravi, ma anche spese di diverse centinaia di miloni di euro all'anno per ricoverare, in quelle che altro non sono che delle prigioni, cani adottati e rinunciati con molta superficialità e disinformazione, sembra assurdo non investire in quelle che sono le uniche Pubbliche Istituzioni per metterle realmente al servizio dei cani e della collettività.

Ed ancora più irrispettoso è l'atteggiamento manifestato verso le organizzazioni protezionistiche che, in un ottica di un risparmio sul breve periodo, vengono sfruttate come serbatoi di manovalanza a basso costo attraverso il lavoro dei volontari anzichè essere valorizzate promuovendo la formazione e la qualità del servizio. E purtroppo quella del benessere animale si trasforma in molti casi in un arma di ricatto per delegare a persone di buon cuore quello che per legge dovrebbe essere un compito dello Stato e delle sue Amministrazioni Locali.

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