Rami, il rinoceronte bianco arrivato allo Zoom di Torino (credits:ZoomFacebook)
in foto: Rami, il rinoceronte bianco arrivato allo Zoom di Torino (credits:ZoomFacebook)

Rami, il rinoceronte bianco, è arrivato allo zoo di Torino. Non ha mai conosciuto la libertà, perché è nato in cattività nel 2017 a Tel Aviv. Poi spedito allo zoo di Zurigo. Infine approdato a Torino, arrivato alla Dogana di Ponte Chiasso e sdoganato verso la sua destinazione finale: l’esposizione a pagamento per il pubblico del grande parco giochi con animali alle porte della città.

Rami dunque è nato per essere prigioniero a vita. Non c’è un’ipotesi di esistenza selvaggia per questo animale, ma solo lo zoo. Con la speranza, non condivisa da tutti, che si riproduca e dia un contributo alla conservazione della sua specie, malgrado la prigionia. Nel frattempo dallo Zoom di Torino ci confermano che Rami è arrivato, sta bene e si sta abituando alla nuova realtà. Intanto però è già esposto al pubblico che paga il biglietto, insieme all’altro rinoceronte ospite del parco. La proposta del parco è: «Un incontro a piccoli gruppi con i due rinoceronti, in una zona sicura all’interno dell’habitat Serengeti che ti permetterà di vedere i due esemplari, affiancati da un biologo, da una prospettiva unica ed esclusiva». Il costo è 10 euro in aggiunta al biglietto di ingresso. l’Habitat Serengeti riproduce la famosa savana africana e ospita, oltre ai due rinoceronti, giraffe, zebre, struzzi, antilopi e gazzelle.

Cos’è ZOOM di Torino?

Zoom Torino è un grande bioparco immersivo di 160 mila metri quadrati che ospita 80 specie animali e 10 habitat (credits:sito Zoom)
in foto: Zoom Torino è un grande bioparco immersivo di 160 mila metri quadrati che ospita 80 specie animali e 10 habitat (credits:sito Zoom)

La struttura  torinese, come recita il suo sito,  è «il primo bioparco immersivo d’Italia: 160.000 metri quadrati per oltre 84 specie animali in 10 habitat che riproducono fedelmente luoghi naturali di Africa e Asia, senza reti o gabbie. Tutto studiato per garantire il benessere degli animali, provenienti da altre strutture zoologiche europee appartenenti all’EAZA, e per trasportare i visitatori in un viaggio indimenticabile alla scoperta della natura africana e asiatica». Un parco giochi, dunque, destinato a famiglie e bambini, dove animali che, secondo natura, nascerebbero e vivrebbero in Asia, in Africa o al Polo, sono in esposizione in ambienti artificiali ricreati ad immagine e somiglianza degli originali, ma ovviamente finti. Allo zoo di Torino, come in molti altri zoo d’Europa, gli animali invece arrivano quasi sempre da altri zoo che partecipano all’EAZA, La European Association of Zoos and Aquaria, organizzazione che associa gli zoo e gli acquari dell’Unione Europea con l’obiettivo dichiarato di «mantenere popolazioni vitali di animali sottoposte a cure umane per assicurarne la sopravvivenza a lungo termine». Un balletto che prevede frequenti trasferimenti da uno zoo all’altro per far sì che si creino le condizioni per nuovi accoppiamenti e nuove nascite tra gli animali che vi abitano.

I programmi di riproduzione e salvaguardia delle specie a rischio estinzione

Gli zoo che partecipano all’EAZA condividono i programmi di riproduzione e salvaguardia delle specie a rischio di estinzione (Endangered Species Programme), gestiti a livello europeo da una speciale Commissione che stabilisce gli spostamenti dei singoli esemplari all’interno delle strutture zoologiche rispondenti ai requisiti per la loro gestione. Questo vuol dire che gli zoo sono tenuti a scambiarsi gli animali per facilitarne la riproduzione oltre a sostenere, e quando possibile partecipare, a programmi di conservazione nelle aree di provenienza degli animali. Ma il punto fondamentale è la reintroduzione in natura che, al pari della conservazione, è prevista ed anzi obbligata dalla legge italiana 73/2005. «La conservazione è utilizzata come un jolly – sostiene Andrea Casini, responsabile animali selvatici di LAV Lega Antivisiezione  – La legge richiede anche il reinserimento in natura ma nella realtà non accada quasi mai. I programmi di reinserimento in teoria sono tanti, ma in pratica non ho mai sentito di casi veri e propri, se non di leoni riportati in Africa in aeree protette ma non certo liberi in natura». Lo zoo più antico, in Europa e nel mondo, è quello di Vienna, aperto nel 1752. Come tutti gli zoo di un tempo, era una semplice e crudele mostra di animali in gabbia. Ma oggi, seppur cambiati nelle finalità, a quasi tre secoli di distanza, gli zoo hanno ancora senso?

Gli zoo moderni: retaggio del passato o conservazione?

Il concetto è chiaro: meglio animali vivi allo zoo (trasformati in attrazioni turistiche a pagamento e in riproduttori in cattività) che estinti in natura. Ma non tutti la pensano così. «Nel mondo ci sono milioni di animali detenuti in strutture di cattività solo al fine di esposizione o intrattenimento al pubblico – continua Casini – I giardini zoologici non fanno eccezione. La mancanza di libertà è la prima conseguenza drammatica che si riscontra negli atteggiamenti stereotipati degli animali prigionieri e nei loro stress da prigionia. Gli zoo sono rimanenze culturali della nostra società che si giustificano con un impegno conservazionistico inutile e quasi mai soddisfatto – continua Casini – Senza dimenticare l'aspetto altamente diseducativo: molti psicologhi sostengono quanto sia fuorviante per i bambini entrare a contatto con animali estrapolati dal loro contesto naturale. Nella società contemporanea non ci sono più i presupposti per giustificare la riproduzione o esposizione  di  animali in  strutture zoologiche. Il sondaggio Eurispes del 2016 rivelò chiaramente che il 54.9% degli Italiani erano contrari agli zoo».

Nel 2017 niente nuovo zoo a Torino: i cittadini dicono no

Quando a gennaio 2017 il Comitato “NO agli ZOO” prende in carico la protesta con la campagna “No Zoo 2017” contro l’apertura di un nuovo zoo a Torino, la battaglia era data ormai per persa. Ma presidi, manifestazioni, incontri e dibattiti, raccolte firme, tavoli, gazebo nel centro di Torino e davanti al Parco Michelotti, oltre al grande corteo nazionale che si è svolto per le strade del capoluogo piemontese il 27 maggio e che ha radunato più di 2.000 persone con autobus da tutta Italia, riescono a ribaltare la situazione. Mentre l’altro elemento fondamentale si dimostra essere la raccolta di firme: sia quella online, che raccoglie più di 28.000 adesioni, sia quella cartacea con oltre 7 mila firme di cittadini torinesi. Nessuna riapertura per lo zoo in Parco Michelotti, chiuso trent’anni prima, ma soprattutto una vittoria per i diritti degli animali. «Torino – dicono gli organizzatori – non vedrà riaprirsi un luogo di detenzione per esseri senzienti senza colpa».

Nascita in cattività e ritorno alla natura

La gestione di animali che non nascono liberi è sempre molto complessa. Il processo di imprinting (quell’apprendimento precoce che in etologia indica, per i mammiferi e per altre specie animali, il riconoscimento e l’imitazione della madre o di chi ne fa le veci, e quindi anche di un umano che “adotta” un cucciolo trasferendogli così i suoi comportamenti) rende praticamente impossibile, se non in alcuni casi particolari, il ritorno alla libertà completa in natura. Ma se è assolutamente legittimo, ed anche auspicabile, che animali liberati dalla cattività e quindi non più liberabili in natura, siano accolti in situazione di semi-libertà come quella che possono vivere nei santuari, è altrettanto legittimo farli nascere in cattività solo per garantire che la specie non si estingua? E ancora, ha senso che per studiarne i comportamenti, specie animali che per loro natura vivrebbero ad altre latitudini e in altri climi si debbano adattare alle caratteristiche del luogo dove sorge lo zoo? Un orso polare condannato a vivere in un giardino zoologico in Sud Africa, ha senso? Hanno senso i pinguini che nuotano in vasche raffreddate artificialmente? O squali naturalmente predisposti a percorrere decine e decine di miglia marine nelle acque degli oceani, possono restituire agli studiosi le stesse caratteristiche etologiche di cui godrebbero in natura? Insomma, quanto continua ad essere “umano-centrico” il pensiero che è alla base di uno zoo, di un giardino biologico o di un bioparco?

Gli elefanti “liberati” dal circo ora in un santuario in Florida

Gli elefanti arrivati al White Oak Conservation in Florida (credits:@WhiteOakConservation)
in foto: Gli elefanti arrivati al White Oak Conservation in Florida (credits:@WhiteOakConservation)

L’ultimo caso di “liberazione” arriva dalla Florida è proprio di questi giorni. La fine delle esibizioni e dello sfruttamento al Ringling Bros. e Barnum & Bailey Circus, per dodici elefanti asiatici è coincisa con l’accoglienza ricevuta al White Oak Conservation, un rifugio-santuario nel sud degli Stati Uniti, che già molti mesi prima della primavera si era reso disponibile ad accogliere i dodici pachidermi di età variabile tra gli otto e i trentotto anni. White Oak Conservation, nel nord-est della Florida, è stato fondato nel 1982 per la conservazione di specie minacciate e in via di estinzione: 17.000 acri dedicati alla conservazione di rinoceronti, okapi, bonghi, gazzelle della Dama, ghepardi e da adesso, appunto, elefanti. Un enorme territorio all’interno del quale era stata costruita un’area destinata esclusivamente a questi elefanti, con pozze d’acqua, alberi, terra e molto spazio per ciascuno di loro. La loro vita cambierà certo in meglio, perché nulla li riporterà alle esibizioni forzate e ai lunghi trasferimenti su strada per arrivare nelle nuove località scelte per le esibizioni. Il loro benessere è salvaguardato e le immagini dei pachidermi che vagano in grandi spazi e che si prendono tutto il tempo necessario per i loro bagni di fango, lo dimostrano. Per loro non c’era alternativa plausibile, dopo i lunghissimi anni trascorsi da prigionieri dello spettacolo e dell’intrattenimento.

Il parere del veterinario: zoo diseducativi e antropocentrici

«Gli zoo e le strutture quali bioparchi e simili – spiega Enrico Moriconi, medico veterinario e Garante per i diritti degli Animali della Regione Piemonte – non hanno una reale utilità per quanto riguarda la tutela delle specie a rischio. Gli animali esotici presenti negli zoo infatti sono una piccolissima percentuale, appena il 2%, delle specie in pericolo secondo lo IUCN, e gli animali allevati in cattività non sono adatti ad essere reintrodotti nell'ambiente». Secondo il veterinario, da anni in prima fila nelle battaglie animaliste italiane e autore di moltissime pubblicazioni sull'argomento, «la ricerca scientifica si può definire parziale in quanto non fornisce dati utilizzabili in senso assoluto poiché, essendo riferiti alla cattività, non corrispondono alla vita naturale». Per Moriconi l'altra questione dirimente sull'utilità degli zoo è il fattore diseducativo che intrinsecamente contribuiscono ad alimentare: «Lo scopo educativo non è positivo e, soprattutto per i giovani, contribuisce a formare un'idea erronea degli animali selvatici e a riproporre una visione antropocentrica del rapporto tra gli esseri umani e gli altri esseri viventi, con possibili convinzioni erronee che potrebbero permettere atteggiamenti negativi nei confronti degli ambiti naturali vegetali e animali, spingendo i giovani a pensare che la distruzione della natura che si sta perpetrando è riscattabile con la costruzione di habitat finti e artificiali».

Infine è fondamentale l'aspetto della salute degli animali, spesso sottovalutato dagli stessi etologi che sposano la causa della conservazione: «E' possibile dimostrare obiettivamente, e in misura sempre maggiore, che le condizioni di prigionia dell'animale causano inevitabilmente una condizione di stress e quindi di sofferenza per gli animali stessi. E lo stress significa abbassamento del sistema immunitario e di conseguenza maggiori malattie. Le eto-anomalie presenti, soprattutto stereotipie e apatia, il tempo di sopravvivenza minore in cattività che in libertà e l'alta mortalità infantile, la presenza di forme patologiche sono elementi che confermano le negatività per i selvatici di vivere in stato di confinamento».

Se gli animali esposti negli zoo potessero parlare, parlerebbero di felicità?

I pinguini del Bioparco. Una colonia numerosa che ultimamente ha visto la nascita di nuovi nuovi esemplari (credits:@BioparcoFacebook)
in foto: I pinguini del Bioparco. Una colonia numerosa che ultimamente ha visto la nascita di nuovi nuovi esemplari (credits:@BioparcoFacebook)

Ma se gli ultimi nati in cattività al Bioparco di Roma potessero parlare, siamo certi che racconterebbero giornate felici? La cammellina di Battriana Priscilla, i tre suricati, che in natura abitano i deserti aridi e le savane sud-africane, e gli ultimi due cuccioli della folta colonia dei pinguini del Capo che vivono in un’area di circa 400 mq in cui è stato ricreato l’ambiente asciutto e luminoso delle spiagge sudafricane, cosa ci racconterebbero delle loro vite da confinati in esposizione perenne? Non sono maltrattati, questo è certo. Ma, conservazione o no, vale la pena nascere sapendo di essere condannati a vivere e morire in un recinto, anche se spazioso e ben attrezzato?

Forse è arrivato il momento di ascoltare che cosa hanno da dire. Secondo Il lamento inascoltato. La ricerca scientifica di fronte al dolore e alla coscienza animale, il saggio del 2011 del filosofo accademico ed esperto di benessere animale Bernard E. Rollin, è arrivato il momento di una riflessione su quanti cambiamenti si sono verificati nella società e nella scienza nei confronti degli animali. E testimoniare la forza con cui la crescente sensibilità sociale verso il trattamento degli animali potrebbe generare cambiamenti radicali. Basterebbe accettare che stiamo parlando di esseri senzienti, esattamente come noi.

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