181 cani sterilizzati nel 2021 solo a Vieste, di cui 170 femmine e 207 gatti, di cui 182 femmine. Aumenta la lista dei Comuni aderenti che pian piano si allarga con l’obiettivo di debellare realmente il randagismo e anche Manfredonia si appresta a partire con il progetto “Zero Cani in Canile”. Un’iniziativa ideata dall’educatrice cinofila Francesca Toto e portata avanti con il gruppo di lavoro della Lega Nazionale del Cane a partire dal territorio di Vieste, noto centro turistico del Gargano.

L’Assessore con delega alla Lotta al Randagismo e alla Tutela degli animali del Comune di Manfredonia Grazia Pennella ha inviato in questi giorni una nota alle scuole per raccogliere le adesioni per una delle azioni previste dal progetto, la campagna educativa “CONfido in TE”. L’obiettivo è quello di trasmettere già ai più giovani una cultura del rispetto degli animali e di comprensione del fenomeno del randagismo, agendo in maniera preventiva su quelli che saranno i petmate del domani.

Tuttavia si tratta solo di un tassello di una progettualità che guarda da un lato alla sensibilizzazione ma dall’altro alla risoluzione del problema nell’immediato. Solo un’azione combinata può porre un argine all’abbandono selvaggio di animali e all’atavico sovraffollamento dei canili. È proprio l’esperienza di Vieste, del resto, ad insegnarlo. Questo comune della provincia di Foggia è partito dal 2016 con un’azione sistematica che ha portato ad oggi a non avere più canili sparsi sul territorio. L’unica struttura sanitaria è gestita direttamente dal Comune e vi transitano per breve tempo solo i cani destinati alle sterilizzazioni. Non a caso al momento ospita appena 3 cani in attesa di adozione.

A spiegarlo è la stessa ideatrice di “Zero Cani in Canile” Francesca Toto: «Siamo partiti nel 2010 – racconta a Kodami – nonostante le sterilizzazioni e le adozioni vedevamo che continuavano ad arrivarci cani randagi. Abbiamo iniziato così un lavoro di educazione nelle scuole. Un passaggio che però è molto lento. Porta risultati duraturi ma nel tempo. Parliamo ai ragazzi di come gestire un animale. Insegniamo a non far fare cucciolate che poi il più delle volte finiranno in canile».

Non poteva essere però l’unica soluzione: «Ci siamo resi contro attraverso un’analisi delle tipologie dei cani che venivano recuperati che si trattava soprattutto di animali che provenivano dalle campagne – ci spiega ancora la Toto – erano perlopiù cani da pastore e cani da caccia. Abbiamo capito allora che era il caso di lavorare sull’educazione di chi lavorava nelle aree rurali. Alla luce di questa analisi abbiamo cominciato a fare un lavoro molto più mirato».

cani pastore bettola

Proprio nel 2016 arriva una nuova amministrazione comunale a Vieste che decide di seguire le linee indicate nel programma “Zero Cani in Canile” soprattutto attraverso controlli mirati sul territorio. Il Sindaco istituisce così all’interno della Polizia Locale il NOTA, acronimo che sta per Nucleo Operativo Tutela Animale, composto da due unità specializzate. Occorreva però un passaggio ulteriore: «Bisognava capire come muoversi con il personale a disposizione – continua l’educatrice – si è pensato allora di creare una task force composta da tutte le forze dell’ordine operanti sul territorio, ognuna con compiti specifici affinché tutto il settore impegnato sulle questioni legate agli animali fosse coperto e seguito da qualcuno oppure in collaborazione per un lavoro capillare».

«Per esempio – spiega – tutte le settimane gli agenti del Nota, a volte anche con i Carabinieri Forestali in aree rurali difficili da raggiungere, vanno prima a mappare i cani da sterilizzare. Quell’elenco viene passato alla Asl in modo tale che possa programmare l’accalappiamento e la sterilizzazione soprattutto delle femmine. Far diminuire drasticamente le cucciolate significa alleggerire il lavoro dei canili. Se i volontari sono impegnati su nuovi arrivi di animali appena nati, invece, non hanno la possibilità di dedicarsi alle adozioni dei cani adulti. I cuccioli, peraltro, determinano una spesa maggiore per i Comuni. Per esempio perché potrebbero esserci malattie infettive che colpiscono l’intera cucciolata come la parvovirosi».

L’idea alla base di “Zero cani nei canili”, dunque, non è quella di risolvere il problema con le sole adozioni. Il progetto parte dal presupposto che per svuotare i canili bisogna azzerare prima di tutto le entrate. E per arrivare a questo punto bisogna risolvere il problema alla radice: «Ci sono due azioni fondamentali  – prosegue Francesca Toto – una riguarda la parte educativa e l’altra la parte del controllo del territorio da parte delle forze dell’ordine. Sono cioè le uniche due cose che non si fanno in Italia per gestire il randagismo. Qui si è ancora convinti che la sterilizzazione da sola sia la soluzione ma se anche sterilizziamo ogni singolo cane, invece, non abbiamo risolto niente. Dobbiamo capire quel cane da dove proviene. Altrimenti è come raccogliere l’acqua dell’oceano con un cucchiaino».

«L’altro errore che si commette è quello di parlare di randagismo generalizzando – aggiunge – ma la maggior parte dei cani del territorio è di proprietà, vagante ma senza microchip. Secondo noi oltre il 70% dei randagi è in realtà vagante. Da questa inesatta valutazione scatta un altro meccanismo deleterio per la lotta al randagismo, perché il volontario trova il cane e questo viene messo in canile. Poi viene fatto adottare. Se però il cane è vagante e non randagio la persona che lavora in campagna che non si vede più arrivare il suo cane ne prenderà un altro».

Pastore maremmano

La mappatura compiuta dalle forze dell’ordine ha portato quindi anche i lavoratori delle campagne a microchippare i propri animali, operazione che, ricordiamo, è obbligatoria. La presenza costante nei controlli ha invogliato, inoltre, i lavoratori delle masserie e delle aree rurali a migliorare complessivamente le condizioni in cui questi vengono tenuti. A partire proprio dalle sterilizzazioni, non obbligatorie se il cane è registrato, ma comunque gratuite almeno per tutti quegli animali che si trovano nelle aree rurali del territorio pugliese: «Veder arrivare Forestali e Polizia Locale nelle proprie aziende ha un suo potere deterrente – conclude Francesca Toto  – Così migliorano le condizioni in cui sono tenuti gli animali e addirittura c’è ora una grande collaborazione con gli imprenditori e i lavoratori del settore zootecnico. Sono loro stessi ora a contattarci quando hanno dei cani da far sterilizzare».

Dopo l’esperienza positiva di Vieste, dunque, “Zero Cani in Canile” proverà a migliorare la situazione anche a Manfredonia, dove si partirà per fine mese. In realtà nella provincia di Foggia sono già state avviate delle azioni anche ad Apricena e a Peschici. Mentre nelle aree di Taranto e Lecce sono in fase di avvio Ginosa e Galatone, che dovrebbe approvare il progetto la prossima settimana. Questa esperienza è stata sposata anche fuori dalla Puglia, in Calabria, con ben 13 comuni che stanno impostando una strategia basata su queste azioni. Secondo l’ideatrice “Zero Cani in Canile” è attuabile ovunque, anche in città, perché viene compiuta un’analisi territoriale e la strategia è adattata alle varie realtà. I comuni che intendano aderire, in maniera del tutto gratuita, a questo progetto indirizzato alle sole istituzioni, possono contattare l’indirizzo mail toto.francesca69@gmail.com.

In ultimo va menzionata la collaborazione con Link-Italia, che sta permettendo di istituire nei comuni aderenti degli sportelli Udal (Ufficio Diritti Animali e Link), per lavorare a stretto contatto con i servizi welfare per gestire anche problematiche di carattere sociale. Per esempio i casi del cosiddetto animal hoarding, o disturbo da accumulo di animali. Oppure per comprendere attraverso il rapporto dei bambini con il pet l’esistenza di eventuali violenze in ambito familiare.