rufus processo imperia

Condannato a tre mesi di reclusione per avere ucciso a sprangate il cane dei vicini. A distanza di quasi sei anni dall’episodio, avvenuto in provincia di Imperia, in Liguria, è arrivata la sentenza per quello che a oggi, complice anche l’inserimento della tutela degli animali in Costituzione, deve essere visto e condannato come “animalicidio”. E la decisione del giudice, obbligata alla luce dell'attuale sistema sanzionatorio, evidenzia come le pene siano ancora troppo lievi quando si parla di reati contro gli animali.

Ne è convinta la Lega Nazionale per la Difesa del Cane (Lndc), che ha affiancato la famiglia di Rufus nel processo contro il suo assassino costituendosi parte civile. Era il 5 dicembre del 2016 quando i coniugi Privitera, titolari di un’azienda agricola a Oliveto, ricevevano una telefonata da un dipendente che li avvisava che il cane di famiglia era morto.

Inizialmente marito e moglie hanno pensato fosse stato ucciso durante una lite con il cane del vicino, ma l’autopsia aveva portato alla luce l’agghiacciante verità: Rufus era stato preso a sprangate, ucciso da una serie di colpi violentissimi sferrati alla testa. A impugnare la sbarra di ferro, ritrovata in un terreno ancora insanguinata, il vicino di casa con cui i Privitera avevano avuto in passato alcune discussioni proprio per la gestione dei cani.

Il caso era stato portato in tribunale e il vicino, un 51enne, accusato del reato di uccisione di animali, disciplinato dall’articolo 544 bis del codice penale. Che prevede, a oggi, la reclusione da quattro mesi a due anni. L’uomo ha chiesto di essere giudicato con il rito abbreviato, che comporta una riduzione di un terzo della pena, e così la vicenda si è conclusa con una condanna a tre mesi, pena sospesa.

«Bisogna iniziare a dare un senso all'inserimento della tutela degli animali in Costituzione»

«Ancora una volta ci troviamo davanti a una condanna troppo lieve rispetto al crimine commesso – conferma Michele Pezone, avvocato della Lndc – Queste sentenze, come diciamo sempre quando ci troviamo di fronte a fatti del genere, ci soddisfano a metà, anche perché non funzionano da deterrente. È arrivato il momento di far valere il senso dell’inserimento della parola “animali” in Costituzione, va rivisto e riformato il sistema sanzionatorio per aumentare le pene quando si tratta di reati contro gli animali, in primis l’animalicidio».

«Purtroppo anche in questo caso si tratta di una vittoria a metà – sottolinea anche Piera Rosati, presidente della Lndc – Sono anni che ci battiamo perché la legge n. 189 del 2004 sui maltrattamenti venga riesaminata, perché questi criminali alla fine non scontano mai le pene per intero. Le condanne devono essere esemplari e stiamo lavorando strenuamente perché le cose cambino. Voglio ricordare che da pochi giorni la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi sono entrati nella nostra Costituzione».

«Siamo fiduciosi che queste nuove parole non rimangano lettera morta – conclude Rosati – per questo continueremo a lottare affinché tutti gli animali ricevano la tutela che meritano e possano vivere una vita dignitosa, liberi da ogni sofferenza, dobbiamo fare in modo che chi commette reati a danno degli animali venga punito come merita».