Totò Franca Faldini Canile

«Perciò, stammi a sentire… Non fare il ritroso, sopportami vicino, che t'importa? Queste pagliacciate le fanno solo i vivi: noi siamo seri… Apparteniamo alla morte!». Può un Principe della risata essere anche l'autore di una delle più toccanti poesie sulla morte come definitiva "livella" degli uomini? Totò insegna di sì, ed è solo una delle tante sfaccettature di un grande artista come Antonio de Curtis, nato a Napoli il 15 febbraio del 1898. Attore, comico, mattatore, poeta, e anche «grande cinofilo», come viene presentato in una intervista del 1961.

Pochi infatti conoscono il suo profondo amore e l'impegno pubblico nei confronti dei cani. Secondo i giornali dell'epoca, Totò spese almeno 50milioni di lire per curare i suoi "trovatelli", i randagi nell'ospizio rilevato insieme alla compagna Franca Fialdini alle porte di Ostia, lungo via Forte Boccea.

Gli oltre 170 cani da lui accolti erano vittime di maltrattamento in strada, oppure strappati all'eutanasia del canile comunale. L'ospizio di Totò e Fialdini era completo di cucce e anche di un ambulatorio veterinario, da qui numerosi meticci inaspettatamente arrivarono nelle case dei divi del cinema italiano, come Anna Magnani, grande amica del principe-attore che si recò più volte all'Ospizio dei trovatelli.

L'interesse per gli animali lo accomuna a due altri famosi napoletani. Pino Daniele, anche lui convinto dell'amore disinteressato che gli animali sono capaci di provare per gli esseri umani e Massimo Troisi che riuscì in un'intervista a rispondere a delle domande sul rapporto con il suo cane, lasciando a tutti noi un messaggio chiaro e immediato sull’importanza di rispettare il nostro compagno di vita nell’espressione della sua individualità.

Come rivelò lo stesso Totò in numerose interviste, compresa la più nota rilasciata a Oriana Fallaci pubblicata sull'Europeo nel 1963, l'affetto nei confronti degli animali deriva dalla sua diretta esperienza di vita: «Un cane vale più di un cristiano. Lei lo picchia e lui le è affezionato lo stesso, non gli dà da mangiare e lui le vuole bene lo stesso, lo abbandona e lui le è fedele lo stesso. Il cane è nu signore, tutto il contrario dell’uomo».

Totò, figlio di padre ignoto, era osteggiato per i suoi natali e per quel ruolo di «mimo e maschera», che si era cucito addosso. La sua capacità attoriale non fu solo comica: è stato uno dei più grandi innovatori del cinema italiano, infatti. Il film "Totò a colori", del 1952, è tra i primi lungometraggi italiani a colori e il primo in assoluto ad arrivare al pubblico di massa. Una pellicola che è costata molto cara all'attore che perse la vista a causa delle fortissime luci di scena.

L'avanzare della cecità non gli impedì di realizzare alcuni dei suoi film più iconici, come "Totò, Peppino e la… malafemmina", "I soliti ignoti", "Totòtruffa '62", e altri ancora. Un attore stacanovista che «lavorava come un dannato per mantenere il principe con tutte le sue esigenze», raccontava egli stesso. Tra queste necessità figuravano anche il mantenimento di 25 persone e più di 220 cani.

Proprio dai suoi cani si recava quando la sua carriera, e quindi la sua intera vita, andavano sgretolandosi a causa della malattia agli occhi. Tra tutti il cane lupo Dick, al suo fianco per dieci anni, al quale diede il titolo di barone. Poi c'era il barbocino Peppe, visconte di Lavandù. Infine, il pappagallo Gennaro, cavaliere. «Li ho investiti io – diceva a Fallaci – Caligola non fece senatore il suo cavallo?».

Totò

Resta molto discussa la questione del titolo nobiliare di Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio, ma a non destare dubbi è la sua immensa eredità artistica e umana, in favore dei più deboli e dei senza voce.

*Perciò, stamme a ssenti… Nun fa' ‘o restivo, suppuorteme vicino che te ‘mporta? Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive: nuje simmo serie… Appartenimmo à morte!