I tardigradi, piccoli invertebrati quasi indistruttibili, sono in grado di sopravvivere a impatti fino a una velocità di quasi 3mila km/h. Lo hanno dimostrato due ricercatori dell'Università del Kent che hanno condotto un esperimento per valutare la possibilità che gli "orsetti d'acqua" potessero sopravvivere a un impatto da corpo celeste, colonizzando così nuovi pianeti o satelliti a bordo di rocce e frammenti di meteoriti. I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista Astrobiology.

Lenti e indistruttibili

Quando alla fine del 1700 il fisiologo e gesuita italiano Lazzaro Spallanzani osservò per la prima volta i minuscoli tardigradi, fu colpito soprattutto dalla lentezza dei loro movimenti. Fu per questo che li chiamò così: tardus, lento, e gradi, camminare. All'epoca si sapeva poco e niente su queste piccole creature dotate di otto zampe, ma nel tempo abbiamo imparato a conoscerli e a celebrarli in tutto il mondo soprattutto per le loro incredibili capacità di sopravvivere in condizioni per noi umani al limite dell'assurdo. Sono grandi meno di un millimetro, se ne conoscono poco più di un migliaio di specie e si possono trovare in tutti gli ambienti umidi del mondo, sia marini che terrestri, dai poli alle vette montane più alte, fino ad arrivare al muschio dei nostri giardini.

Grazie alla criptobiosi, una sorta di letargo che sospende tutte le loro funzioni vitali, sono in grado di resistere per anni a bassissime temperature, vuoto assoluto, radiazioni cosmiche, digiuno perenne, pressioni altissime e persino allo spazio aperto! Negli anni gli scienziati li hanno sottoposti agli esperimenti più estremi e loro, quasi sempre, ne sono usciti illesi e hanno ripreso a vivere come se nulla fosse. Queste capacità più uniche che rare hanno incoraggiato i ricercatori a ipotizzare che potessero persino sopravvivere a un impatto da corpo celeste, magari trasportati da frammenti di rocce e meteoriti su un altro pianeta. Sempre secondo questa supposizione potrebbero così potuto colonizzare altri pianeti avvalorando l'ipotesi della panspermia, cioè la possibilità che la vita possa arrivare come un seme dallo spazio.

Sparati come proiettili

Come appare un tardigrado al microscopio
in foto: Come appare un tardigrado al microscopio

I ricercatori hanno quindi testato la capacità dei tardigradi di sopravvivere allo shock da impatto, misurandola in termini di velocità e pressioni d'urto. Nell'esperimento hanno letteralmente sparato esemplari di Hypsibius dujardini in criptobiosi contro una superficie sabbiosa. Per farlo li hanno prima caricati su un proiettile, poi li hanno congelati per 48 ore e in fine li hanno sparati con una pistola speciale contro i bersagli di sabbia, a velocità comprese tra i 2000 e i 3600 km/h.

Una volta separati dalla sabbia e isolati in acqua li hanno poi osservati per verificare se fossero sopravvissuti e a quale velocità. Incredibilmente questi piccoli invertebrati sono usciti illesi dagli impatti fino a 2.970 km/h, equivalenti a una pressione d'urto di circa 1.01 gigapascal. Risultati impressionanti, certo, ma comunque inferiori alle condizioni che si verificherebbero nella maggior parte dei casi nel nostro Sistema Solare. Questi risultati suggeriscono infatti che i picchi di pressione d'urto superiori a 1.14 gigapascal, tipici del Sistema Solare, uccidono i tardigradi e che quindi il loro arrivo sulla Luna o su altri pianeti tramite l'impatto di un corpo celeste è decisamente poco probabile, persino per animali tanto resistenti.

Tuttavia, sottolineano i ricercatori, ci sono alcuni luoghi nel Sistema Solare dove la pressione d'urto di un impatto è molto inferiore. Per di più non tutto il materiale di un meteorite impatta alla stessa velocità. Ci sono porzioni (fino al 40%) che raggiungono velocità e pressioni decisamente inferiori che permetterebbero ai tardigradi di sopravvivere. Gli orsetti d'acqua non possono sopravvivere allo scontro di un asteroide su un altro pianeta, difficilmente quindi possono diffondersi su altri mondi utilizzando le rocce cosmiche come passaggio.

Tardigradi chiamati come Greta Thunberg, la scoperta omaggia la leader dei Friday For Future