Il maltrattamento di animali è uno dei reati meno perseguiti e spesso viene reso anche ancor meno perseguibile dagli stessi organi di polizia che non riescono a fornire ai pubblici ministeri elementi utili, quando il danno non derivi da una violenza fisica, molto più agevole da dimostrare.

Il primo elemento che rende difficile gli accertamenti dipende dal fatto che i servizi veterinari pubblici sono riusciti a instillare, in buona parte della Polizia Giudiziaria, l’assunto che l’accertamento di un maltrattamento di animali debba essere fatto obbligatoriamente da un veterinario. Un’idea tanto sbagliata quanto difficile da scalzare nella pratica, un po’ come accade con la leggenda dei lupi lanciati dagli ecologisti sul territorio usando gli elicotteri. Le leggende più sono bislacche e più hanno presa e, soprattutto, sembrano facilmente assurgere al ruolo di verità assoluta.

La norma penale però non solo non avalla questa ipotesi ma nemmeno la prevede: la polizia giudiziaria ha l’obbligo di accertare i reati e di interromperli e per fare questo, se lo ritiene, “può” e non “deve” avvalersi di consulenti che non possono rifiutare la propria opera.

Non esiste quindi un obbligo e non vi è alcuna previsione sul fatto che un agente di polizia non possa intervenire in autonomia o che il consulente tecnico debba essere un veterinario e, meno ancora, un dipendente del servizio sanitario pubblico. Non si capirebbe, infatti, perché la polizia giudiziaria possa intervenire su un maltrattamento o una violenza familiare in modo autonomo, ma non sia nella facoltà di intervenire su un maltrattamento di animali per reprimerlo. Solo in una fase successiva potranno essere necessari accertamenti tecnici e perizie.

La creazione di questa indebita sinergia non solo rallenta l’accertamento dei maltrattamenti, rendendolo talvolta inefficace, ma crea anche dei circoli viziosi più che virtuosi. Il parere del veterinario rischia di diventare prevalente rispetto a quello della polizia giudiziaria, che si troverebbe in questo modo svilita nel suo ruolo. Affermare che la scarsa persecuzione dei crimini contro gli animali sia imputabile ai veterinari pubblici sarebbe ingeneroso, ma dire che spesso si creino dei conflitti di interesse macroscopici, che sono i precursori delle omissioni, talvolta diventa un dato di fatto.

Un esempio da manuale: se un organo di controllo decide di fare una verifica per una segnalazione di maltrattamento ambientale in un allevamento e quest’ultimo è soggetto a controlli obbligatori da parte dei servizi veterinari, diventa molto difficile ottenere dagli stessi sanitari un parere che riconosca il maltrattamento ambientale causato ad esempio da una struttura fatiscente e non da un comportamento occasionale.

Questa è una realtà nella quale chi ha svolto attività di controllo si è certamente imbattuto, tanto da trovarsi i sanitari del servizio regionale spesso più come avversari che come alleati. Non tutti sanno che i veterinari pubblici sono ufficiali di Polizia Giudiziaria, nell’esercizio delle loro funzioni, con l’obbligo di informare l’Autorità Giudiziaria di ogni reato del quale vengano a conoscenza e con il dovere di impedire, ad esempio, che i reati a danno di animali siano portati a compimento.

Questa qualifica li carica di oggettive responsabilità che spesso non sono preparati ad affrontare, in quanto i veterinari pubblici non vengono formati per svolgere attività di polizia e nelle unità sanitarie delle Regioni non ci sono nuclei specializzati in investigazioni veterinarie sul campo. Un vuoto questo che raddoppia il rischio che il maltrattamento di animali non venga perseguito, in quanto una delle componenti basilari nella repressione potrebbe non essere nelle condizioni di effettuare validamente il compito che la legge gli affida.

Questo nonostante in Italia ci sia un centro d’eccellenza che molti paesi europei ci invidiano: il Centro di Referenza Nazionale per la Medicina Forense Veterinaria, che ha sede presso l’Istituto Zooprofilattico di Grosseto. Se fosse potenziato e dotato di uomini e mezzi sarebbe in grado di formare in modo eccellente squadre di investigatori veterinari, che sappiano come comportarsi, come accedere alle scene del crimine, come fare una fotografia dei luoghi con riprese e descrizioni che consentano al Pubblico Ministero di sostenere l’accusa.

Laura Arena, veterinaria esperta in benessere animale e membro del comitato scientifico di Kodami, è anche specialista proprio di Scienze forensi veterinarie. Arena ha spiegato proprio l'importanza di figure specializzate in questa materia in un articolo su Kodami, con una panoramica completa intorno all'ambito di azione che evidenzia la complessità della materia e le possibilità già esistenti che sono in effetti accessibili per molti professionisti interessati a questo settore.

Ciò che manca, però, è proprio la volontà da parte della pubblica amministrazione di potenziare la formazione del personale dipendente. Un tema che non può certo prescindere dalla professionalizzazione sul maltrattamento di animali della Polizia Locale e delle altre forze di Polizia Giudiziaria, che unitamente ai Carabinieri Forestali, hanno l'obbligo di reprimere questo odioso reato.

Il compianto magistrato Maurizio Santoloci, ai suoi corsi e nei suoi numerosi manuali parlava dei controlli sul benessere animale affermando che questi accertamenti erano troppo spesso eseguiti con il metodo del “così fan tutti”, ovvero voltandosi dall’altra parte. Un tema questo del quale bisogna avere invece il coraggio di parlare perché la tutela degli animali, prima che nei tribunali, la si raggiunge attraverso controlli seri, fatti da persone competenti, in grado di svolgere in modo efficace quelle funzioni che lo Stato gli attribuisce.