Arrivati in cima alla salita avrete a disposizione solo un’ora. Poi si tornerà indietro, verso la base da cui si è partiti. Non potrete toccarli, né avvicinarvi troppo, né tantomeno dar loro da mangiare. Ma quell’ora a tu per tu con i gorilla, statene certi, non ve la dimenticherete più. «Ho visto uomini commuoversi fino alle lacrime per essere riusciti a incontrare l’uomo della foresta» racconta Davide Palumbo biologo ed esperto di turismo naturalistico legato all’osservazione degli animali, che dal 2004 batte in lungo e in largo le foreste e i vulcani di Uganda e Ruanda per accompagnare chi ama incontrare gli animali nel loro habitat naturale e non in uno zoo.

Oggi, nella Giornata Mondiale del Gorilla, lo raggiungiamo al telefono per scoprire cosa fa battere il cuore in questi incontri e per sottolineare che questi viaggi, costosi e impegnativi, rappresentato un modo indiretto di fare, nel nostro piccolo, conservazione. «È proprio grazie ai viaggi naturalistici dedicati all’osservazione della fauna e dell’ambiente capaci di creare un’economia, che si è riusciti a fermare la deforestazione di questi territori e i gorilla di montagna, ridotti a 365 individui all’epoca della famosa primatologa Dian Fossey, ora sono tornati a superare le mille unità» spiega infatti Davide.

I pericoli per la sopravvivenza dei gorilla

Cucciolo di gorilla di montagna. Parco Nazionale di Bwindi Uganda (credits:WWF)
in foto: Cucciolo di gorilla di montagna. Parco Nazionale di Bwindi Uganda (credits:WWF)

Ma perché i gorilla sono così ricercati dai bracconieri? Il “bushmeat” (carne di animali selvatici) commerciato a prezzi altissimi, rappresenta la minaccia più grave. La carne di gorilla, infatti è purtroppo molto apprezzata e questo la rende ricercatissima, così come anche alcune parti del suo corpo. Ma a questo commercio illegale si aggiunge la deforestazione, che secondo stime recenti si aggira intorno ai 700 mila ettari di foresta abbattuti ogni anno per il suo legname, le malattie, le guerre e la perdita di ecosistemi dovuti alle attività umane e all’urbanizzazione. «I gorilla di montagna, dopo essere arrivati sull’orlo dell’estinzione, stanno finalmente aumentando di numero – conferma Isabella Pratesi responsabile fauna selvatica del WWF – Un tempo, questi primati erano solo 254 sui monti Virunga, oggi sono oltre 600 (più 400 nel vicino Uganda), e la chiave del successo risiede nella decisa lotta al bracconaggio portata avanti negli ultimi anni.

Complessivamente oggi si stima la presenza in natura di oltre 1.000 esemplari». Quindi tutte le iniziative e gli sforzi che, in questi, anni hanno contrastato la pratica inarrestabile del bracconaggio stanno dando buoni frutti, tanto che 4 anni fa la specie è passata da “in pericolo critico” a “in pericolo” nelle categorie di rischio della IUCN. «Nonostante l’incremento delle popolazioni e il record di nascite registrato nel 2021 (24 nuovi cuccioli) la specie è però ancora a rischio. A minacciare la sopravvivenza di questi primati non è solo il bracconaggio, infatti. Cambiamenti climatici, diffusione di patologie e deforestazione sono fattori che possono avere impatti gravi sulle popolazioni residue di questo affascinante primate».

Celebrare la Giornata Mondiale del Gorilla sostenendo progetti di conservazione

Gorilla di montagna, Virunga National Park, Repubblica Democratica del Congo (credits. WWF)
in foto: Gorilla di montagna, Virunga National Park, Repubblica Democratica del Congo (credits. WWF)

Un modo straordinario di celebrare la Giornata Mondiale del Gorilla può essere quindi quello di sostenere i progetti di conservazione con un viaggio in Africa alla scoperta dei luoghi che Dian Fossey scelse per sua la ricerca scientifica, trasformando per sempre il modo di rapportarsi e di studiare questi fantastici animali che condividono il 98% del loro DNA con gli umani. «Assolutamente sì, – commenta Davide Palumbo che, dal 2004, li ha incontrati quasi ogni anno durante i viaggi che organizza con Biosfera Itinerari, formata con un gruppo di colleghi biologi e zoologi e partner di Travel WWF. – Vedere un gorilla da vicino è l’esperienza che segna di più. Per l’imponenza, per l’ambiente, per le relazioni sociali che li legano e che sono così vicine a quelle degli umani. Guardare le loro mani, i loro occhi. Osservare come si toccano, come si avvicinano e poi vanno via insieme. Un’esperienza che non si dimentica».

Meglio ancora se con la consapevolezza che i soldi che si spendono, obiettivamente non pochi, serviranno a sostenere una causa fondamentale per il futuro del Pianeta. «Questi viaggi sono strutturati intorno all’esperienza dell’incontro con questi animali che avviene nel corso di una giornata di trekking che può durare fino a sei ore, perché la ricerca dei gorilla all’interno dei territori in cui si muovono liberamente, si fa camminando lentamente anche attraverso territori aspri e in mezzo alla foresta e alla boscaglia».

La partecipazione a queste giornate è rigorosamente calendarizzata dal Paese dove si trovano le popolazioni superstiti di gorilla: Uganda, Rwanda e Repubblica Democratica del Congo, anche se quest’ultima destinazione è considerata poco sicura e quindi sconsigliata rispetto alle prime due. «Il permesso giornaliero viene rilasciato da Uganda e Rwanda a gruppi di massimo otto persone per volta ad un costo che va da 850 a 1500 euro a persona a seconda del Paese». Il costo dell’ingresso include la presenza di un tracker, cioè quella figura locale che fa da collegamento tra il gruppo di visitatori e le famiglie di gorilla. «I tracker sono fondamentali: sono coloro che, il giorno precedente all’escursione, seguono i gorilla fino ai luoghi dove si fermano a dormire. E proprio questi ricoveri notturni saranno il punto di riferimento per il percorso dell’indomani, perché in base alla loro posizione si calcola dove, con un po’ di fortuna, si potranno incontrare».

Dove finiscono i soldi dei nostri viaggi

Nell’economia di questi paesi, questo turismo naturalistico è fondamentale per aiutarne l’economia e, contemporaneamente, sostenere i progetti di conservazione gestiti all’interno dei parchi naturali dove abitano gli stessi gorilla. «Le quote di ingresso vanno completamente ai Paesi che ospitano questi percorsi, che li impiegano secondo le diverse politiche di sostegno ai parchi nazionali. In ogni caso una cifra tra il 5 e il 10% è destinata direttamente alle comunità che vivono nelle vicinanze dei parchi per le loro attività e viene riservata una quota anche per il risarcimento dei danni che i gorilla possono provocare nei territori abitati. Invece le quote che i viaggiatori versano direttamente ai cosiddetti portatori rimangono a loro».

Altra figura fondamentale della giornata di trekking, infatti, è quella del portatore: si tratta di abitanti locali che accompagnano il gruppo dei turisti portando loro bagagli e vettovaglie. «Quando si arriva ad un centinaio di metri dai luoghi di avvistamento, viene lasciato tutto in custodia a loro, in modo che il gruppo libero da pesi possa continuare a salire raggiungendo i gorilla senza avere con sé nulla che possa provocarli o indispettirli. In genere ognuno porta con sé solo la macchina fotografica, perché anche cibo e acqua sono severamente vietati». Ai portatori a fine giornata si corrisponde una quota che normalmente va dai 20 ai 40 dollari. «Ma quelli sono soldi che arrivano direttamente nelle tasche della comunità. Infatti, è un lavoro che si fa a rotazione in modo che ognuno possa guadagnare dalla presenza dei turisti».

Dian Fossey e la sua ricerca: da 55 anni si continua nel suo nome

Il World Gorilla Day della Dian Fossey Foundation (@gorillafund.org)
in foto: Il World Gorilla Day della Dian Fossey Foundation (@gorillafund.org)

L’interesse per questo genere di viaggi sta aumentando. «Il trend è sicuramente positivo – spiega Davide – se si esclude il periodo del covid e quindi del fermo del turismo, si tratta sicuramente di dati in crescita. Gli anglosassoni continuano ad essere i più presenti, ma gli italiani ormai sono moltissimi. E oltre ai gorilla di montagna di Uganda, Rwanda e Repubblica Democratica del Congo, ora anche la Repubblica Centro Africana, dove c’è la possibilità di incontrare nei loro habitat i gorilla di pianura, sta aprendo al turismo naturalistico. Con molte difficoltò, per la mancanza di infrastrutture e per la difficoltà a raggiungere luoghi così impervi che per arrivare l’ultimo tratto si copre in elicottero. Certo, sono viaggi ancora più costosi, ma forse sono quelli che ti portano a contatto con l’Africa più vera. Una specie di paradiso sulla terra».

Intanto sono passati 55 anni dal giorno in cui Dian Fossey ha cominciato con il suo lavoro con i gorilla, che lo scorso anno ha portato all’apertura di un nuovo Campus dedicato allo studio. «La Giornata Mondiale dei Gorilla è nata il 24 settembre 2017 per celebrare il 50 ° anniversario del lavoro del Dian Fossey Gorilla Fund  – spiega Veronica Vecellio, la primatologa italiana che sulle orme della studiosa inglese si è trasferita da molti anni in Africa per studiare i gorilla. –  Fu quel giorno del 1967 che Dian Fossey installò le sue due tende e iniziò la rivoluzionaria ricerca sui gorilla di montagna nelle foreste del Ruanda.

Ora, dalla prima Giornata mondiale dei gorilla di cinque anni fa, il Fossey Fund ha intensificato notevolmente gli sforzi per proteggere e preservare i gorilla e i loro habitat forestali e sostenere i mezzi di sussistenza delle persone nelle comunità circostanti. Il Fondo Fossey oggi protegge quasi 600.000 acri di alcune delle foreste più ricche di biodiversità della terra, i veri polmoni del pianeta. È il progetto più antico e più grande al mondo ininterrottamente incentrato sui gorilla e dispone di uno dei più grandi database scientifici su qualsiasi specie». Progetti che contano sulla partecipazione degli amanti degli animali. Viaggiare in Africa è una possibilità, e anche un sogno di tanti. Se non è possibile si può però tenersi informati sul lavoro di protezione e contribuire alla prosecuzione degli studi e al benessere degli animali, sostenendo la raccolta di fondi.