Un recente studio spiega come i mammiferi più longevi, come orsi ed elefanti, con cucciolate composte da pochi individui, rispondono meglio agli eventi meteorologici estremi causati dal cambiamento climatico rispetto alle loro controparti con vita più breve e cucciolate più numerose.

Il cambiamento climatico si traduce in diversi modi a seconda delle latitudini e uno studio pubblicato su eLife dalla University of Southern Denmark ci spiega di più riguardo i suoi effetti sugli animali. Climi una volta miti tendono a continentalizzarsi, con inverni  rigidi ed estati caldissime, mentre climi temperati, come quello mediterraneo, tendono sempre più a tropicalizzarsi, con estati che sembrano sempre più stagioni monsoniche, con forti temporali che si concentrano in pochi giorni.

Questi cambiamenti atmosferici sono fra le principali cause del perché gli habitat si stanno modificando: pianure si allagano per le forti piogge e torrenti si prosciugano per la siccità. Ogni specie, però, reagisce in modo diverso. Alcune sembrano destinate a sparire mentre altre si stanno progressivamente adattando ai cambiamenti epocali prodotti dall'uomo.

Nello studio danese i ricercatori hanno raccolto i dati sulla variazione della popolosità di 157 specie di mammiferi di varia taglia e li hanno correlati alle condizioni climatiche dei loro habitat in un periodo di tempo di almeno 10 anni. Lo studio si è focalizzato principalmente sugli effetti di lunghi periodi di siccità o di intense piogge.

Così facendo i ricercatori hanno scoperto che gli animali che vivono a lungo e hanno pochi figli, come lama, pipistrelli ed elefanti sono meno vulnerabili rispetto a quelli che vivono per poco tempo e hanno molti figli, come topi, opossum e woylia, un raro marsupiale che un tempo aveva un areale che ricopriva più del 60% del continente australiano, ma che oggi ne ricopre meno dell'1%.

Sono proprio loro i primi a soccombere ai fenomeni atmosferici più estremi per via delle loro abitudini particolari che li rendono piuttosto suscettibili ai cambiamenti ambientali o data la loro già fragile situazione conservativa. Ad esempio, il woylia è un particolare animale che ha abitudini rigidamente notturne e non è gregario. Durante il giorno riposa in nidi nascosti, costruiti con erba e pezzi di corteccia, mentre di notte si procaccia il cibo e cerca un partner per l'accoppiamento. Generalmente abita sia le foreste temperate che le macchie aride e sono soprattutto questi ultimi a patire le forti piogge torrenziali che allagano le loro tane e distruggono i pochi rifugi che possiedono.

Se da un lato i ricercatori dovranno affrettarsi ad immaginare nuovi metodi di conservazioni per questi piccoli marsupiali, dall'altro la scoperta che animali più grandi sono relativamente al sicuro dai cambiamenti atmosferici fa tirare un sospiro di sollievo. Fra le specie analizzate che sono di grossa taglia e che sono a rischio d'estinzione ci sono l'elefante africano, la tigre siberiana, lo scimpanzé, alcune specie di pipistrello, il lama, la vigogna, l'orso grizzly e il bisonte americano. Persino il rinoceronte bianco, soggetto principale dal bracconaggio e attualmente a serio rischio di scomparsa, avrebbe la capacità di resistere bene a questi fenomeni atmosferici.

La ragione principale della resistenza di questi animali è spiegata chiaramente: animali grandi e che figliano poco resistono meglio perché possono concentrare i propri sforzi di riproduzione e ricerca del cibo durante i periodi più favorevoli. Invece, oltre alla distruzione fisica degli habitat, le perturbazioni atmosferiche eccessive hanno un effetto diretto molto maggiore sul nutrimento di animali come topi, opossum, lemming, volpi, ermellini e scoiattoli che sono quindi i più duramente colpiti da eventi così devastanti.