"Ha preso un cane perché non ha avuto figli". "Tratta il cane come un figlio". "Preferisce i cani ai bambini". "Tu hai un cane, mica un figlio", "Ti sei presa un cane perché non volevi affrontare i problemi che un figlio dà e un cane no". E potrei andare avanti così con altre frasi simili che mi sono state dette o che qualcuno avrà solo pensato vedendo Frisk e me. Oppure, andando nel senso opposto, ecco altre convinzioni che potrebbero invece essermi attribuite, sempre e solo senza nessuna conoscenza reale della relazione che ho con il mio compagno di vita a quattro zampe: "Il cane è meglio di un bambino", "Avere un cane è come avere un figlio". "Beata lei che ha un cane che la ama incondizionatamente e non un figlio che ti contrasta e risponde a ogni cosa".

Nel giorno della Festa della Mamma, così, le possibilità erano tre, dal mio punto di vista: fare gli auguri alla mia e basta. Postare una foto di Frisk e me circondati da un cuore in stile "orgogliosa mamma di un peloso" oppure provare a ragionare su quanto sia davvero stonato, oggi, confondere il rapporto tra un animale umano come me e un animale come il cane con quello che si crea tra due soggetti della stessa specie, madre e figlio, appunto. La prima cosa ovviamente già l'ho fatta, la seconda non posso, perché non mi sento la madre del mio cane e, dunque, eccomi a proporvi una riflessione sulla terza.

Donna e senza figli: quando si pensa che la maternità sia un obbligo e il rapporto con il cane un surrogato

E' davvero difficile per noi esseri umani non applicare un'etichetta a qualcuno. Del resto lo facciamo anche su noi stessi, figuriamoci se ci esimiamo nel giudicare gli altri. La difficoltà di uscire dalle gabbie sociali in cui siamo immersi, poi, contribuisce tanto a rafforzare questa predisposizione, con il macigno sulle spalle di anni di cultura massificante e l' "obbligo" di identificazione in ruoli prestabiliti. Per secoli, e ancora è così in tanti posti del mondo, ci hanno inculcato che guardare chi non rappresenta il luogo comune è una sorta di appiglio per sentirsi "normali", una giustificazione per non fermarsi invece a pensare a ciò che accade "in casa propria" ma continuare a spiare nel buco della serratura della vita degli altri. E le donne, soprattutto, questo Grande fratello di riprovazione e giudizio, se escono dal solco tracciato da altri, se lo portano dietro da tempo immemore.

Se sei una donna che vive sola con un cane e ha anche superato l'età della maternità, poi, sei un bersaglio perfetto per rappresentare una persona dal cromosoma x che nel sentito comune, ancora sì, per essere realizzata avrebbe dovuto partorire. Se poi condividi la tua quotidianità anche con un animale domestico, allora si rafforza ancora di più l'idea che lo fai perché: «Non ha avuto un figlio, ovvio».

E il pensiero unico vuole proprio amalgamare le idee, farne una massa senza angoli e sfaccettature, fare in modo che si pensi con morbosità e riprovazione che ci sia "qualcosa da nascondere" quando si stanno mettendo le mani, invece, dentro quel vaso prezioso e personale di ogni donna in cui vi sono conservati momenti della propria vita fatti di scelte o di eventi che non sono accaduti. E di cui, semplicemente, gli altri nulla sanno. Voluto o non voluto un figlio, la verità è che poco dovrebbe interessare a chi non fa parte della tua vita e l'elemento cane o gatto che sia, in più, dovrebbe essere proprio un aspetto da non considerare.

Allo stesso tempo non si può, però, parlare di massificazione del pensiero se non si ricorda che quella combinazione donna sola + cane = voleva un figlio ma non l'ha avuto è dovuta anche al fatto che sì, molte donne effettivamente hanno preso un animale domestico con loro perché non hanno avuto un figlio e ne esasperano questo aspetto, rendendolo un surrogato a quella che percepiscono come una mancanza. Del resto il fuoco che alimenta i pregiudizi, purtroppo, a volte è ravvivato anche da chi fa parte di quella categoria di chi poi quei pregiudizi li subisce.

I social non aiutano in questo, qualcuno starà anche pensando: lì c'è la massima summa delle estremizzazioni, per tutti gli argomenti e non solo per cani, gatti & Company. Eppure le reti sociali, puntualmente vituperate ma tanto frequentate comunque, sono lo specchio della realtà: potenziano ed esasperano i messaggi, sicuramente, ma siamo sempre noi e solo noi che li utilizziamo. E oggi non mi meraviglierà, ancora una volta, scorrere le bacheche della mia "bolla" e vedere quanti tra noi amanti degli animali proprio rafforzeremo quell'idea che trattiamo i cani come bambini, "come i figli che non avete avuto o che non avete voluto" direbbe qualcuno, appunto, trasformando il nostro amore in un giudizio di vita e in quella che diventa poi una posizione politica, lì dove per politica si intende l'arte (o la professione) di indirizzare le persone e la vita pubblica.

Festa della Mamma: sì, chi vive con un cane lo dovrebbe fare con la responsabilità di un genitore

E' la Festa della Mamma, oggi, e delle tre possibilità su accennate di come parlarne su Kodami che avevo in mente, al di là delle riflessioni, sono dunque qui a testimoniare la mia esperienza. Non certo relativamente al perché non ho figli: come diceva un vecchio spot del macho di turno che invece farò mio senza alcuna intenzione di sfida al gioco dei ruoli maschio/femmina ma solo per puro divertimento: "sono solo fatti miei". Ma invece vorrei puntare l'attenzione su un unico messaggio: i cani non sono bambini, semplicemente. E non sono figli ma compagni di vita, come ho subito definito Frisk all'inizio di questo articolo.

Nella relazione con un cane certo che ci sono delle similitudini con i rapporti tra umani, anche perché noi da umani ragioniamo, in quanto tali siamo. Lo sforzo, però, è proprio quello di ricordarci che siamo specie diverse, da una parte e dall'altra in un rapporto unico e meraviglioso e che sta a noi riuscire a comprendere qual è il confine tra come ci relazioniamo tra uomini e donne e come farlo con un altro essere vivente che ha quattro zampe, molto pelo e decisamente un'etologia (comportamenti) diversa dalla nostra.

Quello che lega, o dovrebbe legare, una persona all'animale che ha scelto di far entrare nella sua casa è sicuramente il senso di responsabilità che è l'elemento fondante su cui si deve basare la scelta di adottarlo e che anche dei genitori, ovviamente, hanno nei confronti di coloro che mettono al mondo. Dal punto di vista della relazione con l'animale domestico, però, a differenza di un bambino che crescerà e con cui ci confronteremo verbalmente, non potremmo mai sapere invece da quel cane o quel gatto se quando ci ha conosciuto ha pensato: "Ehi, voglio proprio vivere con te". Siamo noi che l'abbiamo deciso, con buona pace di chi, come me, pensa e racconta che "anche lui mi ha scelto" e pur essendo certi che ogni giorno comunque il nostro cane ci dimostra il suo grande affetto e desiderio di stare con noi. Non lo sappiamo e non lo possiamo provare scientificamente, dobbiamo rassegnarci a questo sebbene condivido totalmente la sensazione che quando si incontra l'animale della propria vita ci si sente scelti a nostra volta. Ma una sensazione non può essere un fatto accertato e scontato per tutti e allora far entrare un cane nella propria vita deve essere prima di tutto un atto di responsabilità nella consapevolezza che durerà per tutta la durata della sua esistenza.

Una presa di coscienza sul proprio ruolo e i propri compiti, dunque, in cui c'è sicuramente similitudine con ciò che caratterizza il rapporto genitore – figlio, soprattutto nella parte iniziale e poi di formazione nella vita di un altro individuo. Ma ecco che, a proposito di etologia e rispetto delle singole individualità in ogni specie, c'è un altro aspetto simile ma differente che ha che fare sia con l'essere genitori che umani di riferimento di un cane. I cani, come le persone, non sono degli "eterni bambini" ma soggetti che si evolvono, che seguono un percorso, come per noi, che li porta a nascere, crescere e morire e durante a fare esperienze e affrontare la vita in tutti i suoi aspetti, positivi e negativi. Mentre però da genitore un essere umano a un certo punto deve avere il coraggio di lasciar andare i propri figli, una persona che invece vive con un cane no, non potrà farlo inteso come "vai fatti una tua vita indipendentemente da me".

Allo stesso tempo, però, se considerassi il mio cane un eterno cucciolo non sarei un punto di riferimento corretto per lui, ma solo un'egoista che, appunto, privandolo della sua indipendenza e libertà di scelta magari sta riversando le sue "mancanze" (e non necessariamente quelle legate alla non genitorialità ma pensate anche al rapporto possessivo con un partner ad esempio) su un individuo di un'altra specie. Il cane di famiglia non è un pupazzo: nei limiti della sua inevitabile dipendenza da noi sono tante le esperienze che può fare ma appunto sempre e comunque in relazione a un legame imprescindibile con l'umano che è un dato di fatto per il "pet". Ed è proprio su questo punto che le esperienze di relazione con un cane o con un bambino si separano e esce fuori tutta la diversità che c'è, giustamente, nel rapporto madre-figlio e umano-cane di famiglia.

Essere dei genitori sufficientemente buoni con i figli. Essere punti di riferimento costanti con i cani

"I genitori credono spesso di dover essere perfetti per dare il meglio ai figli, ma per fortuna basta essere sufficientemente buoni", diceva lo psicologo Donald Winnicott nel secolo scorso: sarebbe già questo effettivamente un grande traguardo da raggiungere nell'educazione dei figli. Ma con i cani non può invece bastare. Con Frisk io devo riuscire a trovare un equilibrio che ci accompagni e si modifichi ogni volta al passaggio di nuove esperienze e nuove età ma non ci sarà mai un momento in cui le nostre strade si separeranno. Con lui io non posso permettermi di essere "sufficientemente buona", devo impegnarmi per essere almeno buona, sicuramente mai perfetta perché nessuno di noi lo è, e coerente nel tempo e sempre presente. La nostra vita è insieme, non arriverà una nuova fase in cui se ne andrà, per lui non c'è qualcosa o qualcuno più importante al di fuori della nostra sfera familiare: comunque e sempre il suo benessere dipenderà da me.

Così no, non sono la madre da cui Frisk tornerà ogni tanto, una volta che come un figlio sarà cresciuto e maturato. E il mio ruolo di compagna umana di un cane non può essere, semplicemente, messo in una parola come "mamma" che non riguarda il suo mondo canino ma il nostro umano, anche se al principio mi sono sicuramente sostituita a quella cagna che davvero gli ha dato la vita ma solo per quel che riguarda l'essere, appunto, un nuovo punto di riferimento. Non sono la madre del mio cane, dunque, ma sicuramente con chi ha un figlio condivido pensieri e preoccupazioni perché amo un individuo che fa parte della mia vita e sono interessata a vederlo felice e a contribuire perché davvero lo sia.

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