Dr.ssa Alexandra Horowitz con Finnegan
in foto: Dr.ssa Alexandra Horowitz con Finnegan

«Viveva nell'Upper West Side di Manhattan ma frequentava anche Riverside e Central Parks, dove era ammirato per le sue rapide corse, per il suo aspetto simpatico, la sua faccia ansimante e la coda sempre scodinzolante. Amava rubare le palline degli altri cani e si rifiutava poi di restituirle».

Il dolce ricordo di Finnegan è stato scritto sul New York Times dalla sua umana Alexandra Horowitz, ricercatrice esperta in cognizione animale e responsabile del Dog Cognition Lab della Columbia University, dove si occupa di studiare il modo in cui i cani percepiscono sé stessi, i propri simili e gli odori del mondo in cui vivono. La dottoressa ha dovuto affrontare la morte del suo amico e fedele compagno di avventure Finn «anche noto come Kiddo, Mouse, Sweetie o Mr. Nose».

Nelle storie, nei libri, nelle lezioni e nei numerosi video delle conferenze di Alexandra Horowitz pubblicate su YouTube, non mancano mai esempi nati nel quotidiano della loro vita di tutti i giorni insieme e attraverso questi aneddoti migliaia di persone hanno imparato a riconoscere lo sguardo e il muso del suo compagno di vita.

Chiunque abbia letto i suoi libri poi lo ricorda fin da cucciolo, durante il primo incontro in canile. E molte persone hanno imparato poi ad ascoltarlo come un amico saggio ed esperto di olfatto in Una questione di naso, il libro in cui Horowitz si lascia trasportare dalla sua percezione del mondo attraverso gli odori e apre ai lettori un passaggio importante per comprendere il mondo sensoriale dei cani.

Non c'è spazio per Finnegan nei necrologi del New York Times

Horowitz scrive da anni sul New York Times, affrontando le tematiche che riguardano il suo campo di ricerca e, in questa triste occasione della sua vita, ha voluto condividere con i lettori il suo lutto, descrivendo con dolcezza ed affetto la personalità del suo compagno: «Era entusiasta di incontrare persone e cani, amava annusare da vicino, giocare e farsi strapazzare. Era simpatico e amichevole. Un vero e proprio cane esemplare – scrive l'autrice – Grazie alle sue foto nelle slide e sulle copertine dei libri, veniva spesso riconosciuto per la strada».

Non manca però una nota di rammarico nelle parole dell'autrice che sottolinea come la morte del suo amico Finnegan purtroppo non abbia trovato spazio tra le pagine della sezione Obituary del New York Times, ovvero nei necrologi che la stampa anglosassone riserva alle personalità di spicco.

E ciò è accaduto perché, racconta Horowitz, il responsabile dei necrologi William McDonald, «non ha ritenuto Finn all'altezza». Non perché non avesse condotto una vita esemplare o non fosse stato un cane straordinario, ma per il semplice fatto di non essere un umano: «Ritiene che sia incongruo vedere la storia di un animale come un cane o un cavallo sulla pagina del necrologio – scrive la ricercatrice –  Non va ricordato accanto a uomini e donne che hanno vissuto vite esemplari e realizzato imprese».

Come se i cani non realizzassero imprese, non fossero protagonisti di esperienze leggendarie e non vivessero vite esemplari e come se il lutto che sta vivendo la ricercatrice fosse di minor importanza solo perché il suo ricordo è dedicato ad un cane.

Lo scivolone del NYT in contro tendenza con la società che vuole riconoscere la dignità di ogni amicizia

«Finnegan mi ha mostrato la ricchezza del mondo che avevo trascurato e grazie a lui sono cambiata per sempre – scrive Horowitz – Nella vita gli animali sono trattati raramente con il rispetto che meritano. Quando muoiono però potremmo avere un'ultima opportunità per farlo».

Ma come è possibile che proprio una rivista come il New York Times, così attenta alle mutazioni della società ed al progresso culturale sia finita in un accadimento tale? McDonald ha impedito a Finnegan di avere spazio tra le stesse pagine che però, in passato, avevano ospitato tra gli altri il necrologio della cagnolina Laika, lanciata nello spazio a bordo dello Sputnik 2 nel 1957 e in tempi più recenti anche quello di Gus, l'orso polare dello Zoo di Central Park, defunto all'età di 27 anni.

«Potrebbe essere a causa del bisogno di rimarcare l'importanza della vita umana rispetto a quella degli altri animali – commenta Horowitz – Ma è particolarmente strano dato che così tanti di noi scelgono di vivere vicini agli animali lasciandoli entrare nelle case, nel soggiorno e persino nei letti».

Quella del giornalista responsabile della sezione del New York Times è, alla fine, un'occasione sprecata perché siamo in un'epoca in cui sempre più persone vivono la relazione con il cane in modo genuino, rispettoso della specificità dell'altro e in un rapporto di amicizia e condivisione di tempo e emozioni. Sempre più spesso, del resto, la società risponde con maggiore sensibilità e attenzione, considerando il dato di fatto di relazioni che si creano tra uomini e cani sin dalla notte dei tempi e che in epoca moderna ancora si dipanano in storie di individui che si accompagnano nelle sfide della vita, finché uno dei due se ne va. Lasciando il vuoto. Un'assenza che non è più o meno grande di quella che lascerebbe un amico umano ma un vuoto unico che la stessa Horowitz ha descritto al meglio: la sofferenza causata dalla perdita di «un vero e proprio compagno di viaggio» dopo 14 anni e mezzo di amicizia.