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6 Luglio 2021
10:39

Mustafà, il cane libero maestro di vita per la cucciola Lillina

Sono tanti i pregiudizi che abbiamo nei confronti di alcune zone del nostro paese in quanto a tutela e gestione dei cani, ma dovremmo mettere l’accento su cosa possiamo fare perché possa cambiare qualcosa, senza inutili lotte nord contro sud. La storia del cane libero siciliano Mustafà e della cucciola Lillina, abbandonata in spiaggia.

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Istruttrice cinofila
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A volte sono tanti i pregiudizi che abbiamo nei confronti di alcune zone del nostro paese in quanto a tutela e gestione dei cani. Sicuramente come in ogni posto, esistono bacini di provenienza di cani abbandonati numerosi rispetto ad altri ma non è assolutamente detto che questo sia direttamente proporzionale al luogo geografico. Dovremmo mettere l’accento su cosa possiamo fare in Italia perché da un punto di vista culturale, sociale e politico possa davvero cambiare qualcosa senza armarci in quelle lotte nord contro sud, che non aiutano affatto gli animali.

Una vacanza in Sicilia: Giovanni e Mustafà

Quello era il primo anno in cui finalmente mi ero concessa una piccola vacanza dagli impegni di lavoro e familiari. I miei genitori avevano espressamente chiesto di tenere i bambini al mare da loro e ai piccoli avrebbe fatto bene starsene coi nonni. Così io, in accordo col mio amico Giovanni, mi sarei concessa una tanto agognata settimana in Sicilia. Giovanni lo avevo conosciuto in Toscana dove lavorava come giardiniere per una famiglia vicino casa mia e ci eravamo soffermati a parlare tante volte quando mi vedeva passare con i miei cagnoni a passeggio dalla strada che portava al lago sopra casa. Mi aveva raccontato tante volte che il suo cane, Mustafà, viveva a casa dei suoi genitori mentre lui girava l’Italia per dei lavori stagionali e sempre si soffermava a dispensare qualche carezza ai miei con quel velo di malinconia negli occhi, raccontandomi che non vedeva l’ora di tornare nella sua bella Sicilia e dal suo amico Mustafà. Mi raccontava delle loro gite al mare da mattina fino a sera, delle spiagge deserte a settembre e della fortuna di vivere in un posto tanto bello. I suoi racconti erano così carichi di colori e profumi che mettevano solo voglia di andare a vedere coi propri occhi quella bellezza.

Mustafà era un cagnone nero che per quattro anni si era aggirato nel paese dove viveva e veniva accudito e sfamato un po’ da tutti. Non aveva mai dato fastidio a nessuno, era un cane assolutamente ben voluto e integrato con le persone del paese fin quando iniziarono ad accorgersi che zoppicava vistosamente e che perdeva pelo. Giovanni, supportato dal buon cuore di altre persone del posto, lo aveva portato in visita a tanti chilometri di distanza, in una clinica veterinaria molto rinomata e costosa. Il cane aveva la leishmania: non era nulla di preoccupante ma avrebbe dovuto seguire una terapia e tenere sotto controllo le cose nel tempo. Così, di comune accordo con gli altri concittadini, Mustafà era diventato un “cane di quartiere” e dopo un piccolo periodo di stallo per la terapia iniziale nell’orto del nonno di Giovanni per non incorrere nelle temperature roventi di quell’agosto e una volta stato meglio era tornato ad essere il cane del paese che però , ormai, come tutti dicevano ridacchiando, si era accasato davanti al portone di casa di Giovanni. E alla fine è così che andò: dal portone si passò all’avere un collare e una medaglietta e, dopo, a farlo stare in casa nelle ore più bollenti e al caldo nelle sere più fredde dell’anno. Il mio amico mi mostrava orgoglioso le foto sul suo telefono del grande Mustafà e mai nome fu più azzeccato per quel cagnone nero a metà fra essere alto come un Alano e snello come un Levriero. Non vedevo l’ora di conoscerlo e dopo le tante telefonate con Giovanni, gli orari dei bus, il traghetto e le mille peripezie, ero finalmente pronta per quel viaggio e quella meritata vacanza con grande emozione.

L’incontro con il cane libero Mustafà

Arrivata dopo un viaggio davvero lungo e pieno di contrattempi nel paesino dove viveva Giovanni, mi sembrava tutto piccolo e a misura d’uomo. I gatti stesi sotto le auto in cerca di fresco, le persone sorridenti e curiose verso la turista che accompagnava il loro compaesano e finalmente l’incontro con il grande Mustafà. Arrivò letteralmente galoppando come un cavallo, felice e scodinzolante e ci seguì in tutti giri d’obbligo che facemmo quel pomeriggio. Una giornata splendida tra la buonissima granita al caffè in piazza, la passeggiata sul lungomare e l’arrivo a casa di Giovanni col chiosco dell’orzata vicino di suo zio. Mustafà era un cane veramente ben voluto e integrato nonostante la stazza e non perché ormai fosse praticamente adottato dalla famiglia di Giovanni ma perché davvero aveva tutte le carte in regola per sapersi muovere in paese: attento nei confronti delle persone, concentrato nell’attraversare le strade, mai fastidioso verso altri cani o gatti incontrati in giro.

L’indomani saremmo andati tutto il giorno al mare ed ero davvero curiosa di vedere se anche in un ambiente diverso avrebbe mostrato il suo equilibrio. Avevamo già incontrato diversi cani durante i nostri giri e lui aveva dimostrato di essere molto rispettoso e riflessivo: il cane che tutti sognerebbero, praticamente ed era stata la vita ad insegnargli quel talento, non certo le persone. Era stata la sua esperienza in strada ed in paese, non un guinzaglio. Ero letteralmente affascinata e la mia meraviglia cresceva anche dal fatto che la sua taglia era importante: mi sembrava un sogno quello che vedevo. Mustafà non aveva bisogno di camminare “legato” a qualcuno, aveva la capacità di stare sul marciapiede, di scrutare per attraversare, di fermarsi steso e tranquillo in attesa del nostro prossimo giro. Pensavo a i miei cani e a quanti di loro avrebbero potuto fare la stessa cosa in un paese come quello e la libertà costruita su questo talento di autogestione che Mustafà aveva mi sembrava il più grande dei regali che un cane possa ricevere nella sua vita. Ogni cane meritava di averla e di potersela costruire: sognavo, ad occhi aperti, sapendo che questo mondo ideale purtroppo non poteva esistere ma sapere che chissà quanti cani come Mustafà esistevano in giro, mi dava comunque un senso di felicità.

Lillina: una cagnetta in regalo in spiaggia

La mattina seguente arrivammo in spiaggia molto presto: l’acqua era limpida e già calda, le dune coi gigli di mare perfette e sinuose e Mustafà, felice quanto noi, si era lasciato andare ad una galoppata sulla battigia prima di riprendere ad annusare i mille odori fra le alghe secche del bagnasciuga e i legni portati a riva dalle onde. Dopo qualche ora era già molta la gente arrivata in spiaggia ma nulla in confronto ai lidi affollati dove si sta a pochi centimetri l’uno dall’altro. Scorgemmo in lontananza una donna che si avvicinava con un cane al guinzaglio e pareva venire proprio verso di noi. Mustafà non si scompose neanche quando fu praticamente in piedi davanti a noi, accaldata e stanca, con questo cagnetto microscopico che aveva trascinato e più provato di lei. Fu immediato per me porgergli la ciotola dell’acqua di Mustafà che conservavamo all’ombra senza neanche chiedere la sua opinione mentre la donna iniziò una nenia infinita su questa cagnolina chiedendoci se la volevamo perché lei la regalava.

Sgranai gli occhi, forse non avevo capito bene e mi girai interrogativa verso Giovanni che nel mentre sosteneva una conversazione piuttosto accesa in dialetto con la donna. Capivo poco ma cercavo di interrompere e di porre domande: quella donna era in spiaggia cercando di regalare il cane? Era venuta per fare questo? Giovanni si affrettò a spiegarmi le sue parole mentre cercava di convincerla che non le avrebbe dato una lira. Iniziava a parermi tutto surreale e per mettere fine a quella pantomima ad un certo punto gridai: «Basta! La prendo io!». Mi alzai e strappai il guinzaglio di mano alla signora che pretendeva di volere da noi indietro quanto diceva di aver speso per le cure della cagnetta, ovviamente costi non dimostrabili e così, con fare davvero maleducato, le intimai di andarsene. Ero anche un po’ stupita dalla mia reazione e dall’averla trattata male, fino a che Giovanni mi spiegò che la piccola era stata portata a casa da una delle sue figlie e loro non potevano tenerla. Mi pentii di averle gridato addosso ma ormai ero lì, con questa scricciola i cui occhi erano più grandi del resto del corpo, con Giovanni che mi chiedeva come avrei fatto a tenerla che ne avevo già cinque di cani e intanto con Mustafà che attendeva una sola cosa: potersi avvicinare una volta calmata la concitazione. E così fu che il canone nero la annusò, la piccola si spanciò e lui si mise affianco a lei. In quella settimana, veterinario a parte, passammo tutto il tempo con la piccola che si divideva fra noi e le attenzioni del fido Mustafà. La lasciai da Giovanni per un mese alla mia partenza, me l’avrebbe riportata lui una volta tornato in Toscana con tutti i vaccini completi che io in una settimana scarsa non avrei potuto fare. Mi impegnai a pagare tutto nonostante le reticenze di Giovanni e Lillina, quello era il nome che avevamo scelto per lei, arrivò da me per trovare una nuova famiglia. E successe molto presto: la sua adozione arrivò dopo poco tempo perché Lillina era una cagnolina veramente in gamba e gli insegnamenti di zio Mustafà avevano già attecchito rendendola una cucciola posata e riflessiva. Ecco, la grande fortuna di Lillina e anche la mia è stata conoscere quello splendido cane e poterlo entrambe osservare e apprendere da lui: di tutte le cose belle che Giovanni mi aveva raccontato solo incontrandolo e vedendolo anche insieme a quella “nipotina” a cui abbiamo poi permesso di avere una splendida vita ho compreso fino in fondo che effetto fa osservare un cane libero mentre prende decisioni per le sue azioni. Mustafà aveva lo sguardo della libertà di scelta.

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