«Oggi Garibaldi scriverebbe una lettera per chiedere la fine degli orrori degli allevamenti intensivi». A parlare è Carla Rocchi, Presidente nazionale Enpa, l’Ente Nazionale Protezione Animali che ha compiuto proprio ieri 150 anni e che per l’occasione ha voluto ricordare l’eredità importante che il patriota, fondatore in pratica dell’Associazione, ha lasciato: proteggere e tutelare gli animali, sempre.

150 anni che sono una grande soddisfazione per la presidente: «Questa lunga tenuta dell’associazione è evidentemente il segnale che di un ente di questo genere c’era bisogno e che Garibaldi aveva visto giusto. Le necessità sono state colte negli anni e noi abbiamo colmato uno spazio che era drammaticamente vuoto: la tutela degli animali. Quello che si poteva fare in questo settore è stato fatto al meglio, tanto che è l’associazione di maggiore durata e di riconosciuto prestigio. Insomma, abbiamo fatto il lavoro nostro come si deve. Ma la cosa più importante è stata sicuramente far uscire l’associazionismo animalista da un ghetto culturale. Abbiamo superato il “benealtrismo”, quella brutta abitudine di dire che c’è sempre qualcos’altro da fare prima. Considero questo il maggior risultato, perché ora il volontariato animalista è un volontariato di prima linea, riconosciuto come tutti quelli legittimamente espressi».

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Questo anniversario arriva in un momento critico a causa della pandemia, ma è comunque l'occasione per fare il punto su tutti gli obiettivi ancora da raggiungere: «Se c'è una cosa che questa emergenza sanitaria ci ha insegnato – continua Rocchi – è che il rapporto con la natura e la fauna è assolutamente da ripensare. Non esiste l’idea di salvare il Pianeta senza pensare all’ecosistema. I politici devono capire che quando parlano di ecologia non possono considerare solo lo scenario intorno. Qualunque progetto o iniziativa deve comprendere anche gli animali. A partire dall’abolizione degli allevamenti intensivi, inaccettabili non solo da un profilo etico, visto la crudeltà che li caratterizza, ma anche da quello sanitario e ambientale».

Insomma, come dire, va affrontato il problema nella sua complessità, ma come? «Noi lo stiamo facendo da tempo. L’anno scorso per esempio abbiamo promosso un referendum europeo contro le gabbie degli allevamenti. Abbiamo raccolto milioni di firme e la situazione è stata portata al tavolo del Parlamento Europeo. Le associazioni, inoltre, sono anche riuscite a trovare una modalità collettiva di agire, alleandosi e facendo le cose insieme. E anche questo è un passo in avanti importante».

Un impegno crescente e costante, portato avanti dall’Enpa anche nel chiedere e ottenere le leggi negli anni sono state fatte, e non senza battaglie: «L’Italia ha le migliori leggi al mondo per la difesa degli animali. Non è quello il problema. Quello che ancora oggi rimane una nota dolente nel nostro Paese è la loro applicazione. Una situazione da cambiare. Una responsabilità che le istituzioni devono finalmente assumersi. La legge c’è va solo fatta applicare».

La storia dell'ENPA, che comincia con Garibaldi

L’associazione animalista nasce con una lettera del 1° aprile 1871 spedita da Caprera. A scriverla è lui, l’Eroe dei due mondi. Giuseppe Garibaldi. Da mesi ha una fitta corrispondenza con Anna Winter, traduttrice inglese e paladina dei diritti degli animali. Anna Winter gli scrive da tempo chiedendogli di favorire la fondazione di una società per la protezione degli animali in Italia.

Non che sia necessario perdere tempo per convincere Garibaldi, sul tema: il simbolo vivente del Risorgimento, ama gli animali al punto da vivere a Caprera con un gran numero di animali da cortile, con la sua amata cavalla bianca di nome Marsala, ma passa i giorni nel suo buen retiro isolano e non ha voglia di occuparsi di altro se non della sua quotidianità, del suo riposo e dei suoi debiti. Eppure il 1° aprile del 1871 scrive a Timoteo Riboli, suo medico personale, invitandolo a assecondare la richiesta di Anna Winter.

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Nasce così la Società protettrice degli animali, sede provvisoria a Torino in Via Accademia Albertina 29, primo piano. Lo statuto sarà stampato nel 1872 in quattro lingue. Erano gli anni in cui la tutela degli animali era orientata al sentimento di pietà, non si parlava ancora di diritti. Infatti la Società viene istituita “contro li mali trattamenti che [gli animali] subiscono dai guardiani e dai loro conducenti” e si prefigge, “oltre di frenare questi mali trattamenti”, “a) l’istruzione e il perfezionamento dell’arte dei conducenti; b) l’educazione loro e quella dei fanciulli a non incrudelire contro gli animali; c) l’ammaestramento a proporzionar le loro forze alle fatiche, agli usi, a cui si assoggettano; d) la conservazione e il miglioramento di essi”.

In Italia esistono già società locali per la protezione degli animali (a Napoli e a Venezia, Trieste non era ancora italiana), ma non hanno lo spirito con la quale nasce la Società torinese di Garibaldi, Winter e Riboli: una Protezione Animali nazionale per l’Italia unita. Fatta l’Italia, era necessario fare anche la Protezione Animali nazionale.

Il Paese cambia. Nel 1913 il senatore del Regno Luigi Luzzatti, già Presidente del Consiglio dei Ministri, nonostante l’opposizione e la derisione di Giovanni Giolitti, riesce a far approvare la prima legge italiana per la tutela degli animali.

Nel frattempo sono nate altre società locali e si sono riunite anche in una federazione nazionale, ma solo la Società torinese ha una visione di insieme ed è capace di incidere sulle scelte del Parlamento. Cresce velocemente nel Paese anche il sentimento per gli animali. Una federazione di società zoofile e per la protezione degli animali era stata già riconosciuta negli anni ‘20 e nel 1938 tutte le società, a partire dalla Società protettrice degli animali fondata Giuseppe Garibaldi, vengono sciolte e fatte confluire nell’Ente Nazionale per la Protezione degli Animali: un ente statale che sarà poi riformato nel 1954 con legge dello Stato, sotto il controllo del Ministero dell’Interno.

L’Enpa avrà queste caratteristiche fino alla fine degli anni 70 del ‘900. Il Paese è inquieto, sono gli Anni di piombo: impegnato ad affrontare una crisi sociale, economia e politica senza precedenti, il Governo nazionale e il Parlamento lavorano per riformare lo Stato, per snellirlo. Sono gli anni in cui l’attenzione cade sugli enti pubblici considerati “inutili”.  L’Enpa finisce in quel calderone indifferenziato, sta per essere soppresso, segnato (l’ente, ma soprattutto la causa che incarna) dal marchio dell’inutilità. Sarà risolutivo l’intervento personale e diretto di un altro simbolo della storia italiana, Sandro Pertini. Dal Quirinale, il Presidente partigiano manda alla fine di febbraio del 1979 alla tipografia della Gazzetta Ufficiale, il testo di un DPR. Sarà pubblicato il 1° marzo e riconoscerà l’Enpa, finora Ente Morale, ente di diritto privato (non più pubblico) potendo così continuare a svolgere la sua attività.

1° aprile 1871, 1° marzo 1979. Per l’Enpa c’è sempre un inizio, che comincia con il numero uno. Centocinquanta anni dopo i diritti degli animali sono cambiati, migliorati notevolmente. Ma molto ancora c’è da fare, certo.