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Etologa

“Ohana significa famiglia. Famiglia significa che nessuno viene abbandonato o dimenticato”. Lo affermano, quasi a cercare conforto l’una nell’altro, Lilo e il suo strambo cane Stitch nell’omonimo cartone targato Disney, che nel 2003 sfiorò persino l’Oscar.
Chissà come la prenderebbero i due adorabili personaggi se fossero strappati al candore del proprio mondo animato e si ritrovassero improvvisamente catapultati in un mondo, il nostro, la cui sceneggiatura non esce dalla fantasia di Walt Disney ma dalla mente di Charles Darwin. Resterebbero delusi, temo, nello scoprire che il regno animale è costellato di famiglie in cui gli individui rubano il cibo ai propri fratelli, o non collaborano nella difesa del gruppo, e le madri abbandonano, o uccidono, i propri figli.

Mamma gatta e mamma topo, tra le genitrici più spietate

Tra le genitrici più spietate, qualcuno si sorprenderà, c’è mamma gatta, che non è insolita abbandonare i piccoli più deboli fra le braccia della morte. E lo fa anche mamma topo. Dirò di più: in cattività, se in un territorio si affaccia un topo maschio più dominante del regnante in carica, la femmina già gravida abortisce per potersi accoppiare subito con il nuovo maschio. Recentemente questo fenomeno è stato descritto anche nelle cavalle domestiche – con un’incidenza di morte fetale, all’arrivo di un nuovo stallone, che interessa fino al 40% delle gravidanze in atto, e nelle femmine di alcuni primati come i babbuini gelada. Se ad un harem si avvicina un nuovo maschio che riesce ad avere la meglio sul capo reggente, in breve tempo la stragrande maggioranza delle femmine interrompe la gravidanza, e il tasso di aborti spontanei passa dal fisiologico 2% all’80%.

A bloccare la gravidanza sapete cos’è? L’odeur du mâle, il profumo del maschio. Sono i ferormoni sessuali secreti dal maschio che, nei primi giorni dopo l'accoppiamento, possono inibire la produzione della prolattina nella femmina, impedendo l'impianto in utero dell'embrione concepito con il rivale reietto.

Il leone, quando il re della foresta si trasforma in assassino di cuccioli altrui

E le femmine non sono certo le più efferate. Tra gli assassini più famigerati del regno animale si distingue il re della foresta, il leone. Quando un leone decide di unirsi a un nuovo branco, si cimenta in un acceso combattimento contro con il maschio reggente. Se vince, e riesce a spodestarlo, si insedia al suo posto. Il passo successivo è uccidere tutti i leoncini in allattamento, figli del perdente. La stessa dinamica si osserva tra i langur, una specie di scimmie colobine che vive in India: piccole, nere, vegetariane e con i maschi ugualmente arrampicatori sociali e infanticidi. E pure gli uccelli non fanno eccezione. Tra tutte le specie, spicca un vero insospettabile: lo scricciolo delle case, 10 grammi di uccello canterino molto diffuso nelle Americhe. E l’infanticidio perpetrato dal langur e dallo scricciolo si spinge persino oltre quello del leone: i maschi di queste due specie, infatti, uccidono anche, rispettivamente, i piccoli che nascono, o le uova che vengono deposte, diversi giorni dopo il loro arrivo nel gruppo.

La spiegazione evolutiva alla base dei comportamenti

Ma perché una madre dovrebbe abbandonare il proprio piccolo, o uccidere il proprio feto? E perché il leone o il langur maschio non si accontentano di conquistare un branco di femmine e arrivano a uccidere i loro piccoli indifesi? Questi eventi hanno una spiegazione evolutiva comune.
A sentire l’etologo Richard Dawkins, tutto ciò avviene perché siamo – noi e gli altri animali – macchine da sopravvivenza programmate per preservare quelle molecole egoiste note con il nome di geni. In un mondo squisitamente darwiniano, quindi, negli individui si evolvono le caratteristiche fisiche e comportamentali più adatte a aumentare la probabilità che i loro geni sopravvivano.

Tradotto in termini spicci, in alcune specie che vivono in gruppo si osservano comportamenti sociali tipicamente egoistici, comportamenti, cioè, che come risultato hanno che a ricevere un beneficio sia l’individuo donatore, ma non il ricevente. Sono manifestazioni, come sosteneva anche Konrad Lorenz, che potrebbero venire interpretate quasi come mostruosità, ma che, di fatto, trovano una spiegazione nella selezione naturale.

L’arduo compito di mantenere l’equilibrio della sopravvivenza della specie

Nel corso della sua vita, mamma gatta va incontro a molteplici gravidanze, e a lei spetta l’arduo compito di mantenere in equilibrio la sopravvivenza di ogni nidiata. Quando le esigenze di una nidiata, spesso numerosa, divengono eccessive, queste possono mettere a rischio la salute della madre e quindi, potenzialmente, la nascita di nidiate successive. Così, la madre stessa, per garantire la sopravvivenza propria e quella della prole più forte, sacrifica i piccoli più deboli. Ella, in pratica, fa ciò che è nelle sue possibilità per propagare i propri geni. E se abbandonare un piccolo fragile, condannandolo a morire di inedia, è per mamma gatta una strategia adattativa, non di meno lo è quella della topa, o della babbuina, che, in presenza di un nuovo maschio forte, interrompono la gravidanza in utero. Come abbiamo visto anche tra i leoni, i langur e gli scriccioli, in natura ogni nuovo maschio porta con sé un’ondata di morte, che travolge tutti i piccoli figli del predecessore.

Ciò avviene perché, in questo modo, le femmine tornano subito in estro, e in tempi brevi sono pronte per accoppiarsi con lui, che ha così migliori probabilità di trasmettere il suo genoma. Le femmine che, in questa circostanza, abortiscono, stanno di fatto cercando di far fronte alle tendenze infanticide del nuovo tiranno. Abortire significa non perdere tempo e energie nel portare a termine la gestazione di piccoli su cui pende già una condanna a morte, e poter investire, invece, tutti i propri sforzi nella progenie successiva, la quale, essendo stata concepita insieme al maschio più forte, avrà come lui maggiori probabilità di sopravvivere.

«L'egoismo è la prima legge della natura» diceva il divin marchese, Donatien-Alphonse-François de Sade, un po’ di tempo prima di Dawkins, e vedendo la questione su un piano puramente evolutivo, e non morale, pare non avesse tutti torti.

La buona notizia, però, è che, nelle società animali complesse, l’egoismo del gene si manifesta anche con forme di comportamento che possiamo definire altruistiche. Gli individui (o i loro geni), infatti, traggono vantaggio anche dal fornire benefici agli altri, e a questo punto conviene che continuiate a leggerci, perché ai tanti esempi di comportamento altruistico che esistono in natura dedicheremo ampio spazio nel prossimo articolo.

Bibliografia

Pirrone F. (2020). Un’etologa in famiglia. Genitori, figli e parenti scomodi nel regno animale. Edizioni Unicopli, pp. 158.
Dawkins R. (2013). Il gene egoista. Edizioni Mondadori, pp. 372.
Lorenz K. (2011). L’etologia. Ed. Bollati Boringhieri, pp. 383.