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Dall’aprile del 2023, in Nuova Zelanda sarà vietata l'esportazione via mare di animali d'allevamento. Lo ha stabilito il governo neozelandese a due anni dal tifone che nel settembre del 2020 ha affondato una nave che trasportava proprio animali, uccidendo 41 membri dell’equipaggio e ben 6.000 animali.

L’episodio aveva infiammato il dibattito sul trasporto animale, e le associazioni per la tutela dei diritti animali avevano invocato a gran voce una presa di posizione governativa che mettesse fine alle esportazioni di ovini e bovini vivi. Troppo alto il rischio di incidenti in mare aperto, troppo pesanti le condizioni che gli animali devono patire per lasciare la Nuova Zelanda, come ha confermato anche Daniel O’Connor, ministro dell’Agricoltura: «La lontananza della Nuova Zelanda significa che gli animali restano in mare per lunghi periodi, aumentando la loro vulnerabilità allo stress da calore e ad altri rischi associati al loro benessere. Chi è coinvolto nel commercio ha apportato miglioramenti negli ultimi anni, ma nonostante tutte le misure normative che potremmo mettere in atto, i tempi di viaggio e il viaggio verso i mercati dell'emisfero settentrionale imporranno sempre sfide».

Il Il disegno di legge che sancisce il divieto, sostenuto dal National Animal Welfare Advisory Committee, è stato firmato giovedì, un atto con cui il governo ha intenzione di tutelare la reputazione della Nuova Zelanda in termini di rispetto degli standard di benessere degli animali, man mano che i consumatori diventano più eticamente consapevoli: «Questo emendamento protegge non soltanto la reputazione dei nostri allevatori di oggi, ma anche di quelli del futuro”, ha detto O'Connor.

Le esportazioni di animali da allevamento via mare si fermeranno il 30 aprile 2023, quattro anni dopo l’avvio dell’iter di revisione del commercio legato all’esportazione, partito proprio alla luce delle preoccupazioni espresse in termini di benessere animale: «L’obiettivo della revisione era fornire ai neozelandesi l'opportunità di riflettere su come possiamo migliorare il benessere del bestiame esportato – ha ricordato il ministro O'Connor – Le nostre esportazioni del settore primario hanno raggiunto un record di 53 miliardi di dollari l'anno scorso, fornendoci sicurezza economica. Questo risultato è costruito sulla nostra reputazione, guadagnata duramente, e questo è qualcosa che vogliamo proteggere». Per andare incontro a chi verrà direttamente impattato dal divieto, il governo ha previsto due anni di transizione, considerato «un tempo sufficiente per adeguare i propri modelli di business e le catene di approvvigionamento».

Le esportazioni di animali vivi di Australia e Nuova Zelanda (che esporta animali solo per l’allevamento e non per la macellazione, in una percentuale dello 0,6% dei traffici totali) sono state a lungo al centro di agguerrite battaglie  da parte delle associazioni che si battono per la tutela dei diritti degli animali. In caso di incidenti o naufragi, infatti, il rischio è che migliaia di animali anneghino in mare aperto. È il caso delle 15.000 pecore morte a inizio 2021 dopo che un cargo è affondato in Sudan, soltanto per citarne uno recente. Incidenti di questo genere sono però purtroppo frequenti, e a farne le spese sono spesso gli animali. Anche l’Australia sta pensando di percorrere la stessa strada della Nuova Zelanda: il primo ministro, Anthony Albanese, ha recentemente riaffermato l'impegno del governo a porre fine all’esportazione di animali vivi, ma ha chiarito che il divieto non potrà entrare in vigore prima del 2025.