Ogni anno milioni di animali allevati per l’alimentazione viaggiano per il Pianeta per ragioni eminentemente economiche: stipati sui camion o dentro vagoni ferroviari, per arrivare sino alle famigerate navi stalla che solcano mari e oceani, con il loro carico di vite ammassate in condizioni ingiustificabili. Viaggi per animali senza speranza, destinati a essere macellati dopo aver vissuto in condizioni di estremo disagio e dove, spesso, incidenti e affondamenti rappresentano una via anticipata di fuga dalle sofferenze.

Come è recentemente capitato a 15.000 pecore che erano stipate su una nave partita dal Sudan, ma mai arrivata in Arabia Saudita a causa dell’affondamento del cargo che aveva imbarcato il doppio degli animali rispetto a quanti ne potesse trasportare. Episodi che non hanno riguardato solo paesi stranieri e lontani ma anche stati come la Spagna e la Romania, che in tempi recenti si sono resi protagonisti di fatti analoghi, suscitando le proteste di molti cittadini europei, consapevoli delle enormi sofferenze a cui sono sottoposti questi animali che hanno perso ogni dignità, passando dall’essere indicati come esseri senzienti per finire poi a essere trattati solo come alimenti, senza diritti reali.

Trasporto animali vivi, una sofferenza continua tra polemiche e mancanza di decisioni efficaci

Il trasporto degli animali vivi è da molto tempo al centro di polemiche e proposte di revisione della normativa, che pur regolamentando la materia con direttive europee, recepite negli ordinamenti nazionali, non ha ancora trovato il coraggio per adottare decisioni che abbiano la previsione, di medio periodo, di far diventare i trasporti come un’eccezione e non, come accade ora, come una regola. La soluzione, individuata da molto tempo, sarebbe quella della costruzione di macelli di prossimità, in modo da poter far viaggiare sempre più le carni e sempre meno gli animali. In attesa che la costante diminuzione dell’utilizzo di derivati animali provenienti dagli allevamenti possa portare a una forte riduzione della domanda.

Il trasporto degli animali vivi rappresenta di per sé una grande sofferenza, che comincia proprio quando questi vengono concentrati per essere fatti salire sui camion o su qualsiasi altro mezzo, per continuare poi per tutta la durata dei lunghi viaggi ai quali sottoposti.

Costantemente esposti sia alle avversità climatiche, dal troppo caldo al troppo freddo, che alla difficoltà di mantenere la stazione eretta su piani d’appoggio che hanno continue oscillazioni e sussulti e che, spesso, sono resi viscidi da feci e urina. Per non parlare di quanti, seppur se feriti o traumatizzati, vengano comunque fatti viaggiare, contando sul fatto che i controlli su strada e ferrovia siano pochi, se non pochissimi e siano del tutto assenti sulle navi stalla, dove quanto avviene fra il porto di partenza e quello di sbarco non viene quasi mai documentato.

Tre milioni di animali ogni anno "in giro" per gli stati europei

Secondo i dati raccolti da CIWF (Compassion In World Farming) sono tre milioni gli animali vivi che ogni anno vengo esportati dagli stati europei verso paesi non comunitari, che spesso hanno normative di tutela contro i maltrattamenti decisamente meno efficaci di quelle, già di per sé spuntate, previste dall’Unione Europea.

Numeri che dovrebbero far riflettere su quanto sia estesa la sofferenza causata dai trasporti e come questa riguardi ogni tipo di animale allevato per finire sulle tavole. Chi consuma proteine animali deve cercare almeno di privilegiare prodotti italiani, contribuendo in parte a ridurre la sofferenza.

Per fortuna i tempi stanno cambiando, facendo crescere la consapevolezza nei cittadini europei che, come dimostra una recente inchiesta di Greenpeace, sono molto attenti a questi argomenti: un sondaggio commissionato dall’associazione ha mostrato come il 53% del campione abbia dichiarato la sua contrarietà all’uso di fondi comunitari per pubblicizzare i prodotti a base di carne e derivati animali, un mercato sul quale la Comunità Europea ha investito negli ultimi 5 anni ben 252 milioni di euro, solo per investimenti pubblicitari. Contribuendo a promuovere prodotti che causano sofferenza agli animali, deforestazione, un uso sbagliato delle proteine vegetali e rappresentano una fonte molto rilevante di inquinamento.