La morte di Juan Carrito è una sconfitta per tutti. E' una sconfitta per noi esseri umani e di conseguenza per le altre specie viventi che subiscono la nostra presenza, troppe volte, ancora una volta, molesta e così poco attenta a un mondo in cui non siamo i soli ad avere la possibilità, più che il diritto, di abitarlo.

Si dice spesso che la fine di una vita – quando è così nota come quella di quest'orso che è nato, cresciuto e morto praticamente in diretta sui social – possa almeno diventare un esempio di ciò che l'uomo non deve più fare in funzione della tutela di altri soggetti in futuro.

Ma questa volta no, non ce la sentiamo di dire che la morte di Juan Carrito servirà a qualcosa e comunque non ora che pure il suo cadavere è stato oggetto di una forsennata condivisione tanto da parte dei media che attraverso gli account personali di migliaia di persone.

Perché la vita di quest'orso marsicano raccontata attraverso i social in maniera così certosina poteva avere una logica solo qualora fosse servita ad avvicinare virtualmente la nostra specie alla sua e così educare proprio alla lontananza fisica e al rispetto e alle buone norme da seguire perché il figlio di Amarena potesse continuare la sua vita in libertà, come voluto e giustamente perseguito come fine principale dal Parco Nazionale di Abruzzo, Lazio e Molise.

E invece tutti quei video e quelle condivisioni altro non sono stati che il riflesso di un voyeurismo finalizzato a mettere in mostra se stessi e non certo per creare una vera cultura di protezione e tutela per preservare il giovane plantigrado.

Su Kodami abbiamo seguito Juan Carrito obbligandoci con rigore a provare a informare i nostri lettori attraverso una costante analisi della sua etologia, intervistando esperti e spiegando i comportamenti dell'orso, sulla scia delle buone prassi che il PNALM per primo ha chiesto in maniera sempre chiara di rispettare, anche attraverso i suoi account social invitando le persone a non mostrare video dell'orso, a non avvicinarsi a lui, a non renderlo ancora più confidente di quanto sin dai suoi primi passi aveva chiaramente dimostrato di essere.

Abbiamo cercato, in fondo, di lanciare un messaggio molto semplice che si può drasticamente ridurre in poche parole: "lasciatelo in pace". Il nostro è stato un costante invito a prendere coscienza di quali fossero le poche, davvero poche, cose da non fare e in modo tale che chi di dovere potesse lavorare per garantire a Juan Carrito di rimanere in natura e non finire "in carcere", come accade oggi ad altri soggetti in Trentino, ad esempio.

Non è servito. Ed è una sconfitta anche per noi, oggi, qui in redazione pensare che il percorso che abbiamo provato a seguire per raccontare in modo diverso la sua vita è terminato di fronte alla notizia della sua morte: le orme di Juan Carrito non si poseranno più sulla neve fresca che in questi giorni sta cadendo sulla sua meravigliosa terra abruzzese.

E' raro che il bicchiere mezzo vuoto sostituisca quello mezzo pieno nella visione del mondo che abbiamo noi di Kodami. Stimoliamo sempre i nostri lettori a riflessioni che siano propedeutiche a trovare soluzioni e cerchiamo di farlo senza "emettere sentenze" da parte nostra. Ma nella scomparsa di Juan Carrito ci sono delle responsabilità singole che riguardano ciascuno di noi, che non vanno taciute e non si può ridurre quanto accaduto nell'identificare i "colpevoli" solo tra gli enti e le istituzioni preposte alla tutela della fauna selvatica.

Sì, certo, le amministrazioni comunali e la Regione dovranno dare ai cittadini spiegazioni e valutare quali interventi sono davvero ora ancora più necessari che mai per evitare che riaccada un evento così grave che rappresenta un altro tassello verso la perdita di una intera specie, quella dell'orso marsicano, di cui si stima che ci siano solo una sessantina di soggetti in vita meno uno, meno Juan Carrito.

Ma della sua morte, appunto, dobbiamo sentirci tutti responsabili perché è inaccettabile che nell'epoca dell'informazione di massa – quella stessa in cui abbiamo riversato foto, video, post e commenti su di lui –  tutti possiamo usarla per altri scopi decisamente più funzionali alla nostra stessa sopravvivenza, visto che se non la si vuole vedere solo dal punto di vista dell'orso poteva scapparci il morto anche dentro l'abitacolo della macchina che lo ha investito e ucciso.

Allora ricordiamoci come monito della nostra sconfitta che con un solo clic si può oggi avere accesso a tutte le informazioni del mondo. E solo accrescendo la nostra consapevolezza, la nostra cultura e allargando le nostre conoscenze potremmo dunque usare i social davvero per quello che poi realmente sono: un mezzo in cui siamo noi a decidere quale sia il messaggio.