Fino a pochi anni fa eravamo abituati a pensare alle Alpi come una florida e rigogliosa riserva idrica in grado di assicurare la sopravvivenza di tutte le popolazioni montane, umane e non. Da qualche tempo, però, abbiamo smesso di dare per scontata questa risorsa e i ghiacciai, con i loro rivoli dalla portata sempre più modesta, ci mettono di fronte ad un fatto inequivocabile: le riserve idriche sono tutt'altro che illimitate.

A questo scenario già di per sé tremendo, si sommano le annate, come quella che stiamo vivendo, caratterizzate da temperature massime particolarmente elevate, prolungati periodi di siccità e innumerevoli incendi diffusi più o meno ovunque nel nostro paese, anche dove un tempo il suolo era coperto da una fitta vegetazione lussureggiante che nulla aveva a che fare con l'aridità.

I prati e i pascoli delle montagne che segnano il confine settentrionale del nostro paese quest'estate hanno un colore diverso, una tonalità molto più simile al giallo paglierino che caratterizza i campi arsi dal sole sulle colline che, molto più a Sud, separano il mare e gli Appennini. I boschi si stanno tingendo di colori che ricordano l'autunno a causa delle foglie bruciate dal sole e basta guardarsi intorno per riconoscere la situazione di forte stress che stanno vivendo gli ecosistemi montani. In questo quadro, il cui aspetto tetro è amplificato anche dalle temperature estreme, non possiamo certo credere che la vita della fauna selvatica stia continuando immutata, come se niente fosse.

Per comprendere l'entità del fenomeno e gli effetti della siccità sulle specie che abitano le Alpi, abbiamo parlato con Piero Genovesi, responsabile del Servizio Coordinamento Fauna Selvatica di Ispra. «Le statistiche dimostrano che stiamo vivendo uno degli anni più caldi mai registrati e credo che si tratti di un trend a cui dovremo abituarci, perché si prevedono anni siccitosi con sempre maggiore frequenza Abbinato a questi fattori, però c'è anche un problema più generale, ovvero un utilizzo non sostenibile delle acque che abbiamo a disposizione».

I più colpiti sono gli animali degli ambienti umidi e freschi

Gli effetti della prolungata ondata di siccità sulle Alpi sono visibili ad occhio nudo dalla Valle d'Aosta al Friuli Venezia Giulia, ma si tratta di un processo che ha avuto inizio molto prima dei mesi estivi. Anche durante lo scorso inverno, infatti, questi territori hanno vissuto una stagione particolarmente povera di precipitazioni nevose.

«Purtroppo si tratta di una situazione preoccupante e critica che non potrà essere risolta completamente nemmeno dai prossimi temporali –  commenta Genovesi – I dati sono ancora scarsi e non è facile misurare le effettive conseguenze che questa siccità prolungata può avere sugli animali. Vi sono però alcuni elementi che risultano ormai evidenti: tra le specie più esposte al cambiamento climatico in Italia vi sono indubbiamente proprio quelle che si sono adattate agli ambienti umidi e freschi, come gli animali dei territori montani, ma anche anfibi e rettili».

«Sempre a causa dei cambiamenti climatici, negli ultimi anni è stato rilevato anche un peggioramento della qualità dei pascoli dove si nutrono gli erbivori selvatici- aggiunge l'esperto – Questo elemento si riflette ovviamente sulle condizioni di salute delle specie, con un conseguente aumento della mortalità e una riduzione del potenziale riproduttivo».

Lo stambecco ad esempio, è una specie di capra selvatica che vive in zone irraggiungibili e rocciose, ricche di terreni ripidi e accidentati, ma soprattutto particolarmente lontane dai pascoli delle capre domestiche. Per via del clima particolarmente torrido però, i pastori si stanno spostando insieme ai propri animali più frequentemente verso l'alto e, così facendo, aumenta la possibilità di un'interazione – e del conseguente potenziale conflitto – tra la specie selvatica e l'uomo, che desidera proteggere le capre domestiche.

La siccità del fiume Po e il futuro che ci racconta

Per comprendere l'impatto sistemico della siccità, torniamo ora ad osservare nel dettaglio quanto accade più a valle, dove la mancanza di acqua mostra i suoi effetti nei pressi dei bacini idrografici, come stagni, laghi e corsi d'acqua che, proprio a causa della scarsa piovosità, tendono a scomparire o ad avere un insufficiente rifornimento di ossigeno. Questo fenomeno è detto anossia e mette in pericolo l'intera catena trofica, riflettendosi non solo su pesci e anfibi, ma anche sugli uccelli che nidificano in questi ambienti.

Allargando nuovamente lo sguardo per avere una visione più ampia del fenomeno e dei suoi effetti, possiamo notare anche le conseguenze della siccità sulle acque del fiume Po, dove confluiscono molti corsi d'acqua provenienti proprio dalle Alpi. «Poche settimane fa, il fiume aveva una portata ridotta ad un decimo rispetto alla media – continua Genovesi – In questo caso però, la riduzione della quantità di acqua non è determinata unicamente dal cambiamento climatico, ma risulta rilevante anche il forte impatto dell'utilizzo massiccio delle risorse idriche destinate all'agricoltura».

Sarebbe bello concludere questo breve viaggio alla scoperta della siccità con una buona notizia, ma in questo caso non può davvero essere così. Ciò che abbiamo davanti ai nostri occhi non è affatto un fenomeno passeggero e lo dimostrano numerosi studi, tra i quali il rapporto ONU sul clima, pubblicato nei primi mesi del 2022.

Secondo questo documento, il 48% delle specie animali e vegetali è a rischio di estinzione e ciò a cui andiamo incontro non è solo un aumento delle temperature, ma un'estremizzazione di tutti i fenomeni climatici, tra cui il vento, la neve, il ghiaccio e appunto la siccità, con tutto ciò che ne consegue.

«Le previsioni di cui disponiamo sono soggette ad una forte variabilità ed è quindi necessario affrontarle con cautela: non esiste alcuna certezza sull'effettivo evolversi dei cambiamenti climatici – conclude Piero Genovesi – Per il momento, però, stiamo seguendo un trend che è addirittura peggiore rispetto alle previsioni ed è plausibile che nel nostro paese le specie endemiche di montagna e legate agli ambienti umidi siano anche nel prossimo futuro le più vulnerabili».