“Ritratti" di famiglia, pet mate e cani. Sono le immagini scattate dalla fotografa Silvia Amodio l’estate scorsa, che per il settimo anno vengono esposte al Castello Sforzesco di Milano fino al 7 novembre nella mostra “Human Dog”, parte integrante del progetto “Alimenta l’amore” di Coop Lombardia, nato nel lontano 2014 come colletta alimentare per gli animali in difficoltà.

Human Dog, i segreti del rapporto speciale tra gli uomini e i cani nella mostra di Silvia Amodio

E che grazie alla solidarietà delle persone è riuscito a donare quasi due milioni di pasti agli animali e, crescendo nel tempo, ha potuto estendere la propria attività anche ad altri progetti culturali con un focus sempre centrato nella corretta relazione tra uomo e animali.

«È un lavoro che nasce molto prima di questa collaborazione con Coop Lombardia» racconta Silvia Amodio. «Il mio interesse e il mio indagare la relazione tra uomini e animali risale ad almeno 15 anni fa quando andai per un periodo alle Hawaii per studiare le competenze linguistiche dei delfini, su cui poi scrissi la tesi. Da grande volevo fare la ricercatrice, poi il destino spesso ha in programma altro, ma diciamo che alla fine ho messo insieme le due passioni. Chiaramente mi è rimasto il tarlo del metodo scientifico e devo dire che, se anche questo modo di fotografare fatto in velocità parrebbe non lasciare spazio al rigore, ho scoperto che la ripetitività può essere invece molto interessante come approccio per considerare questo lavoro una sorta di ricerca dove tutta questa acquisizione di dati serve per poi formulare una serie di ragionamenti e riflessioni. È un pretesto per raccontare a 360 gradi la nostra relazione con gli altri animali».

E cosa ha scoperto?

«Il nostro rapporto con gli animali è a 360 gradi, la nostra stessa identità è passata attraverso il confronto con gli animali, noi non saremmo quello che siamo se in continuazione non ci facessimo ispirare dalla natura, dagli animali, in questo caso dagli animali di affezione. Pensiamo solo al ruolo che ha il cane nella nostra vita, ma non da adesso, perché sono 15mila anni che ci accompagna. Che sia per la guardia, la caccia, le greggi. Se non avessimo avuto questa relazione, forse saremmo diversi da come siamo adesso culturalmente. È tempo secondo me, anche attraverso questi progetti, di rivalutare l’importanza degli animali e di riconciliarci con la natura. Anche perché se non abbiamo capito ancora, nonostante le evidenti manifestazioni estreme, quanto la natura si sia stancata dei nostri maltrattamenti, allora siamo perduti. È necessario ricordare che ciascuno si dovrebbe prendere le proprie responsabilità, termine che dovrebbe tornare di moda. Anche con gesti piccoli. “Alimenta l’amore” intende essere un contenitore per queste e tante altre iniziative, proprio per cercare di dare il nostro piccolo contributo per migliorare la situazione che è davvero seria».

Vengono a farsi fotografare in tanti? 

«Tanti, davvero. Ormai sono a più di mille famiglie. E ogni anno c’è la coda. Faccio una media di 100-120 ritratti in due giorni nessuna scelta, vengono tutti stampati nel catalogo. E pur essendo un limite anche tecnico, per un fotografo, avere poco tempo, perché ho davvero pochi minuti a disposizione per poter accontentare tutti, poi quello che succede sul set si rivela sempre estremamente spontaneo, la complicità che si innesca è incredibile».

Riguardando i suoi ritratti è d’accordo sul detto che persone e cani si assomigliano?

«Il primissimo progetto che avevo fatto lo avevo creato proprio per sfatare quello che secondo me era un luogo comune, mi fece rendere conto che davvero molti umani assomigliavano al proprio cane. O il contrario. Chiaramente l’impressione non mi bastava, ragione per cui sono andata a ricercare quale potesse essere la motivazione e ho trovato la risposta in uno studio di uno psicologo del Michigan fatto sulle persone che vivevano insieme da tanti anni dal quale era emerso che alla fine tendono ad assomigliarsi. E credo sia la stessa cosa per cani e umani. Il crearsi di quella complicità ti porta ad assumere reciprocamente le caratteristiche dell’altro. Le abitudini dell’uno diventano quella dell’altro».

Avendo studiato il percorso di evoluzione del rapporto uomo cane, i vari passaggi, le piace il tipo di relazione che c’è adesso?

«No. Diciamo che se da una parte sono felice di questo boom di adozioni, di fatto però poi molte non si rivelano affatto responsabili. Troppo spesso si accoglie un cane in casa per altre motivazioni, senza tenere in nessuna considerazione le vere caratteristiche etologiche dell’animale. Questo proprio non mi piace, perché non viene rispettata la loro natura, ma vengono trasformati in qualcosa che non sono. Spero, davvero, che le persone acquisiscano sempre di più le conoscenze su come deve essere un rapporto sano e sereno col proprio animale. Perché un animale ascoltato, compreso, è un cane felice e di conseguenza è felice anche l’umano. Milano, è una città pet friendly, è vero, ma mancano le basi dell’educazione. Spero che questo lavoro che facciamo possa essere di aiuto ad evolvere in meglio».

Davide Acito: «La nostra missione è salvare i cani»

All’inaugurazione, ospite speciale Davide Acito, fondatore di Apa, Action Project Animal, attivista da anni impegnato nel cercare di contrastare la mattanza di cani in Cina, Dog Meat Trade, con missioni organizzate direttamente sul posto. Acito ha ricevuto un assegno per finanziare il progetto dell’associazione in Italia contro il fenomeno del randagismo nella zona di Guidonia, comune di Roma.

«Questo premio è fondamentale per riuscire a finanziare questo progetto. Il nostro impegno è nato per salvare i cani dal Dog Meat Trade, ma il fenomeno del randagismo che abbiamo in casa è davvero diventato un'emergenza. Questa donazione fatta da Coop Lombardia ci permetterà di sterilizzare tantissimi cani. Guidonia è stata scelta perché è una zona calda di cani di pastore, che sono il punto di inizio di questo fenomeno che sta attanagliando tutto il sud Italia. Da qui, inizieremo a fare subito sensibilizzazione affinché cresca la necessaria consapevolezza di ciò che vuol dire avere un cane: ovvero, identificarlo e registrarlo all’anagrafe canina, quindi vaccinarlo e sterilizzarlo che è il punto chiave. Questo per noi è un progetto pilota che speriamo sia da esempio, e possa essere replicato».

Farete tutto da soli?

«Fortunatamente abbiamo in house due eccezionali veterinari, la dottoressa Principi e il dottor Tomei sempre in prima linea. Con loro abbiamo già fatto delle sterilizzazioni a Lamezia, in Calabria, di cagne adulte allo stato brado, prevenendo diverse cucciolate ed evitando, nella migliore delle ipotesi, che finissero in canile e ci restassero per tutta la vita, nella peggiore che venissero soppressi alla nascita con metodi brutali. La sensibilizzazione è fondamentale, perché spesso ci ritroviamo davanti ad Asl e Comuni, per i quali tecnicamente il randagismo non esiste, non viene riconosciuto dalle Autorità».

E in Cina che succede invece?

«In Cina è terribile. Il dog meat trade non si ferma e le nostre missioni anno dopo anno diventano sempre più pericolose. Il governo non ci vuole, non vuole che organizzazioni estere mettano il naso in cose che non li riguardano. Le nostre azioni lì sul posto corrispondono a qualcosa di illegale, devi nasconderti come un narcotrafficante, devi infiltrarti. Diverso in Indonesia, dove invece è più semplice perché il governo lavora con noi e ci agevola in tutto. È difficile, però di cani ne abbiamo già salvati tanti, ormai sono sette le missioni fatte, di certo non ci arrendiamo. Non ci fermiamo, perché quando gli animali salvati arrivano qui e trovano una famiglia, non c’è gioia più grande».