Greta Thumberg, l’emblema della lotta alla crisi climatica indotta dagli uomini che distrugge il Pianeta, l’icona dell’attivismo ambientale, simbolo per milioni di ragazzi e ragazze, torna a parlare. E questa volta lo fa non dallo scranno dell’Onu, ma dalla copertina di Vogue Scandinavia.

La giovane voce che ha ammonito i leader politici di tutto il mondo richiamandoli all'azione sul cambiamento climatico in atto durante gli incontri alle Nazioni Unite e non solo, ha più volte dichiaratamente preso posizione anche contro l’industria della moda perché «contribuisce enormemente all'emergenza climatica ed ecologica, per non parlare del suo impatto sugli innumerevoli lavoratori e comunità che vengono sfruttati in tutto il mondo affinché alcuni possano godere della moda veloce che molti considerano usa e getta». Questa volta Greta lo fa dalle pagine di una delle riviste più importanti del fashion business proprio e nell’intervista si mostra alla moda per parlare male di moda. E, probabilmente, la mossa non è stata altro che proprio una questione di business per Vogue Scandinavia: parlartene bene, parlatene male, basta che ne parliate. E così è stato infatti.

Fotografata come una sorta di San Francesco, ma vestito Gucci, seduta in un bosco mentre accarezza un cavallo vicino a lei, l'attivista 18enne su quella copertina a prima vista sembra davvero stonare rispetto a ciò che ha sempre mostrato di sé. Ma poi leggendo l’intervista Greta rimane, almeno nelle parole, se stessa e nonostante il servizio, i fotografi e il set, non distoglie lo sguardo dalla sua priorità e dal fine che le deve aver fatto dire di sì alla proposta di una cover sulla rivista simbolo della moda in tutto il mondo: il cambiamento climatico e le sue cause.

Tra le quali c’è e in maniera pesante l’industria della moda, totalmente insostenibile. Basti pensare che ogni anno contribuisce alle emissioni di gas serra più di voli aerei e trasporti navali messi insieme e che il “costo ambientale” del guardaroba, sul fronte della produzione e della lavorazione, è elevatissimo: solo per fare un esempio, la produzione di una t-shirt di cotone impiega 2.700 litri di acqua, esattamente due anni e mezzo di utilizzo per una persona.

L’ultimo report «Global fashion: green is the new black» di Barclays mette chiaramente in luce come il modello di business del fashion abbia un impatto devastante sull’ambiente, sottolineando che entro il 2030 aumenteranno in modo significativo il consumo di acqua (+50%), le emissioni (+63%) e le tonnellate di rifiuti creati (+52%). Ed entro il 2050 l’industria della moda consumerà il 25% del carbon-budget mondiale.

E Greta lo sa bene, conosce perfettamente questi dati e da quelle pagine ripete e denuncia nuovamente che non è possibile proseguire su questa strada, attaccando anche il cosiddetto “green washing” ormai d’uso da parte di tante aziende: «Molti stanno facendo sembrare che l'industria della moda stia iniziando ad assumersi le proprie responsabilità, spendendo cifre fantasiose in campagne in cui si dipingono come "sostenibili", "etiche", "verdi", "climaticamente neutre" e "eque". Ma cerchiamo di essere chiari: questo non è quasi mai altro che puro green washing. Non è possibile produrre moda in serie o consumare in modo "sostenibile" come il mondo è modellato oggi. Questo è uno dei tanti motivi per cui avremo bisogno di un cambiamento di sistema».

Difficile darle torto, osservando il mondo che va a fuoco devastato dagli incendi, con il sacrificio di vite umane e non e l’angoscia per le prospettive future.

Durante il servizio, Greta, come racconta Vogue Scandinavia in diversi post su Instagram, che non ama affatto le chiacchiere «ha preferito passare gran parte del suo tempo sul set da sola, esplorando il meraviglioso paesaggio e trascorrendo la maggior parte del tempo con il cavallo islandese Strengur». Il suo amore per i cavalli, scrivono ancora dalla redazione sul post «è infinito, ne ha una conoscenza quasi enciclopedica grazie anche ad una memoria fotografica e all'incredibile quantità di dettagli che conosce su di loro».

E dopo aver parlato del futuro del mondo Greta, che è già stata nominata per il Premio Nobel per la pace per tre anni consecutivi, parla del suo: ma c'è ben poco da dire, visto che pur sapendo che «l’ideale sarebbe tornare a scuola e finire gli studi e non doversi preoccupare del clima», è altrettanto consapevole che «finché ci sarà bisogno di attivisti», non c'è dubbio, lei sicuramente «sarà un'attivista».