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2 Febbraio 2024
11:53

Gli uccelli che popolano le Alpi sono a rischio estinzione per colpa dell’uomo e delle sue attività

La sopravvivenza del fringuello alpino, in particolare, è a serio rischio. La frammentazione dei loro habitat si traduce in un ridotto scambio di individui (e dunque di geni) tra le diverse aree riproduttive.

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La sopravvivenza del fringuello alpino, uno dei pochi uccelli che rimangono a vivere in quota d’inverno, e di altre specie come il sordone e la pernice bianca, è ad alto rischio a causa del ridotto scambio di individui (e dunque di geni) tra le diverse aree riproduttive, sempre più distanti tra loro per la frammentazione dell'habitat provocata da cambiamenti climatici e dall’attività dell’uomo, tra crescente pressione turistica e realizzazione delle relative infrastrutture.

Ad attestarlo un nuovo studio basato sulla genomica pubblicato su Journal of Biogeography e condotto dal Museo di Scienze Naturali dell'Alto Adige insieme con Università Statale di Milano, Università di Oulu (Finlandia), Museo delle Scienze di Trento (Muse) ed Eurac Research. I ricercatori sono partiti dall’assunto che le possibilità di sopravvivenza a lungo termine di queste specie è rappresentato dalla possibilità di scambiare individui tra zone riproduttive diverse. Con la frammentazione degli areali, le aree di presenza diventano discontinue, e diventa di conseguenza difficile mantenere un flusso genico costante e sufficiente.

Le analisi genetiche condotte su decine di fringuelli alpini provenienti da Trentino-Alto Adige e Lombardia hanno rivelato che la dispersione degli individui – e cioè lo spostamento degli esemplari da un’area all’altra – risente della distanza tra le aree riproduttive, con una forte diminuzione già a partire dai 20-30 chilometri. In questo settore delle Alpi molti individui rimangono quindi a riprodursi nell'area dove sono nati, e la scarsa propensione alla dispersione impoverisce la genetica della popolazione di uccelli e la connettività di popolazione. Nel corso dello studio sono stati osservati alti livelli di inincrocio: il 20% degli individui campionati è nato da genitori imparentati tra loro almeno a livello di cugini di primo grado, se non addirittura più strettamente.

I dati raccolti dimostrano dunque che nella popolazione la dispersione è già insufficiente a garantire opportunità di accoppiamento con individui non imparentati. «Questi alti livelli di inincrocio sono particolarmente allarmanti, perché possono portare all'espressione di mutazioni recessive deleterie, diminuire la probabilità di sopravvivenza degli individui e il loro successo riproduttivo – conferma Francesco Ceresa, ornitologo del Museo di Scienze Naturali dell'Alto Adige e primo autore dello studio – Gli effetti congiunti di riduzione dell'habitat, scarsa dispersione ed effetti dell'inincrocio possono portare facilmente a estinzioni locali, il che riduce la dimensione complessiva della popolazione e l'estensione effettiva dell'areale riproduttivo. Infatti, estinzioni locali o forti diminuzioni di questa specie sono già state riscontrate in alcuni settori alpini».

La situazione dei fringuelli alpini, e in generale dell’avifauna che popola le Alpi, riflette quanto sta accadendo in alta montagna a a causa del surriscaldamento globale e della riduzione, se non perdita totale, di habitat e condizioni ambientali fondamentali per la sopravvivenza della biodiversità. E per gli scienziati e i ricercatori i risultati dello studio non vanno sottovalutati: «Sono preoccupanti ed evidenziano la necessità di una maggiore e più stretta tutela di questi ambienti – spiega Petra Kranebitter, coordinatrice dello studio e conservatrice della sezione di zoologia del Museo di Scienze Naturali dell’Alto Adige – Anche per questo continueremo a monitorare e studiare queste specie particolarmente minacciate».

«Questi risultati – conclude Mattia Brambilla, ecologo presso il dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali dell’Università degli Studi di Milano e co-autore del lavoro, da anni impegnato in ricerche sull’avifauna alpina – aggiungono ulteriori elementi al complesso mosaico di effetti dei cambiamenti climatici sulle specie d’alta quota, che già includono contrazioni di areale, alterazione degli ambienti di foraggiamento, variazioni nella fenologia delle specie e delle risorse da cui dipendono, modifiche nelle relazioni interspecifiche ed esacerbazione degli impatti delle attività umane. L’effetto combinato di tutti questi fattori, spesso superiore alla somma dei singoli elementi, è alla base dei declini che già si osservano e che diverranno ancora più marcati nei decenni a venire».

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Andrea Barsanti
Giornalista
Sono nata in Liguria nel 1984, da qualche anno vivo a Roma. Giornalista dal 2012, grazie a Kodami l'amore per gli animali è diventato un lavoro attraverso cui provo a fare la differenza. A ricordarmelo anche Supplì, il gatto con cui condivido la vita. Nel tempo libero tanti libri, qualche viaggio e una continua scoperta di ciò che mi circonda.
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