Animali come polpi, granchi e calamari provano emozioni? Negli anni 90, in uno dei loro brani più famosi, "Something in the way" i Nirvana cantavano «It's okay to eat fish Cause they don't have any feelings» ("Va bene mangiare pesci, perché non hanno sentimenti"). E in effetti per molto tempo l'uomo ha considerato gli animali "privi di emozioni", soprattutto quelli diversi da noi mammiferi come pesci e molluschi, giustificando così qualsiasi pratica di sfruttamento ed uccisione.

Negli ultimi anni però qualcosa è decisamente cambiato: alcune nazioni, tra cui prima fra tutte il Regno Unito, hanno iniziato a riconoscere a livello legislativo il mondo emozionale degli animali, incluse molte specie di invertebrati come polpi, calamari e granchi. Tali decisioni stanno portando nel pratico all'abolizione di alcune pratiche ritenute disumane, come la bollitura delle aragoste vive.

Ma cosa dicono le evidenze scientifiche? C'è sempre più un consenso sui criteri e le implicazioni del riconoscimento delle emozioni animali, come hanno spiegato Frans de Waal e Kristin Andrews sulle pagine di Science in un recente articolo, una vera e propria review sull'argomento.

Non siamo gli unici animali a provare emozioni, ed osservandoli è facile rendersene conto "empiricamente"
in foto: Non siamo gli unici animali a provare emozioni, ed osservandoli è facile rendersene conto "empiricamente"

Andrews e de Waal hanno sottolineato che nella cultura occidentale si è a lungo pensato che gli altri animali non provano dolore o non provano emozioni. Per comprendere meglio quanto sia cambiata la mentalità negli ultimi anni basta considerare che fino agli anni 80 si riteneva che anche i bambini fino a due anni, ovvero prima che si sviluppi il linguaggio verbale, non provassero dolore. Non stupisce quindi che il riconoscimento delle emozioni di specie simili a noi, come gli altri mammiferi, ha richiesto negli scorsi decenni una vera e propria battaglia culturale. Gli esseri umani possono dire quello che provano, ma gli animali non hanno gli stessi strumenti per descrivere le proprie emozioni. Su quali prove possiamo basarci?

Lo studio afferma che innumerevoli ricerche scientifiche su differenti famiglie del regno animale hanno dimostrato che praticamente quasi tutti gli organismi con un sistema nervoso centrale evitano il dolore e i luoghi pericolosi. Ci sono poi segni di comprovata empatia in alcuni animali, ad esempio come le mucche che si angosciano quando vedono il loro vitello provare dolore.

Chi vive con un cane o un gatto sa benissimo di cosa stiamo parlando…
in foto: Chi vive con un cane o un gatto sa benissimo di cosa stiamo parlando…

Ma il dolore non è l'unica emozione rilevante, e per affermarlo allontaniamoci dalla "cerchia ristretta" dei nostri parenti vertebrati: i molluschi cefalopodi come polpi, seppie e calamari possono provare altre emozioni come la curiosità nell'esplorazione, l'affetto per gli individui o l'eccitazione in previsione di una ricompensa futura, oltre ad essere intelligentissimi e capaci di realizzare compiti complessi. Tutte constatazioni importantissime da tenere in considerazione se si vorranno costruire allevamenti di questi animali: riconoscere la sensibilità degli invertebrati infatti apre un dilemma morale ed etico infiammato dai recenti successi delle aziende di itticoltura.

Insomma, secondo i due scienziati ci troviamo di fronte alla necessità di una scelta morale fondamentale: siamo in grado di cambiare i nostri comportamenti alimentari per riconciliarci con gli altri esseri viventi? Chiudere semplicemente gli occhi non è più una possibilità.

Frans de Waal lo ha raccontato proprio qui su Kodami, in una delle nostre puntate del format MeetKodami in cui abbiamo incontrato esperti come lui che ci hanno aiutato a portare per mano i nostri lettori proprio nel mondo delle emozioni e delle cognizioni degli altri esseri viventi che abitano il mondo.