cavallo
in foto: Credit Pixabay

Due cavalli al centro di un regolamento di conti tra gruppi rivali per il controllo della piazza di spaccio nella zona di Carini e nella zona della costa nord di Palermo, in Sicilia. Due animali trasformati in vittime sacrificali di una guerra tra clan: uno ferito, l’altro ucciso soltanto per lanciare un messaggio: «Qui comandiamo noi».

La vicenda che li ha per protagonisti è iniziata nel 2018 ed è culminata nei giorni scorsi con l’arresto di 17 tra spacciatori e trafficanti di droga che portavano avanti un giro di spaccio da centinaia di migliaia di euro nella provincia palermitana. A far partire le indagini dei carabinieri della Compagnia di Carini è stata proprio l’uccisione di un cavallo, Dessert, il purosangue di uno dei boss della zona, impegnato in una guerra per il controllo del territorio e della piazza di spaccio con un rivale.

Nel luglio del 2018 la faida tra i due si accende, e a farne le spese per primo è il cavallo di uno dei due boss, azzoppato con un colpo di pistola nella stalla di Torretta, piccolo Comune in provincia di Palermo. La notizia arriva al rivale, che poche ore dopo decide di agire: nella stessa stalla viene esploso un altro colpo di pistola, questa volta per uccidere Dessert, il cavallo preferito del boss che per primo aveva deciso di rivolgere l’arma contro un animale per mandare un segnale.

Vendetta compiuta, messaggio consegnato, ma dell’accaduto vengono a conoscenza i carabinieri, che proprio dall’uccisione di Dessert iniziano a indagare, addentrandosi nella fitta rette di scambi e comunicazioni su cui si regge il business dello spaccio che ha portato alla guerra. L’indagine, coordinata dalla Dda, ha portato all’esecuzione di 22 misure cautelari tra Carini, Palermo, Isola delle Femmine, Capaci, Terrasini, Borgetto, Enna e Finale Emilia. Otto persone sono finite in carcere e nove agli arresti domiciliari, mentre per altre cinque è scattato l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.

Cavalli vittime sacrificali tra finzione e realtà

Il ferimento e l’uccisione a sangue freddo di due cavalli è insomma servita quantomeno a smantellare il giro di spaccio e ad arrestarne i vertici. Ed è inevitabile che una storia come questa porti col pensiero a uno dei libri (e di film) sulla mafia più famosi al mondo, “Il padrino”, dove il cavallo è al centro non di una ritorsione, ma di un’intimidazione.

Nel romanzo di Mario Puzo, diventato poi un iconico film diretto da Francis Ford Coppola, il potente boss siciliano Don Vito Corleone, emigrato a New York, impone a un regista hollywoodiano di assegnare una parte nel suo prossimo film al figlioccio. Al rifiuto fa Corleone ordina di decapitare il cavallo del regista, Khartoum, e di lasciarne la testa nel suo letto per metterlo in guardia su un eventuale secondo rifiuto. Finzione cinematografica purtroppo non così distante dalla realtà, alla luce di quanto accaduto in Sicilia poco più di tre anni fa.

Paternò, nemmeno la pandemia ferma le corse clandestine di cavalli