Anche se per convenzione si è soliti classificare i gatti come animali “domestici” o “da compagnia”, questi meravigliosi felini sono ancora molto simili ai gatti selvatici da cui derivano ma si adattano (in molti casi) alla vita con noi umani. Lo dimostrano recenti studi, dai quali è emerso con grande evidenza come a livello genetico i gatti moderni non presentino grandi differenze rispetto ai loro antenati selvatici. I loro comportamenti, la loro autonomia e la costante esigenza di libertà ce ne offrono costante conferma.

Ne ha preso atto anche il legislatore italiano che, per i gatti, a differenza di quanto avviene riguardo ai cani, non utilizza mai il termine “randagi”, bensì parla di gatti che vivono in libertà, a cui sono riservate importanti tutele (cfr. Legge 14 agosto 1991, n. 281 – normativa fondamentale in materia di tutela degli animali).

Viene però da chiedersi se i gatti che vivono con un compagno umano siano realmente liberi. Possono, ad esempio, vagare per il quartiere, aggirandosi nei giardini dei vicini di casa? Cosa prevede la legge a riguardo? Anche se è difficile immaginare di contenere la voglia di libertà dei nostri amati felini, la normativa italiana non consente loro di aggirarsi per le proprietà altrui.

In altre parole, se il vicino di casa si lamenta perché un gatto altrui si introduce nel suo giardino, per la nostra legge ha ragione

Cosa dice la legge?

Nel nostro ordinamento il proprietario di un gatto – che qui su Kodami si è scelto di definire, per sensibilità linguistica, come pet mate – è sempre tenuto ad impedire che lo stesso arrechi disturbo o causi danni a terzi. Dovrà anche impedire, dunque, che il proprio gatto faccia delle scorribande nel cortile dei vicini, soprattutto se questi – spesso, occorre dirlo, con assai poca tolleranza – se ne lamentino.

Un gatto che vada a fare i propri bisogni per i cortili del vicinato, fa correre al proprio pet mate il rischio di sanzioni amministrative e persino, nei casi più gravi, il rischio di una condanna per il reato di “Deturpamento e imbrattamento di cose altrui” previsto all’articolo 639 del codice penale.

Il pet mate risponderà, ancora, di tutti i pregiudizi che il gatto dovesse provocare alle proprietà altrui. Non sono infrequenti danni al bucato, per fare solo un esempio.

In questo caso la norma di riferimento è l’art. 2052 del codice civile, che così recita: “il proprietario di un animale o chi se ne serve per il tempo in cui lo ha in uso, è responsabile dei danni cagionati dall'animale, sia che fosse sotto la sua custodia, sia che fosse smarrito o fuggito, salvo che provi il caso fortuito”.

Quando il gatto è considerato “stalker”

Anche se sembra difficile da credere, le incursioni dei gatti nel cortile di un vicino hanno portato persino alla condanna di una donna per il reato di stalking. 

Il caso, ovviamente, è estremo, perché la persona in questione, come risulta dalla sentenza della Cassazione penale n. 25097 del 2019, liberava volontariamente i gatti nella proprietà della vittima, con gravi conseguenze sul piano igienico e con pesante disturbo.

Sintetizzando quanto detto: pur in assenza di una norma specifica, si può dire che i gatti che vivono sotto la responsabilità di un pet mate non sono realmente liberi.

Se la loro presenza, come – fortunatamente – quasi sempre accade, è ben accetta nel vicinato, non si pone alcun problema. Se invece i vicini mal tollerano le scorribande dei felini domestici, spetterà al loro compagno umano impedirne gli sconfinamenti.

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