Articolo a cura dell' Avvocato Salvatore Cappai
Civilista, esperto in diritto degli animali

Ogni pet mate deve essere ben consapevole delle responsabilità a cui può andare incontro nel caso in cui il proprio cane (e in generale il proprio animale d’affezione) sporchi un bene, mobile o immobile, di proprietà del vicino. Rischia, infatti, di essere chiamato a rispondere sia in sede civile che penale, con conseguenze talvolta pesanti. Le situazioni possono essere le più diverse e non sono affatto infrequenti.

Si pensi, per fare solo alcuni esempi, al solito cancello dimenticato (o volutamente tenuto) aperto che consente al cane di fare una scappatella nel giardino del vicino e di lasciare sul prato i suoi bisogni. Ancora, può capitare che il cane tiri giù i panni altrui, stesi ad asciugare al sole, e che ci si rotoli allegramente sopra. Oppure, il cane che, per marcare il territorio, urini sulle lenzuola dell’ignaro vicino.

Quali sono le conseguenze in sede civile?

Se il cane, sporcando un bene del vicino, dovesse anche causare un danno, il suo pet mate sarebbe quasi certamente chiamato a corrispondere il relativo risarcimento.

Per citare dei casi concreti (già accaduti e decisi con sentenze di condanna), quando gli escrementi macchiano un muro o, peggio ancora, rovinano un abito di valore, occorrerà, tra le altre cose, rimborsare le spese sostenute dal danneggiato per il rifacimento della tinteggiatura o per l’acquisto di un nuovo capo di abbigliamento.

La regola fondamentale in materia è l’art. 2052 del codice civile, che stabilisce: “il proprietario di un animale o chi se ne serve per il tempo in cui lo ha in uso, è responsabile dei danni cagionati dall'animale, sia che fosse sotto la sua custodia, sia che fosse smarrito o fuggito, salvo che provi il caso fortuito”. Come si può notare, si tratta di una norma piuttosto severa che introduce una responsabilità chiamata “oggettiva”.

In pratica, il pet mate è ritenuto responsabile a prescindere da eventuali colpe. Dovrà rispondere per tutti i danni provocati dal proprio cane (anche se temporaneamente al di fuori del suo controllo) salvo che l’evento sia causato da un evento esterno imprevedibile ed inevitabile.

Quali le conseguenze di natura penale?

In sede penale i rischi a cui va incontro il pet mate ove il suo cane sporchi dei beni altrui, sono svariati. In primo luogo, trova applicazione l’articolo 639 del codice penale che punisce il “deturpamento e imbrattamento di cose altrui”.

La norma sanziona “chiunque (…) deturpa o imbratta cose mobili o immobili altrui”. La pena diviene ben più severa “se il fatto è commesso su beni immobili o su mezzi di trasporto pubblici o privati” o “se il fatto è commesso su cose di interesse storico o artistico”. Nei casi di recidiva può arrivare alla reclusione da tre mesi a due anni e alla multa fino a 10.000 euro.

In queste circostanze può rivelarsi decisivo l’atteggiamento del pet mate, il quale, avvisato del fatto compiuto dal proprio animale, deve attivarsi al fine di rimediare immediatamente.

La Cassazione, infatti, con sentenza n. 7082/2015 ha assolto un uomo che, avendo il suo cane urinato su un immobile di pregio storico e archeologico, era stato condannato in primo grado per imbrattamento di cose altrui. La Suprema Corte ha ribaltato la decisione dei giudici di merito proprio per il fatto che lo stesso avesse lavato l’urina con dell’acqua.

Se poi il cane utilizza abitualmente gli spazi del vicino per i propri bisogni, nell’indifferenza del suo umano di riferimento, può configurarsi la problematica degli “odori molesti”. La Cassazione – con la sentenza n. 35566 del 2017 – ha stabilito che l’accumulo di escrementi del cane in un giardino può integrare il reato di “getto di cose pericolose” previsto all’articolo 674 del codice penale. In questo caso la pena prevista è quella dell’arresto sino a un mese.

In casi più estremi, infine, l’accumulo di escrementi di animali ha portato persino a condanne per stalking. La Cassazione, ad esempio, con la sentenza n. 25097 del 2019, ha ritenuto una donna responsabile di atti persecutori per aver utilizzato i propri gatti (e l’incuria in relazione loro escrementi) al fine di molestare una vicina di casa.