I cittadini della Colombia potrebbero avere diritto a due giorni di congedo retribuito dal lavoro per piangere la morte di un animale di famiglia: la proposta di legge è stata presentata nei giorni scorsi alla Segreteria Generale della Camera dei Rappresentanti di Bogotà da Alejandro Carlos Chacon, rappresentante alla Camera per il dipartimento del Norte de Santanderche, con l’obiettivo di vedere ufficialmente riconosciuti il trauma e la sofferenza che comportano la perdita di un compagno di vita.

Stando a quanto riportato da El Tiempo, Chacon ha ricordato che «alcune persone non hanno figli ma convivono con animali molto amati con cui hanno sviluppato un profondo legame», e a oggi «6 famiglie colombiane su 10 hanno un animale domestico» la cui perdita genera «un notevole danno emotivo in tutti i membri della famiglia, motivato dall'affetto e dal legame affettivo che si crea tra gli esseri umani e gli animali». Per questo motivo la richiesta è di prevedere per legge due giorni di congedo retribuito, a prescindere dalla tipologia di contratto applicato, e consentire a chi ha perso un pet di elaborare il lutto.

In Colombia la perdita di un familiare comporta un congedo retribuito di cinque giorni.

Come funziona il congedo retribuito per la morte di un animale in Colombia

Per accedere al congedo, il dipendente dovrebbe informare il datore di lavoro della morte dell’animale domestico e presentare il certificato che l’attesta. Il congedo non si applicherebbe invece ai lavoratori che detengono animali selvatici come animali domestici. La proposta è sostenuta dalla corrente liberale (cui appartiene Chacon) e dagli animalisti, e dovrà affrontare quattro dibattiti tra Senato e Camera per poter diventare legge.

«Quando muore un animale nell’essere umano si genera un grande trauma emotivo – ha spiegato Chacon – per questo è importante che le persone possano elaborare il lutto e le sue diverse fasi, in particolare la prima, in un tempo e uno spazio intimo in cui gli impegni o il lavoro non interferiscano nel processo». La Colombia è il primo Paese a presentare ufficialmente una proposta di legge per ufficializzare il congedo retribuito per la morte di un animale domestico, ma non è la prima volta che di questo si parla. Nel 2019 in Scozia Emma McNulty era stata licenziata per non essersi presentata al lavoro per la morte della pet mate Millie, e sulla scia di quanto accaduto aveva lanciato una petizione su Change.org per chiedere che la legge sul congedo per lutto fosse riconosciuta anche nel caso di morte di animali domestici: le firme raccolte erano state quasi 30.000.

In Italia è possibile chiedere un permesso per il lutto di un animale domestico?

In Italia non esiste a oggi una legge che disciplini il congedo per lutto in caso di morte di animale domestico, ma la Corte di Cassazione ha riconosciuto con una sentenza la necessità di accordare permessi retribuiti per i lavoratori che hanno necessità di assistere i loro compagni animali. Si tratta di un permesso equiparato di fatto alle tipologie riconosciute ai lavoratori dipendenti ai sensi del contratto collettivo, e tutto è partito dal caso di una lavoratrice della Sapienza di Roma che aveva chiesto un permesso di due giorni per assistere il cane, che necessitava di un intervento medico veterinario urgente. La donna, che viveva da sola, era l’unica che poteva occuparsi di lui e l’intervento era ritenuto necessario dal veterinario.

Il datore di lavoro aveva rifiutato, e la donna si era rivolta alla Lav per assistenza legale, e la Corte di Cassazione nel 2017 aveva dato ragione all’associazione decretando che «la non cura di un animale di proprietà integra il reato di maltrattamento degli animali», punibile con carcere e multe.

A oggi dunque è possibile chiedere e ottenere un permesso retribuito, a patto che sussistano i seguenti requisiti:

  • il lavoratore deve vivere da solo;
  • il lavoratore non ha la possibilità di delegare l’assistenza a terzi;
  • il lavoratore deve essere in possesso di un certificato veterinario che attesti la malattia dell’animale;
  • il lavoratore deve certificare la necessità di prestare cure veterinarie o accertamenti indifferibili all’animale;
  • il lavoratore non deve avere alternative per il trasporto o non poter fornire diversamente la necessaria assistenza all’animale.

«Ora, con le dovute certificazioni medico-veterinarie, chi si troverà nella stessa situazione potrà citare questo importante precedente – aveva detto Gianluca Felicetti, l’allora presidente Lav, che aveva assistito la donna nella vertenza – un altro significativo passo in avanti che prende atto di come gli animali non tenuti a fini di lucro o di produzione sono a tutti gli effetti componenti della famiglia, è un altro passo avanti verso un’organica riforma del Codice Civile che speriamo il prossimo Governo e il prossimo Parlamento avranno il coraggio di fare, approvando la nostra proposta di Legge ferma dal 2008».

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