Non siamo stati noi esseri umani a dare il primo colpo di tosse. Qualcuno ci ha preceduti e anche di parecchio sul fronte delle malattie respiratorie. Dobbiamo, infatti, risalire addirittura ad almeno 150 milioni di anni fa per scoprire che i dinosauri soffrivano di infezioni di gola e di naso.

Lo rivela lo studio “The first occurrence of an avian-style respiratory infection in a non-avian dinosaur”, pubblicato su Scientific Reports da un team di ricercatori statunitensi e canadesi guidato dal museo americano Great Plains Dinosaur nel Montana che hanno scoperto tracce di un’infezione respiratoria sul fossile di un grande dinosauro erbivoro ritrovato nel 1990 e risalente appunto a 150 milioni di anni fa.

La scoperta che i dinosauri potrebbero essere stati vulnerabili alle malattie trasmesse dall’aria, importantissima per capire di più su come respiravano questi giganti, ma soprattutto su come le malattie si siano evolute, è stata fatta dagli scienziati esaminando le ossa del collo di un giovane dinosauro Diplodocide, soprannominato Dolly, appartenente a una famiglia di erbivori risalente al tardo Giurassico, tra le più grandi che abbiano mai camminato sulla Terra.

Analizzando approfonditamente la morfologia di 3 specifiche ossa del collo di questo sauropode, i ricercatori hanno scoperto infatti delle protrusioni irregolari e delle lesioni insolite presenti nei punti in cui le ossa erano a contatto con alcune strutture polmonari, simili a delle sacche. Analizzando i campioni i ricercatori si dicono convinti che queste anormali sporgenze si sarebbero formate in risposta a un’infiammazione simile all’aspergillosi, una malattia respiratoria dovuta a un fungo e che colpisce facilmente uccelli e rettili e che si manifesta con sintomi tipici, ovvero tosse, febbre e difficoltà respiratorie. 

Cary Woodruff dell’Università di Toronto e della Montana State University-Bozeman, il principale autore dello studio, ha spiegato al Guardian, che pur avendo osservato moltissimi fossili di sauropodi, non gli era mai capitato  di vedere quelle strane anomalie ritrovate nelle vertebre di Dolly in altri esemplari.

Questa scoperta, se sarà confermata, è molto importante perché, se per conoscere come sono fatti i dinosauri e il loro comportamento le fonti sono varie, dalle impronte alle feci fossili fino alla pelle, per lo studio delle malattie che hanno colpito i dinosauri, le fonti non sono affatto così tante. Infatti, la maggior parte delle conoscenze proviene dalle ossa fossili che hanno tracce della malattia che li ha colpiti, ma è rarissimo trovare organi interni conservati nei fossili.

I casi di ritrovamento sono pochissimi e i più recenti sono stati fatti nel 2020 e nel 2021. Nel 2020 si trattava di fossili di un Centrosaurus apertus, un parente del Triceratopo, che hanno dimostrato che i dinosauri potevano avere un cancro osseo.  Nel 2021, invece, un gruppo di scienziati brasiliani ha trovato le prime prove di un’infezione respiratoria in un titanosauro eolosaurinide, il cui osso costale mostrava segni di polmonite, probabilmente a causa di un’infezione da tubercolosi.

Comprendere meglio le malattie che hanno colpito i dinosauri, ha una doppia valenza: oltre a confermare la presenza di malattie respiratorie già allora, i paleontologi possono arrivare a capire meglio come respiravano i dinosauri e come si sono evolute le malattie che colpiscono ancora oggi gli animali e che possono essere trasmesse agli esseri umani, fornendo così agli scienziati anche nuove opzioni per combatterle.

I diplodocidi e la capacità di "spogliare" un albero

I diplodocidi (Diplodocidae) sono dinosauri erbivori e appartengono alla famiglia dei sauropodi. Sono vissuti principalmente nel Giurassico superiore (circa 155 – 145 milioni di anni fa) in Nordamerica, Africa ed Europa, luoghi dove sono stati rinvenuti i più numerosi resti fossili.

Le loro dimensioni sono enormi, con però una testa piccola su un collo lunghissimo sostenuto da enormi vertebre cervicali, costruite in modo tale da risultare comunque piuttosto leggere, e una coda ancora più lunga che verso la fine si trasforma in una vera e propria frusta.

Il più famoso e il primo della lunghissima serie di ritrovamenti di Sauropode avvenne nel maggio 1877 presso Canon city in Colorado ad opera dei paleontologi Benjamin Mudge e Samuel Wendell Williston che furono i primi a trovare uno scheletro di diplococco e a nominarlo Diplodocus longus.

Dai reperti fossili ritrovati si è stati in grado di ricostruire con una grande cura quelle che dovevano essere le abitudini di questi grandi dinosauri. Tra le quali quella che i diplodocidi vivessero e si spostassero in branco in maniera costante, senza mai fermarsi.

Questo costante viaggiare era giustificato dalle necessità di cercare continuamente nuove zone di vegetazione dove alimentarsi. Infatti, gli animali di questa famiglia ingerivano delle enormi quantità di vegetazione per permettere alla loro gigantesca mole di crescere e di muoversi, arrivando a mangiare qualcosa come 700 chilogrammi di vegetazione ogni ora.

Come facessero a nutrirsi, però, è stato il grande segreto dei sauropodi e, in particolare del diplodoco, sui cui si sono concentrati più di 130 anni di studi resi difficili dal fatto che essendo i dinosauri sauropodi totalmente diversi dagli animali di oggi, non ci fosse materia di confronto.

Nel 2012, però, il Museo di Scienze Naturali di Londra ha intrapreso, per provare a comprendere questo mistero e finalmente conoscere l’ecologia e il modo in cui si alimentava il Diplodoco, una ricerca sulla dentatura e sulla masticazione dei giganti del Giurassico.

La squadra condotta dalla dottoressa Emily Rayfield della Scuola di Scienze della Terra dell’Università di Bristol e dal dottor Paul Barrett del Museo di Storia Naturale di Londra, ha creato un modello in 3D di un cranio completo di Diplodoco utilizzando una TAC e, dopo lunghissime e accurate verifiche, ha potuto appurare che la dentatura dei sauropodi a pioli potesse essere adatta solo ad uno scopo: “pettinare gli alberi”.

Ciò significava che, esattamente, proprio come un pettine, i Diplodochi con la loro dentatura specializzata staccavano in pochi secondi tutte le foglie di un ramo “pettinandolo” e quindi lasciandolo completamente spoglio.