Il visone di un allevamento di animali da pelliccia (credits:@LAV)
in foto: Il visone di un allevamento di animali da pelliccia (credits:@LAV)

In difesa dei visoni, ma anche di cincillà, cani procioni e volpi. È per difendere i milioni di animali da pelliccia che ogni anno nascono e muoiono negli allevamenti europei che LAV Lega Anti Vivisezione torna in piazza per la campagna di raccolta firme #VOCEAIVISONIDue giornate, sabato 23 e domenica 24 ottobre in mezzo alla gente nelle piazze di tutta Italia, per rivendicare un mondo dove gli animali non vengano più allevati e uccisi per le loro pellicce.

Una petizione che riporta l’attenzione sulla possibile riapertura degli allevamenti di animali da pelliccia, perché senza un provvedimento del Governo o del Parlamento dal 1° gennaio 2022 gli stabilimenti di produzione potranno infatti riaprire e tornare a uccidere decine di migliaia di animali ogni anno. Tutto questo anche dopo che, lo scorso anno, il Coronavirus ha colpito i visoni rinchiusi negli allevamenti di pellicce con oltre 400 focolai accertati in Europa e Nord America. Raccontandoci ancora una volta come lo sfruttamento indiscriminato della natura, ci metta ogni giorno di fronte a sfide sempre più eticamente insostenibili e complicate da vincere per la sopravvivenza stessa del pianeta.

Anche per l’Italia è arrivato il momento di fermare definitivamente gli allevamenti di pellicce

Molti Stati Membri dell’Unione Europea hanno già espressamente vietato gli allevamenti di pellicce. Ora quindi, secondo la LAV, è arrivato il momento anche per l’Italia di prendere una decisione definitiva. «Occorre la ferma volontà politica di dire basta alla produzione di pellicce animali, retaggio di un modello produttivo del tutto superato e incompatibile con standard etici e di sicurezza sanitaria, come l’emergenza Covid e la chiusura temporanea di questi allevamenti dimostra – spiega Simone Pavesi responsabile Moda Animal Free di LAV. – Siamo ancora in piena crisi sanitaria e la gravità della pandemia che dal 2020 ha stravolto le nostre abitudini, deve far maturare a tutti i livelli – dai decisori politici ai consumatori, agli imprenditori – la consapevolezza che la circolazione di questo virus non è una fatalità e che la chiusura di questi allevamenti è una delle misure di prevenzione indispensabili e non più rimandabili. Nessun via libera può essere concesso a produzioni ad alto tasso di sofferenza come la produzione di pellicce».

Dopo un anno di chiusura, gli allevamenti potrebbero essere chiusi definitivamente

Sembra essere arrivati ad un punto di svolta che potrebbe essere definitivo, dopo l’ordinanza firmata a febbraio 2020 dal Ministro della Salute Roberto Speranza, che prorogata a tutto il 2021 la temporanea attività di allevamento dei visoni a causa della riscontrata presenza di focolai di Covid-19 negli allevamenti italiani. «Mai era accaduto prima che questi allevamenti fossero obbligati a fermare le loro produzioni per un anno – aggiunge ancora Pavesi – è successo per una ragione che nessuno ora deve dimenticare, a causa della scoperta di visoni positivi al virus SARS-CoV-2 in allevamenti italiani» Secondo la LAV la chiusura temporanea degli allevamenti fino al 31 dicembre 2021 ha evitato la nascita di circa 40mila cuccioli destinati a diventare pellicce.

Le pellicce non vanno più di moda: da 1,6 miliardi di euro nel 2006 a poco più di 800 milioni nel 2018

Nel rapporto Fashion Spillover Covid-19 e visoni LAV ha fatto i conti in tasca ad un settore, quello della produzione di pellicce, che già da tempo mostra di scricchiolare sotto peso dei cambiamenti di costume, di una presa di coscienza etica delle condizioni di vita degli animali allevati per diventare pellicce e di una maggiore consapevolezza dei rischi sanitari che arrivano dagli allevamenti intensivi. «Il settore “della pelliccia” registra da anni un trend negativo delle vendite in tutti i canali distributivi (specialisti di pellicceria, negozi moda, grande distribuzione ed e-commerce) – spiega Pavesi, responsabile del rapporto – con un valore del consumo retail (in Italia) che è passato da 1,6 miliardi di euro nel 2006 a poco più di 800 milioni di euro nel 2018. Anche le pelli di visone hanno ormai perso valore: da 76,90 euro del 2013 a 25,02 euro del 2019 (in epoca pre-Covid)».

Gli italiani non amano più le pellicce e le aziende di moda si stanno adeguando

Un altro visone fotografato nella gabbia in cui vive fino alla morte (credits:@LAV)
in foto: Un altro visone fotografato nella gabbia in cui vive fino alla morte (credits:@LAV)

Un’inversione di rotta confermata anche dal Rapporto Italia di Eurispes 2017 in cui nel 2011 l’83% degli italiani si dichiarava contrario agli allevamenti “di pellicce” fino all’86,3% di contrari del 2016. Inversione di rotta che ha inciso decisamente anche sulle strategie dei brand di moda. «Armani, Chicco, Elisabetta Franchi, Furla, Geox, Gucci, Intersport Italia, Martino Midali, Miniconf (iDo,Sarabanda, Dodipetto), Moschino, O bag, Napapijri, OVS, Prada Group (Prada, Miu Miu, Car Shoe, Church’s), Save the Duck, Versace e molte altre anche nel settore dell’e-commerce, come il colosso YNAP (yoox.com, net-aporter.com, mrporter.com, theoutnet.com): un cambiamento sociale che è stato fatto proprio da centinaia di aziende moda, lungimiranti e più attente all’impatto delle proprie produzioni, che, nel tempo, hanno raggiunto il traguardo di una definitiva scelta fur-free» commenta Pavesi.

Ma quanti animali da pelliccia si allevano ancora in Italia?

Visoni ammassati in un allevamento (credits:@LAV)
in foto: Visoni ammassati in un allevamento (credits:@LAV)

Sempre secondo il rapporto LAV Fashion Spillover Covid-19 e visoni, in Europa si allevano e si uccidono per la loro pelliccia oltre 32 milioni di visoni, più di 2 milioni e mezzo di volpi (la quasi totalità in Finlandia), 161 mila cani procioni e 207 mila cincillà. In Italia, che produce soltanto visoni, dei 170 allevamenti presenti negli anni Ottanta, oggi ne restano solo 5. Su un sesto allevamento pende un’ordinanza di abbattimento di 3.000 visoni perché confermato come secondo allevamento italiano focolaio del coronavirus. In questi allevamenti ancora attivi il ciclo di “produzione” inizia a marzo e nel mese di maggio nascono i cuccioli, destinati poi ad essere uccisi tra novembre e dicembre per le loro pellicce. Solamente i visoni riproduttori, destinati a mettere al mondo nuovi visoni, si “salvano” da questa strage.

Condizioni di vita inaccettabili

Per realizzare il rapporto LAV negli anni ha compiuto più di un’indagine andando a verificare lo stato degli allevamenti e le condizioni di vita degli animali allevati. «Le immagini mostrano condizioni di privazione e sofferenza degli animali stabulati – spiega Simone Pavesi – ammassati in minuscole gabbie di rete metallica (anche nella pavimentazione) luride e in condizioni igieniche precarie, privati di ogni basilare esigenza etologica, gravi ferite conseguenti ad episodi di aggressione o autolesionismo, comportamenti stereotipati e persino animali morti lasciati nelle gabbie insieme ai propri simili vivi». Al di là della questione economica preme quindi sottolineare anche quella etica ma, soprattutto per il periodo storico che viviamo, è necessario evidenziare che «le condizioni di privazione degli animali, le caratteristiche biologiche e genetiche (forzate anche con la selezione) e il contesto ambientale in cui devono vivere, sono gli ingredienti ideali per lo sviluppo di infezioni e zoonosi».

Visoni e covid-19: infezioni, zoonosi, salto di specie. E imperizia

Le camere a gas in cui vengono soppressi i visoni (immagine dal Rapporto LAV )
in foto: Le camere a gas in cui vengono soppressi i visoni (immagine dal Rapporto LAV )

La mappatura delle aziende allevatrici in Italia realizzata da LAV insiste proprio su questo ultimo dato: sviluppo di infezioni e zoonosi. «A settembre 2020 in Italia sono presenti più di 63.000 visoni in 8 allevamenti intensivi – cita il rapporto. – La Lombardia ha la popolazione più alta di visoni:  tre allevamenti tra Brescia (con 6.800 visoni) e Cremona (3.500 e 26.200). In Emilia Romagna ci sono 2 strutture in provincia di Ravenna (10.000) e Forlì-Cesena (2.500). In Veneto altri 2 allevamenti in provincia di Padova (10.000) e Venezia (1.000). E un allevamento anche in Abruzzo in provincia de L’Aquila (3.500)». Ad agosto 2020, nell’allevamento di visoni a Capralba (in provincia di Cremona) l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Lombardia ed Emilia Romagna rileva in almeno 2 campioni la presenza del virus SARS-CoV-2. E «nonostante le positività riscontrate anche negli animali, le autorità sanitarie non hanno ritenuto di monitorare con test diagnostici le altre 7 strutture». La mancata osservanza di norme di bio-sicurezza fa il resto e il 21 novembre 2020 Il Ministero della Salute dispone la sospensione dell’attività di allevamento dei visoni sino al 28 febbraio 2021. «Il 2 dicembre 2020, su disposizioni del Ministero della Salute, nell’allevamento di Capralba cominciano le operazioni di svuotamento con l’uccisione di tutti gli oltre 26.000 visoni (compresi gli animali riproduttori). Le carcasse saranno distrutte e non sarà consentito l’utilizzo delle pellicce».

Chiuderli tutti, chiuderli per sempre

Un visone di un allevamento di cui LAV chiede la chiusura definitiva (credits:@LAV)
in foto: Un visone di un allevamento di cui LAV chiede la chiusura definitiva (credits:@LAV)

Come in un anello, si torna quindi alle motivazioni alla base dell’iniziative che sabato e domenica farà di nuovo scendere in strada gli attivisti della LAV. «L’unica soluzione efficace per prevenire ulteriore diffusione del coronavirus e di possibili varianti è quello di vietare da subito l’allevamento dei visoni e, in generale, degli animali sfruttati per la produzione di pellicce, dato che anche volpi e cani procione, tra le specie più utilizzate per tale finalità, sono animali sensibili al coronavirus». Per Simone Pavesi è arrivato il momento, anzi nessun altro momento è stato ideale come questo per chiudere definitivamente tutti gli allevamenti di pelliccia presenti in Italia. «Con questa campagna chiediamo alle aziende moda e retailer di rinunciare all’utilizzo di pellicce animali, evitando ogni forma di sfruttamento di animali selvatici, tutelando l’ambiente e gli ecosistemi. L’industria della moda deve progressivamente e definitivamente abbandonare le produzioni animali (di qualunque specie) in favore di materiali più sostenibili, dalle fibre naturali vegetali, alle fibre man-made artificiali – biopolimeri – o sintetiche, da riciclo. Infine alle istituzioni nazionali ed europee, chiediamo di vietare in via definitiva l’allevamento di visoni e di ogni altro animale per la produzione di pellicce. Un reale impegno nella riduzione del rischio di un’altra pandemia».

Immagine di copertina: un visone in uno degli allevamenti intensivi visitati dalla LAV (credits:@LAV)

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