Recentemente sul Bollettino Ufficiale della Regione Lombardia è stata pubblicata la Legge 12/2022 che stabilisce “Disposizioni per la valorizzazione del piatto tipico ‘spiedo bresciano' e di altri piatti tradizionali lombardi a base di selvaggina”.

Una norma fortemente voluta dalla Lega, partito notoriamente collegato al mondo venatorio che ha fatto votare il progetto in tempo di elezioni amministrative, per cercare di consolidare il rapporto con un certo tipo di elettorato. Questa disposizione elimina il divieto per i ristoratori di usare i piccoli uccelli selvatici per la preparazione di piatti gastronomici come lo spiedo o la polenta e osei.

Unici limiti previsti è che la piccola fauna impiegata rientri nel novero delle specie cacciabili e che tutta la filiera sia senza fini di lucro. Quindi, a seguire la nuova legge, il cacciatore regala al ristoratore l’avifauna lecitamente cacciata e il gestore del locale, piuttosto che l’organizzatore di sagre e manifestazioni, a sua volta offre i piatti a base di selvaggina in omaggio al pubblico.

Un giro di gratuità messo in atto soltanto nel nome della tradizione oppure una politica che cerca di produrre leggi che aggirino un divieto nazionale, aprendo di fatto la porta al bracconaggio? La seconda ipotesi è certamente la più probabile: questo tipo di disposizione complica molto i controlli, rende più facile aggirare le norme poste a tutela dei piccoli uccelli che sono state alla fine imposte a furia di sanzioni e non fa fare un solo passo in avanti alla tradizione culturale lombarda, che in questi anni è sopravvissuta ugualmente usando animali d’allevamento per lo spiedo bresciano e la polenta e osei .

L'utilizzo di carne che arriva da allevamento, però, fa sostenere agli appassionati del genere che il piatto finale però non ha lo stesso sapore e che non accontenta il palato nello stesso modo. Da qui, poi, si arriva alla conclusione che quindi sia gusto riprendere a utilizzare piccoli volatili.

Uccelli che invece, se fossimo attenti agli equilibri ecologici, non andrebbero né cacciati né, tantomeno, bracconati considerando anche che impoverendo il patrimonio faunistico si va a toccare un bene collettivo, tutelato nell’interesse della comunità nazionale e internazionale. Così del resto dice la Legge nazionale 157/92, una delle norme meno rispettate ed a più basso potere di deterrenza dell’intero panorama nazionale in materia di tutela della biodiversità.

Ciò sempre perché i cacciatori rappresentano un grande bacino di voti alle elezioni, una categoria che seppur in declino quasi tutti i partiti sostengono a macchia di leopardo, secondo la regione di appartenenza e la convenienza elettorale. Basti pensare che nelle province lombarde di Bergamo e Brescia il bracconaggio è da sempre endemico e viene praticato, specie nei periodi della migrazione, con ogni tipo di congegno: archetti, tagliole, reti, vischio e chi più ne ha più ne metta. E tutto ciò nonostante le operazioni antibracconaggio messe in atto ogni anno dai Carabinieri Forestali e dai volontari delle associazioni che si occupano di contrastare questo fenomeno criminale che causa grandi sofferenze agli animali.

La legge lombarda sarà probabilmente oggetto di un’impugnativa del Governo e non andrà lontano, ma le sue previsioni e il fatto di essere stata presentata, votata e diventata norma vigente in Regione danno un segnale preciso della qualità delle politiche ambientali del nostro paese. Senza dimenticare la vergogna per le istituzioni nell’aver prodotto una normativa al solo scopo di aggirare una direttiva europea e una legge nazionale.

Questa norma renderà molto complessi i controlli sugli scambi di fauna cacciata, proprio in virtù del fatto che un divieto assoluto è sempre più facile da controllare rispetto a uno solo parziale. Non va poi dimenticato che nei ristoranti gli organi di controllo troveranno soltanto piccoli uccelli preventivamente spiumati, spesso privati anche di becco e zampe per rendere più difficoltosa l’identificazione. Per capire di che specie si tratti sarà necessario ricorrere all’esame del DNA sugli animali rinvenuti nei frigoriferi. Un’attività complessa, dispendiosa in termini di tempo e di costi, che agevolerà il traffico di specie protette ma anche il pagamento in nero della selvaggina ceduta e cucinata. Difficile quindi poter trovare qualcosa di positivo in una norma di questo genere, nemmeno la difesa delle tradizioni gastronomiche lombarde.