«Ricordo che tutto è iniziato da un trafiletto di giornale che ho letto quando ero bambina in cui si parlava di una coppia che girava il mondo viaggiando a cavallo». A raccontare così la folgorazione che ha dato inizio al suo sogno è Paola Giacomini, una donna che, insieme ai suoi cavalli ha compiuto incredibili viaggi attraverso paesi e interi continenti.

Dopo aver percorso il Cammino di Santiago e numerose altre tratte tra gli Appennini, le Alpi e i Pirenei insieme alla sua cavalla Isotta, tra il 2018 e il 2019 Paola ha intrapreso quella che lei stessa definisce «un'avventura selvaggia e quasi impossibile». Partendo da Harahorin, a Sud di Ulan Bator, la capitale della Mongolia, ha raggiunto la Polonia per poi proseguire verso casa, in Piemonte.

Questa volta però, ad accompagnarla sono stati Cigheré e Custode due cavalli mongoli che oggi, dopo aver attraversato mezzo mondo con l'obiettivo di portare un messaggio di pace, vivono in Val di Susa con lei.

«Noi sognatori viaggiamo per far sognare gli altri e lasciare qualcosa nel mondo che attraversiamo»

Oltre allo stretto necessario per il viaggio, lungo le steppe asiatiche ed europee Paola ha trasportato anche un dono simbolico da consegnare a Cracovia, ovvero una freccia che le era stata affidata dal sindaco di Harahorin. Secondo la leggenda infatti, durante l'assalto dei mongoli avvenuto nel 1241, il Vigile del fuoco che diede l'allarme fu ucciso dalla freccia di un arciere nemico. Ancora oggi, ogni giorno, nella città polacca risuonano le note della melodia che allertò i cittadini di Cracovia quel giorno e, oggi come nel 1241, la musica si interrompe improvvisamente, come accadde durante l'assalto.

Nel 2019 però, la freccia ha raggiunto di nuovo la Polonia ma come un simbolo di pace e legame tra questi due mondi speculari e divisi dalla notte dei tempi: «Abbiamo fatto un viaggio attraverso i contrasti tra nomadi e sedentari, tra cristiani e ortodossi e tra comunismo e capitalismo – racconta la donna –  E per me un viaggio è molto più di un semplice spostamento nel mondo. Deve avere qualcosa da raccontare, un progetto da portare a termine. Noi sognatori viaggiamo per fare sognare gli altri e non si tratta solo di percorrere una strada, ma di lasciare dei segnali nei luoghi che attraversiamo».

Paola e Isotta, la sua prima cavalla
in foto: Paola e Isotta, la sua prima cavalla

L'inizio del viaggio e l'arrivo di Cigheré e Custode: il guardiano e "il dritto"

«Siamo stati in giro per un anno e mezzo, ma in realtà il viaggio è iniziato 10 anni prima, quando ho deciso che lo avrei fatto – racconta Paola Giacomini – Una volta arrivata in Mongolia, ho iniziato a cercare i cavalli adatti ma non è stato facile, perché il popolo mongolo è estremamente legato ai suoi cavalli e quelli più prestanti preferiscono tenerli per sé».

Dopo un mese di trattative però, finalmente la squadra si poteva dire al completo: insieme a Paola avrebbero viaggiato Cigheré e Custode. «Loro sono due "scarrafoni". Non sono esattamente due esemplari che fanno fare bella figura ai cavalli mongoli – racconta sorridendo la viaggiatrice – Non sono particolarmente veloci, inoltre Cigherè è molto ostinato e ha dei momenti di malinconia in cui si ferma e percepisco che è triste, ma noi siamo una squadra e con i difetti degli uni e degli altri abbiamo imparato a convivere».

Quando arrivava la sera, durante il viaggio Paola non cercava un albergo dove alloggiare, ma montava un  grande telo sotto al quale dormire nel sacco a pelo. Sceglieva il luogo adatto e poi legava i cavalli con una corda sufficientemente lunga da permettergli di muoversi e brucare.

«La prima notte ricordo che mi sono svegliata e ho trovato Custode, che al tempo ancora si chiamava Bulano, con la testa sopra la mia, intento a vegliare su di me. Proprio da questa sua attitudine a voler proteggere il gruppo è nato il suo nome. Il nome Cigheré invece, in mongolo significa "dritto", ed è dato dal fatto che ha un carattere davvero poco flessibile. Anzi, si può dire che per lui i cambiamenti sono vere e proprie piccole tragedie. In questa squadra un po' sgangherata, però, con il passare del tempo ognuno ha trovato il suo ruolo attivo».

Le steppe siberiane e il dialogo che va al di là della specie

Durante il viaggio di Paola, Cigheré e Custode non sono mancate le difficoltà burocratiche nell'attraversare le frontiere, ma anche quelle legate all'ambiente che bisognava attraversare. «Ricordo una mattina, nella taiga russa, dopo una notte in cui aveva nevicato così tanto che non vedevo le impronte della sera prima. Da giorni non incontravamo anima viva e io in quel momento ho pensato: "non ce la faremo mai!". Fuori dal telo però, Cigheré, guardandomi e capendo perfettamente cosa stavo provando, ha cominciato a raspare al suolo, come a dirmi: "Andiamo, dai". Ed è stato proprio lui a darmi la forza per alzarmi e ricominciare il viaggio».

Secondo Paola durante queste avventure è inevitabile che all'interno del gruppo nasca un dialogo che va oltre alla specie: «Non si potrebbe assolutamente affrontare un viaggio così senza comunicare gli uni con gli altri – afferma – E per il bene della squadra è molto importante badare alle necessità di tutti. I cavalli sono animali abitudinari e sradicarli dai loro luoghi rischia di mandarli in confusione. A partire dal terzo giorno di viaggio però non hanno più il pensiero di tornare a casa, ma sanno che dovranno raggiungere il prossimo bivacco. Proprio per questo motivo cerco sempre di evitare di fermarmi più giorni nello stesso posto e faccio in modo di costruire delle routine quotidiane che gli permettano di rasserenarsi».

Viaggiare con gli animali inoltre li fa abituare a guardare il mondo con altri occhi: «Quando si viaggia da soli si cercano le strade e si attraversano le città. Quando si viaggia a cavallo, al contrario, le strade diventano quasi degli ostacoli da evitare – racconta la donna – Infatti i cavalli e alcune persone incontrate lungo i viaggi, mi hanno insegnato a prendere l'abitudine di seguire le direzioni degli animali. Grazie al loro fiuto so che spesso è meglio assecondarli e scovare i sentieri consigliati da loro, ovvero quelli che ci tornano più utili e vengono percorsi anche dai selvatici. Con questo nuovo sguardo sul mondo, oggi posso essere un'esploratrice anche in Europa, un luogo che al primo sguardo potrebbe sembrare già occupato ovunque, ma è sempre possibile trovare sentieri nascosti che evitano le grandi città: le strade ora sono diventati i confini di un mondo fantastico e sconosciuto». 

«I cavalieri del mondo controllavano lo stato di salute di Cigheré e Custode per decidere se fidarsi di me»

«La magia della nostra squadra è data dal fatto che ognuno ha i propri talenti e difficoltà. Nelle parti più selvagge del viaggio erano loro due che si sentivano più a loro agio, a mostrarmi la via mentre nei pressi degli ambienti più antropizzati ero io a prendere in mano la situazione – racconta la viaggiatrice – Fin dai primi giorni di viaggio, il fatto che io mi prendessi cura di loro in maniera responsabile era in un certo senso il mio biglietto da visita».

Talvolta infatti Paola, Cigheré e Custode trovavano ospitalità da cavalieri che vivevano lungo il percorso: «Prima di determinare se potevano fidarsi di me, controllavano lo stato di salute degli animali e li toccavano sempre negli stessi posti. Come se fosse un linguaggio universale della comunità di chi viaggia a cavallo». 

Una volta entrata in Europa però, Paola si è accorta che era sempre più difficile incontrare persone che vivevano così intensamente la relazione con i cavalli: «In Russia le persone amano davvero questi animali e le razze diffuse in Siberia sono davvero meravigliose. I cavalli del Don, ad esempio, appartengono ad una razza rara originaria del posto e sono perfetti per viaggiare. Hanno personalità curiose, coraggiose, sono adattabili e si affidano con piacere ai loro compagni umani – racconta la donna – Una volta entrata in Europa, paradossalmente, ho fatto più fatica a trovare i luoghi ideali per noi rispetto alla Russia e alla Mongolia, dove il viaggio a cavallo non è sempre visto come una stranezza».

Le qualità nascoste degli scarrafoni: «Hanno dato l'anima per la squadra»

Ora che la squadra ha raggiunto il suo obiettivo portando la freccia a Cracovia e tornando insieme in Italia da Isotta che ha ormai 29 anni e non percorre più lunghe distanze, accade ancora che Paola si muova insieme ai suoi due compagni mongoli: «Quando andiamo a spasso per la Val di Susa, dove abitiamo, succede che Cigheré si spaventi per il rumore di un tombino o di qualcosa che non riconosce. Questa sua difficoltà ad adattarsi ai cambiamenti mi porta a ricordarmi che lui è doppiamente un eroe, perché è riuscito a fare questo viaggio nonostante le sue difficoltà e la sua abitudine a rifiutare le proposte. Ma insieme a lui che in un certo senso dice sempre di no, c'è Custode che invece è sempre pronto a dire di sì: due cavalli complementari che si proteggono e si rispettano e che, in questo viaggio, lungo quasi 10 mila chilometri, hanno mostrato le loro vere abilità: ognuno di noi ha dato l'anima per la squadra».

Paola è consapevole di aver vissuto un'esperienza che non potrà mai dimenticare: «Il momento più difficile della nostra avventura è stato il ritorno, ovvero quando ci si accorge che il sogno per cui hai lavorato per anni non esiste più, perché è già dietro di te. Però so che talvolta bastano anche viaggi più corti per seminare qualcosa di grande e trasmettere messaggi importanti e infatti nel 2022 partiremo per una nuova avventura».

Il futuro di Paola, Cigheré e Custode, infatti, sarà questa volta tra le montagne e le colline del nostro paese: «Abbiamo deciso di percorrere il tragitto dal Parco Nazionale d'Abruzzo al Gran Paradiso, ovvero i primi parchi naturali d'Italia che il prossimo anno compiranno 100 anni. Questa volta porteremo con noi una borraccia da riempire con tutte le acque che incontreremo lungo la strada per offrirle poi al ghiacciaio del Gran Paradiso, dove evaporeranno e ricorderanno così che il ghiaccio sta scomparendo». Poi i tre torneranno di nuovo a casa, perché come dice Paola: «Il viaggio ha davvero valore solo se ti prendi il tempo per metabolizzare quanto hai vissuto, per questo è importante fermarsi prima di ripartire».