Nella passata e “strana” primavera 2020, mentre l’uomo sperimentava la reclusione, l’orso come sempre si svegliava dal letargo. L’orso Francesco in particolare, noto alle cronache come “M4” tornato in attività addirittura a febbraio in provincia di Udine, catturando l’attenzione della stampa nazionale. Le sue tracce sulla neve hanno infatti confermato ciò che il radiocollare montato dall’Università di Udine stava già monitorando: le attività del plantigrado si sono interrotte a metà dicembre per riprendere a febbraio. Questa storia ha fatto il giro delle testate nazionali, portando alla ribalta il tema del climate change. Sebbene alcuni ricercatori si dimostrino scettici riguardo la connessione tra cambiamento climatico e risveglio anticipato dal letargo, gli avvistamenti in febbraio non sono comuni, come testimoniano gli studi svolti in provincia di Trento, secondo i quali il letargo andrebbe da Novembre a Marzo.

Il letargo non è uguale per tutti gli orsi

Francesco non è stato l’unico orso ad anticipare il risveglio. Anche in Siberia, in Finlandia e in Norvegia il letargo è durato meno. Le abitudini invernali di questo grande animale si differenziano in base alle zone e in base ai singoli individui. Alcuni rallentano solo il ritmo vitale e il battito cardiaco, altri dormono più a lungo, svegliandosi talvolta per riposare fuori dalla tana. Anche il sesso e la presenza o meno di cuccioli sono variabili in grado di condizionare la durata e la profondità del letargo. La disponibilità alimentare e la temperatura sono però le condizioni che modificano maggiormente il comportamento invernale del grande plantigrado in Europa.

Perché il letargo di un orso può durare di meno: ecco da cosa dipende

Uno studio svolto dall’Institute of Nature Conservation di Cracovia, in Polonia, ha analizzato i comportamenti invernali degli orsi dei Carpazi dal 1987 al 2016. In questi 29 anni i ricercatori hanno osservato i movimenti degli orsi nel periodo invernale, evidenziando un aumento dell’attività del plantigrado in due casi particolari. Il primo è l’innalzamento della temperatura, il secondo è la disponibilità di risorse alimentari prodotte dall’uomo, quindi di origine antropica. Sebbene nelle zone osservate dall’Istituto polacco fossero presenti sia risorse di origine naturale che risorse di origine antropica, viene evidenziata una preferenza da parte dell’orso per il cibo lasciato a disposizione dall’uomo.

Il perché é abbastanza chiaro: l’orso è un predatore opportunista, sceglie quindi ciò che costa meno fatica e la caccia rappresenta una sfida dal punto di vista del dispendio energetico. Gli avanzi alimentari dell’uomo sono invece facilmente accessibili e prevedibili sia in termini di spazio che di tempo. Lo studio dimostra inoltre che gli orsi maggiormente attivi in inverno, hanno maggiore possibilità di continuare a scegliere l’alimentazione a base di rifiuti alimentari anche in primavera, quando torna ad aumentare la disponibilità di insetti, piante e carcasse.

La situazione italiana

«Oggi in Italia l’alimentazione di origine antropica non rappresenta un vero e proprio problema. Seppure talvolta sia accaduto che l’orso si avvicinasse ai centri urbani alla ricerca di rifiuti, si tratta di eventi saltuari», spiega Andrea Mustoni, biologo del Parco Naturale Adamello Brenta. «Per quanto riguarda l’habitat alpino, abbiamo visto fin da subito grande sensibilità da parte della popolazione, la quale si è dimostrata quasi sempre rispettosa, evitando di lasciare a terra i rifiuti». Secondo l’esperto però può capitare che: «occasionalmente anche qui un orso si avvicini ai cassonetti. È successo in provincia di Trento, ad Andalo. L’animale è stato avvistato mentre rovistava tra i rifiuti. In questo caso può essere che la disponibilità delle risorse abbia rappresentato l’anticamera di un’aggressione avvenuta poi, poco distante, sempre la stessa estate».

Anche per quanto riguarda l’orso sugli Appennini non esiste un vero e proprio problema riguardo la spazzatura, sostiene il biologo: «In Abruzzo, dove è presente da secoli, il problema è stato risolto con l’utilizzo di cassonetti “anti – orso”, in cui vengono inseriti i rifiuti che non possono essere in nessun modo estratti dal plantigrado».

Il fattore climatico

Secondo Mustoni, quindi, «a modificare il comportamento dell’orso in Italia è plausibile che sia il minore innevamento, come è accaduto in questi ultimi anni. Se il terreno non è coperto dalla neve e l’orso dispone di risorse alimentari sufficienti alla sopravvivenza già a Febbraio, probabilmente anticiperà il risveglio».

Il risveglio di Francesco in Friuli Venezia Giulia fa pensare che anche in Italia il cambiamento climatico stia modificando il ritmo vitale della fauna selvatica. Per mitigarne le conseguenze sulla vita dell’orso bruno è quindi necessario evitare di lasciare a disposizione del grande plantigrado risorse di origine umana. La nostra presenza, infatti, ormai sempre più diffusa anche in zone una volta remote, induce l’orso a scegliere i nostri rifiuti piuttosto che la caccia, perdendo gradualmente l’abitudine e l’abilità all’auto-sostentamento alimentare, oltre a quella del letargo.