Membro del Comitato Scientifico di kodami
Etologa

Per il poeta Fernando Pessoa era affollata, per Laura Pausini era invece l'inquietudine di vivere la vita senza Marco, mentre Fabrizio de André la elogiava – perché in sua compagnia si può non sentirsi soli – e Franco Battiato l’ha persino amata. Parliamo della solitudine.

Si direbbe che gli psicologi diano ragione a Pausini, dato che la descrivono proprio come lo sconforto e l’angoscia suscitati da una separazione o da un isolamento sociale. E l’isolamento sociale può essere reale o percepito, ossia derivante da una discrepanza tra i livelli di relazioni sociali desiderati e quelli effettivamente raggiunti. Sulla scorta di quest’ultima prospettiva, in particolare, la solitudine è stata tradizionalmente considerata come un fenomeno unicamente umano. In realtà, la scienza ha dimostrato che un simile disallineamento può essere sperimentato anche dalle altre creature sociali, persino quelle più piccole e semplici, come gli insetti, nelle quali la solitudine rappresenta, di fatto, una risposta adattativa. Questa considerazione non è frutto di un eccesso di antropomorfismo, ma si basa su osservazioni comportamentali oggettive, come la manifestazione della preferenza del partner nelle arvicole della prateria o della preferenza sociale nei macachi rhesus (Macaca mulatta).

L’isolamento sociale provoca alterazioni comportamentali

Le modificazioni comportamentali osservabili anche negli animali non umani in seguito all’isolamento sociale sono molteplici: alcuni diventano più aggressivi nei confronti dei conspecifici non familiari, altri perdono l’interesse per le interazioni sociali oppure sviluppano difficoltà di apprendimento e neofobia, ossia paura delle novità. Il cervello è l'organo chiave dei processi sociali, quindi, se c’è un cervello, ci sono anche i meccanismi neurali, ormonali e molecolari che si sono evoluti per promuovere la compagnia, che è una forma di protezione, e per sviluppare un senso di solitudine, come risposta adattiva, quando il livello di connessione sociale è insoddisfacente. Le formiche sono insetti sociali, hanno un cervello, e non sorprende, quindi, che anche loro subiscano gli effetti dell’isolamento.

Anche le formiche si stressano se vengono isolate dalla colonia

Nelle operaie di Temnothorax nylanderi, ad esempio, una specie di formiche che vive in piccole colonie di qualche dozzina di individui, l’isolamento provoca una maggiore mortalità. E proprio come ci si potrebbe aspettare da un cane che viene separato dal proprio gruppo, le formiche operaie inizialmente cercano la loro colonia perduta. Se non riescono a trovarla, riducono i livelli di attività e smettono di pulirsi, due chiari segnali di forte stress sociale.

Uno studio appena pubblicato su Molecular Ecology  ha rivelato forti cambiamenti nell'espressione di oltre 80 geni nel cervello delle operaie di T. nylanderi in seguito all'isolamento. In particolare, è stata rilevata la sottoregolazione dei geni legati all’immunità e allo stress, e questo si riflette nei minori livelli di auto-pulitura, un’attività che, negli insetti sociali, rappresenta un importante esempio di immunità sociale.

Di fatto, quindi, l’isolamento sociale mina il benessere psico-fisico delle nylanderi, compromettendo la loro capacità di resistere alle malattie.

L'isolamento riduce la fertilità

E non va molto meglio a un’altra specie di formiche, le formiche salterine indiane (Harpegnathos saltator). Dovete sapere che nelle colonie di queste formiche, se la regina muore, circa il 70% delle operaie entra in competizione: per una quarantina di giorni si prendono a colpi d'antenne, con l’obiettivo di assurgere al ruolo di sovrana. La vincitrice sviluppa le ovaie e diventa capace di riprodursi sessualmente. Inoltre, le dimensioni del suo cervello diminuiscono, probabilmente perché la regina non deve svolgere compiti cognitivamente difficili, come trovare cibo e difendere il nido dai predatori. Il cervello è un organo che, per lavorare, richiede tanta energia e le formiche, quando diventano regine, devono invece farla convergere tutta nella produzione intensiva delle uova.

Una  recente ricerca ha mostrato che l’isolamento riduce la fertilità delle nuove regine, che vengono poi destituite dalla carica di reggenti e tornano al ruolo di operaie. Quando rientrano nella colonia dopo un periodo di isolamento, infatti, vengono subito catturate dalle compagne di nido, che le puniscono bloccandole in una presa ferrea. In tal modo, impediscono loro di muoversi e di svolgere qualsiasi attività, inibendo anche l’ulteriore conversione verso lo status riproduttivo. Si ha, così, una nuova inversione anatomica: le ovaie tornano piccole e il cervello riacquista le dimensioni originarie. Questa plasticità reversibile del cervello è una caratteristica incredibile, che finora non era mai stata dimostrata negli insetti a ciclo vitale breve.

Bibliografia

Lynch JJ, Convey WH (1979). Loneliness, disease, and death: Alternative approaches. Psychosomatics 20:702–708.

Cacioppo J. T., et al. (2015). Loneliness across phylogeny and a call for comparative studies and animal models. Perspectives on psychological science: a journal of the Association for Psychological Science 10(2):202–212.

Grippo AJ, et al. (2007). Social isolation induces behavioral and neuroendocrine disturbances relevant to depression in female and male prairie voles. Psychoneuroendocrinology 32:966–980.