Oggi, 19 agosto, si festeggia la Giornata mondiale della fotografia, una celebrazione istituita nel 2010 dal fotografo australiano Korske Ara. La scelta della data non è causale: è stato infatti proprio il 19 agosto del 1839 che è stata presentata al pubblico la dagherrotipia, il primo procedimento fotografico per lo sviluppo di immagini. Ad oggi esistono tantissimi generi fotografici, ognuno dei quali ha procedimenti e focus diversi, ma tutti con un obiettivo comune: suscitare emozioni attraverso una comunicazione di tipo grafico e non linguistico e svelare cose che altrimenti rimarrebbero celate. Tra i diversi generi, ce n'è uno particolarmente interessante: la fotografia naturalistica, che si occupa, per l'appunto, di immortalare la natura nelle sue diverse accezioni dalle piante agli animali immersi nel loro habitat naturale, sino alla paesaggistica e al macro, che permette di riprendere anche i piccoli organismi e i loro dettagli di cui normalmente neanche ci accorgiamo. Ma cos'è di preciso e come si svolge?

La fotografia naturalistica: competenze, rispetto, attesa e passione

La fotografia naturalistica è un genere che si occupa di riprendere i paesaggi, la fauna selvatica e la flora nel loro ambiente e con pose naturali e spontanee, il più possibile lontane da condizionamenti umani. Detta così, potrebbe sembrare anche facile, ma essere un fotografo naturalista è davvero complicato: avvistare un animale selvatico nel suo habitat naturale non è infatti cosa semplice e richiede molta pazienza e concentrazione. Ma non solo: non ci si può improvvisare fotografi naturalisti. Per sapere dove trovare la specie che si vuole fotografare e come comportarsi quando si va incontro ad un animale selvatico infatti bisogna conoscere le sue caratteristiche etologiche, il ché richiede grande competenza e molto studio.

«Oggi i fotografi naturalisti sono tantissimi e spesso non sono persone che hanno base naturalistiche – spiega Paolo Rossi, fotografo di fauna selvatica e autore di diversi libri e cortometraggi tra cui Sopravvissuti all'Homo sapiens – Una storia di resistenza selvatica – Prima conosco l'animale e poi lo fotografo: questa è la base per avere più possibilità di vedere la specie e disturbarla il meno possibile. Purtroppo per pubblicare la foto velocemente, i fotografi poco etici non si preoccupano di arrecare disturbo all'animale e spesso utilizzano anche esche o attrattivi per avere foto "migliori" e in maniera più rapida».

Oltre al fatto che in Italia farlo in questo modo è illegale, è anche un grosso pericolo per gli animali selvatici: questi infatti si avvicinano di più all'uomo, diventando più confidenti e rischiando così di essere uccisi dai bracconieri o dai cacciatori. «Per fare un esempio – continua Rossi – se le persone danno da mangiare alla volpe, e poi si apre la caccia al cinghiale, le volpi si avvicinano di più ai cinghialisti, che essendo autorizzati, le uccidono più facilmente».

Fotografare la fauna selvatica infatti non deve mettere assolutamente a rischio le specie animali, né deve esserci alcuna interazione ed è proprio per questo che non è una cosa da tutti. Il bello però sta anche in questo: avere la pazienza di aspettare, attendere e quando poi si riesce a scattare la soddisfazione è ancora più grande, perché si è consci di aver rispettato la natura che ha donato in cambio il privilegio di osservare tanta bellezza. Citando la poesia Itaca del poeta Constantino Kavafis e riadattandola al discorso: "La passione ti ha dato il bel viaggio, senza di lei mai ti saresti messo in viaggio: che cos'altro ti aspetti?".

L'etica nella fotografia: non arrecare disturbo agli animali

«Il mio lavoro è prima di tutto conoscere l'animale, facendo in modo che mi veda il meno possibile, senza quasi accorgersi della mia presenza – racconta il fotografo – Il lavoro è più lungo e bisogna conoscere le caratteristiche etologiche delle specie. Ad esempio abbiamo visto che nell'entroterra ligure il gatto selvatico frequenta luoghi antichi dove l'uomo non è presente, in boschi che assomigliano molto a quelli di 4 mila anni fa. Ci siamo quindi dovuti improvvisare storici e antropologi parlando con le persone del posto, soprattutto gli anziani, cercando di riuscire ad escludere le cose folkloristiche, e prendendo informazioni sui possibili avvistamenti e sulla descrizione degli ambienti che ci sembravano idonei alla presenza dell'animale».

Paolo Rossi è oltre vent'anni che fotografa i lupi e altri animali nelle zone più selvagge delle Alpi italiane e soprattutto dell'Appennino ligure, nella cosiddetta "zona delle quattro province". Qui i luoghi non sono molto battuti e sono rimasti belli e selvatici, anche a causa dell'abbandono delle campagne nel Novecento che ha permesso alla fauna selvatica di tornare. È proprio in questi posti che si svolge la maggior parte del suo lavoro che richiede di appostarsi in attesa dell'animale da fotografare anche per diverse ore.

Esemplare di gatto selvatico in Val trebbia sull’Appennino ligure
in foto: Esemplare di gatto selvatico in Val trebbia sull’Appennino ligure

«Ci sono giornate che si sta appostati dalle 5 del mattino e, se le condizioni sono buone, ossia l'ambiente è tranquillo senza macchine, turisti e bracconieri, il lupo può presentarsi anche dopo poche ore. Generalmente l'appostamento è breve e dura tre-quattro ore perché, dato che il lupo è molto mimetico e furbo, dobbiamo rimanere concentrati e se si rimane troppo tempo si perde lucidità», aggiunge il fotografo.

Ci sono però alcune accortezze da tenere in considerazione per condurre una vera e propria fotografia etica e avere rispetto della natura e degli animali che la abitano. «In linea di massima quando un predatore, come il lupo, si presenta, non sai mai da dove arriva e possono giungere anche da molto vicino. Se ad esempio l'animale si muove nelle zone centrali della radura, noi rimaniamo ai margini, sia per soddisfazione personale sia per il privilegio di goderci un animale che si muove nel suo habitat senza essere terrorizzato. Inoltre è un momento unico: in pochi hanno il privilegio di vedere un animale in questo modo. Il fotografo etico quindi non deve disturbare l'animale, deve cercarlo tramite tracce, riuscire ad avere del materiale che riprenda l'individuo in comportamenti naturali e ad esempio, non utilizzare il flash nemmeno di notte. È davvero un occhio nel suo mondo senza condizionarlo che da il privilegio a noi che scattiamo e a chi vedrà la foto di godersi lo spettacolo, a costo anche di aspettare molto».

Esemplare di lupo in val d’Aveto 
in foto: Esemplare di lupo in val d’Aveto 

La fotografia naturalistica come strumento di conoscenza e educazione ambientale

La fotografia naturalistica non ha però solo una funzione estetica, ma anche conoscitiva e educativa. «La fotografia è fondamentale per l'educazione ambientale e la conoscenza delle specie – continua Paolo Rossi – Mostrare in quali boschi c'è ricchezza di vita è importante sia per la tutela degli habitat che delle specie che vi abitano. L'ambiente naturale è purtroppo ancora troppo spesso visto come un parco giochi dove puoi correre e andare in bici. Per noi invece la base è dimostrare che ci sono animali particolarmente importanti che rendono l'ambiente ricco. Fino a pochi anni fa i lupi ad esempio erano animali sterminati e quindi c'è anche il fascino del ritorno di questi canidi».

Paolo Rossi è particolarmente interessato alla fotografia dei lupi nella zona dell'Appennino ligure, su cui ha basato tutta la sua carriera e la sua vita. «Il lupo per me incarna lo spirito indigeno. L'indiano connesso alla natura, rapporto che invece noi ci siamo dimenticati a scapito dello sfruttamento eccessivo per l'agricoltura. L'indigeno invece non sfrutta ma prende lo stretto necessario per sopravvivere. Gli indigeni erano già affascinati da questo animale così capace di resistere a lungo senza cibo, feroce con i gruppi nemici, timoroso per i proprio familiari e i disabili della propria famiglia, per cui non è difficile capire come sia un animale per cui vale la pena dedicare la propria carriera. Il lupo non è da civilizzare né da eliminare e ancora oggi si hanno difficoltà ad accettare il selvatico facendo riferimento alla sua capacità di ingannarci, come il lupo che preda la pecora, invece di capire che è solo un animale che cerca di sopravvivere», conclude Rossi.

Esemplare di lupo in val Tanaro
in foto: Esemplare di lupo in val Tanaro

Il lupo non è però così facile da avvistare e sull'Appennino ligure è ad oggi presente in pochi numeri distribuiti in maniera omogenea e capillare, sparsi su territori molto grandi. Questi animali inoltre si stanno adattando a tantissime prede e ambienti, incluse le zone antropiche, a volte anche differenti dai luoghi in cui sono cresciuti da cuccioli.  «I predatori in generale, così come i lupi, hanno la capacità di affrontare i problemi nuovi e risolverli con uno spirito che le prede non hanno – continua il fotografo  – Nonostante sia oggi possibile avvistarli anche vicino le zone antropiche io rimango fedele ai miei posti, alle zone selvagge, perché così scelgo lo scenario che mi piace avere sullo sfondo come le foreste. Secondo il mio punto di vista non bisogna cercare ad esempio tane dove il lupo si riproduce o i luoghi dove si riposa quando ha finito di mangiare. Inoltre non mi chiedo mai cosa piace alla gente e cosa funziona di più, ma faccio solo quello che mi esalta senza scendere a compromessi. Rispetto a noi i lupi hanno dei superpoteri come l'olfatto e quindi a volte sentono la nostra presenza anche senza vederci. Dove io lavoro vi sono parchi regionali piccoli e con poca vigilanza quindi gli animali spesso sono ancora spesso braccati, quasi come gli anni '70, e gli adulti hanno imparato a evitare i bracconieri e quindi anche i fotografi. Nei parchi nazionali questo invece non succede perché hanno più fiducia nell'uomo e sono più tutelati».

Capriolo nella Val Trebbia sull’Appennino ligure
in foto: Capriolo nella Val Trebbia sull’Appennino ligure

Come riconoscere le foto "truccate"

Non si può parlare di fotografia etica se gli animali vengono immortalati solo grazie alla presenza di un attrattivo o, ancora peggio, se prelevati dal territorio e posti sullo sfondo che preferisce il fotografo. «Questo rappresenta il problema più grande –  spiega Paolo Rossi – Il mio consiglio è infatti questo: cercate di incontrare le persone che stimate fotograficamente. Io ad esempio faccio molte serate dal vivo perché mi piace espormi e rispondere alle domande. Quelli che invece si espongono molto in Rete ma non fanno mai incontri tet a tet mi fanno venire molti sospetti. Questi incontri sono pensati proprio per spiegare come vengono fatte le foto, così le persone possono farsi un'idea, e magari partecipare anche a un workshop fotografico sul campo. Ovviamente, se si va a fare esperienza con un fotografo poco etico le probabilità di incontrare un animale sono molte più alte, se lo faccio io è possibile anche che non succeda. Personalmente tendo molto a diffidare anche delle foto che ritraggono animali troppo da vicino o in pose poco naturali. Io ad esempio fotografo gli animali immersi nel loro ambiente e lontano dall'obiettivo anche per miei gusti personali: mi piace difatti far capire come l'animale è connesso con l'ambiente».

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