A che pensa un gatto? Gli studiosi dell’Università di Liverpool e della Liverpool John Moores University hanno realizzato un questionario per cercare di capire se il micio è psicopatico. Il test vuole misurare i livelli di audacia, meschinità e disinibizione per valutare le tendenze psicopatiche complessive. Solitamente si tratta di un lavoro fatto sugli umani, ma gli studiosi hanno deciso di applicarlo ai felini.

Al termine del sondaggio viene data una misura (il valore Cat-Tri+), che misura il livello di psicopatia dell’animale domestico. «I nostri gatti e le differenze nelle loro personalità ci hanno ispirato per avviare questa ricerca» ha detto la psicologa Rebecca Evans, dell'Università di Liverpool, che ha raccontato del suo micio, Gumball, che ha un punteggio molto alto nella scala di disinibizione.

Tra le domande che vengono poste (ovviamente, ai compagni umani), si chiede di sapere quanto è avventuroso il gatto durante l’esplorazione, come reagisce al pericolo e agli altri gatti. Inoltre, nello studio si analizzano alcuni comportamenti specifici, come quelli legati all’aggressività e ai cambiamenti d’umore. In totale sono 46 le risposte da dare per avere una misura quantomai precisa delle tendenze psicopatiche del proprio micio.

«È probabile che tutti i gatti abbiano un elemento di psicopatia in quanto una volta sarebbe stato utile per i loro antenati in termini di acquisizione di risorse: ad esempio per il cibo, il territorio e le opportunità di accoppiamento», commenta Evans. I ricercatori hanno pubblicato il loro articolo sul Journal of Research in Personality.

«I ricercatori hanno utilizzato un modello di analisi sviluppato in psicologia umana che è stato applicato anche agli scimpanzè – commenta Sonia Campa,  esperta nella relazione uomo-gatto e componente delComitato scientifico di Kodami – Hanno giustificato l'applicazione dello stesso modello ai gatti appellandosi al fatto che i mammiferi condividano molte strutture anatomiche e neurobiologiche e presentino una continuità evolutiva in termini di circuiti relativi a minacce, ricompense e affetti. Tuttavia, questo non è sufficiente per pensare di poter applicare ai gatti un test pensato per gli esseri umani. Non si tratta solo di avere un cervello simile, si tratta anche di usarlo in modo diverso».

«Al di là delle somiglianze strutturali, non possiamo ignorare che stiamo parlando di una specie che si è evoluta come un predatore solitario, fortemente territoriale, poco avezzo ai contatti sociali che non siano quelli giustificati dalla riproduzione – aggiunge Campa – Prendere una socialità così particolare, così lontana dalla nostra, modificata dalla domesticazione sì – ma in realtà non sappiamo esattamente nemmeno quanto e in forza di cosa – e pensare di metterla sotto il microscopio di un modello da primate, dove noi siamo animali sociali, collaborativi, viviamo in clan familiari, creiamo comunità e ci sosteniamo a vicenda, appare quanto meno azzardato».