Frans de Waal, famoso primatologo olandese, ha scritto in uno dei suoi libri “E' impossibile guardare una grande scimmia negli occhi e non vedere se stessi. Ci sono altri animali con gli occhi orientati frontalmente, ma nessuno ci dà lo shock dell'autoriconoscimento che ci danno le grandi scimmie”. Il primatologo faceva probabilmente riferimento in particolare a due specie: bonobo (Pan paniscus) e scimpanzé (Pan troglodytes). E a ragion veduta: queste due scimmie sono infatti  le specie più vicine all’uomo al punto tale da condividere con noi più del 98% del genoma, una cifra davvero impressionante che ci fa pensare che siamo molto più simili a loro di quel che possiamo immaginare.

La vicinanza tra noi e queste scimmie antropomorfe fa sì che esse rappresentino un ottimo modello per poter studiare l’evoluzione del comportamento umano e che ci permettano di capire anche qualcosa su noi stessi. Bonobo e scimpanzé invece condividono tra loro circa il 99% dei geni ma nonostante questo non si assomigliano poi così tanto e presentano delle caratteristiche comportamentali, fisiologiche e morfologiche diverse. Una delle ipotesi suggerite per spiegare questa divergenza è che i bonobo abbiano subìto un processo di auto-domesticazione, perché presentano alcune caratteristiche tipiche delle specie domestiche. A supportare questa ipotesi è uno studio recente, pubblicato sulla rivista Genes, Brain and Behaviour, che ha scoperto alcuni geni che sono stati selezionati positivamente nel bonobo ma non nello scimpanzé e sembrano essere responsabili di alcune caratteristiche che li ha resi “autodomesticati”. Ma facciamo prima un passo indietro.

L’evoluzione di bonobo e scimpanzé

Proviamo a fare un piccolo gioco di immaginazione: ci troviamo in Congo circa 1,7 milioni di anni fa. Qui si trova la popolazione ancestrale comune a scimpanzé e bonobo ancora non differenziata nelle due specie che conosciamo oggi. Succede ad un certo punto che una parte della popolazione del genere Pan decide di  attraversare il fiume Congo e riesce a giungere dall’altro lato. Le grandi scimmie però, si sa, non sono delle grandi nuotatrici. Come hanno fatto quindi ad attraversarlo? Una ipotesi suggerisce che vi sia stato un periodo di siccità per cui il livello del fiume si è abbassato molto, permettendo a una parte della popolazione di arrivare dall’altro lato. Poi il fiume è tornato ad una portata maggiore e le due popolazioni, ormai separate, si sono isolate geneticamente e differenziate così in due specie diverse, che sono quelle che conosciamo oggi: scimpanzé al Nord del fiume Congo e bonobo al Sud.

Similitudini e differenze tra bonobo e scimpanzé

Scimpanzé (Pan troglodytes)
in foto: Scimpanzé (Pan troglodytes)

Da un punto di vista estetico le due specie sono abbastanza simili e, per un occhio non molto esperto, non è facile riconoscerle. Da un punto di vista comportamentale invece sono molto diverse. Gli scimpanzé sono una specie patriarcale dove i maschi formano le più forti alleanze e a capo si trova il cosiddetto maschio “alfa”. Le femmine invece rimangono spesso in disparte ricoprendo così un ruolo più subordinato. E’ una specie inoltre poco tollerante, in particolare nei confronti degli sconosciuti, tanto da essere definita xenofobica. Succede infatti che quando due gruppi estranei si incontrano le cose possono mettersi davvero male: gli individui possono diventare molto aggressivi, con esiti a volte anche fatali. Se si conoscono invece i bonobo il registro cambia: i pattern di dominanza della società dei bonobo sono flessibili e quindi gli individui investono di più nelle relazioni dato che queste non sono determinate dal rango sociale. Qui sono le femmine a formare le più forti alleanze e di conseguenza sono le più influenti del gruppo. Il bonobo presenta anche degli spiccati comportamenti prosociali ed è una specie definita xenofila: quando due gruppi sconosciuti si incontrano spesso può succedere che… cominciano a fare sesso. Ebbene sì: il sesso viene utilizzato anche per riparare e rinforzare le relazioni e i bonobo non se lo fanno ripetere due volte.

Il processo di domesticazione dei bonobo

I bonobo presentano inoltre alcune caratteristiche sia morfologiche che comportamentali tipiche degli animali domesticati: cranio ridotto, mascelle e molari più piccoli, dimorfismo sessuale attenuato. Ma non solo: anche aggressività ridotta, una spiccata tolleranza, comportamento omosessuale svincolato dalla riproduzione e gioco sociale anche in età adulta. Alcuni di questi caratteri emergono nelle specie domestiche come un pacchetto tutt’uno che deriva dalla selezione dell’aggressività. Belajev, un genetista russo, l’ha dimostrato tempo fa in un esperimento condotto in cattività sulle volpe argentata (Vulpes vulpes). Ha selezionato solo gli individui più docili rendendosi conto che selezionando l’aggressività, nel corso di varie generazioni, venivano fuori alcune di queste caratteristiche morfologiche e comportamentali che lui non aveva volontariamente selezionato, definite sindrome da domesticazione. Nel caso di Belajev però è stato lui a selezionare l’aggressività, ma come hanno fatto invece i bonobo ad auto-domesticarsi?

Condizioni ecologiche e coalizioni tra femmine alla base del probabile processo di auto-domesticazione

Gruppo di bonobo (Pan paniscus)
in foto: Gruppo di bonobo (Pan paniscus)

La risposta è probabilmente da ricercare nelle condizioni ecologiche in cui i bonobo si sono ritrovati a vivere una volta attraversato il fiume Congo. Ai bonobo non è andata per niente male, anzi: una volta arrivati al Sud del fiume hanno trovato delle condizioni piuttosto favorevoli. I bonobo hanno infatti colonizzato un ambiente di foresta con più ricche e accessibili patches di cibo, e si sono specializzati nel cibarsi di vegetazione terrestre erbacea che è una risorsa a bassa stagionalità, ossia sempre disponibile. Un altro vantaggio è che non devono competere per il cibo con i gorilla, cosa che invece devono fare i più sfortunati scimpanzé. Questa ampia disponibilità di cibo e la mancanza dei gorilla ha fatto sì da una parte che vi fosse una diminuzione della competizione alimentare che ha portato ad un probabile aumento della tolleranza inter-individuale. Dall’altra ha fatto sì che le femmine riuscissero a coalizzarsi e, a differenza degli scimpanzé, a creare dei sottogruppi più stabili. Grazie a queste alleanze le femmine hanno raggiunto un grande vantaggio: la capacità di poter respingere i maschi che le tormentavano. E hanno così conquistato la possibilità di scegliere attivamente il proprio partner. Quali sono quelli che preferivano? Beh, quelli che si comportavano in maniera più “carina” con loro, ossia quelli meno aggressivi. In questo modo potrebbero aver negativamente selezionato l’aggressività, facendo così probabilmente comparire, come effetto collaterale, i sintomi della sindrome da domesticazione.

Lo studio: prove a favore dell’auto-domesticazione nei bonobo

Gli autori dello studio pubblicato sulla rivista Genes, Brain and Behaviour hanno confrontato 73 genomi appartenenti a scimpanzé e bonobo e hanno scoperto delle zone del genoma che sono state selezionate positivamente nel bonobo ma non nello scimpanzé e che sembrano essere correlate a delle caratteristiche auto-domesticate. Hanno trovato una selezione positiva per i geni tirodei che potrebbero essere coinvolti nel ritardo dello sviluppo di alcune caratteristiche, il che potrebbe spiegare perché i bonobo hanno evoluto delle caratteristiche pedomorfiche. Con pedomorfiche si intendono quelle caratteristiche "infantili" che rimangono anche in età adulta come un alto livello di gioco o un cranio giovanile, che invece gli scimpanzé non presentano. Inoltre hanno trovato segni di selezione positiva nelle cellule della cresta neurale, la cui alterazione nella migrazione è una caratteristica comune alle specie domestiche. Ma non finisce qua: anche i geni correlati al comportamento sociale sembrano avere segni di selezione. Ad esempio nel recettore della serotonina, coinvolto nel modulare l’aggressività che potrebbe essere responsabile degli alti livelli di tolleranza dei bonobo. Allo stesso modo anche per l’ossitocina, coinvolta nella formazione dei legami e nei comportamenti omosessuali femminili, che potrebbe spiegare perché i bonobo sperimentano una maggiore motivazione e dei benefici sociali quando ingaggiano in comportamenti omosessuali. Queste scoperte rappresentano delle prime prove a sostegno del processo di auto-domesticazione nel bonobo che potrebbero essere alla base delle differenze comportamentali e morfologiche di bonobo e scimpanzé.

L’uomo nel mezzo: «una scimmia bipolare»

Anche per l’uomo è stata proposta l’ipotesi dell’auto-domesticazione. Nel nostro caso però, l ’auto-domesticazione sarebbe stata guidata dall’evoluzione culturale che ci ha fatto diventare più docili e meno aggressivi, anche se non sempre si direbbe. A tal proposito Joseph Henrich, professore di antropologia evoluzionistica a Harvard, sostiene che «l’evoluzione culturale ha innescato un processo di auto-domesticazione che ha trainato la nostra evoluzione genetica e ci ha resi più socievoli, più docili, capaci di attenerci a un sistema di regole e di inserirci in un mondo governato da norme sociali fatte rispettare dalla comunità».

Anche su questo sembra quindi che noi e i bonobo siamo simili, nonostante i fattori che hanno guidato i processi di una possibile auto-domesticazione siano ovviamente molto diversi tra loro. Gli studi su queste scimmie antropomorfe però possono dirci tanto su chi siamo e perché lo siamo. Come scrive de Waal: «É vero che lo scimpanzé è orientato verso la dominanza, è violento e territoriale. Ma è anche cooperativo in molti modi, e quella parte viene spesso dimenticata. Il bonobo è sensuale, sensibile, sessuale, pacifico, ma può avere anche un lato brutto, e quello viene spesso dimenticato. Quindi entrambe le specie rappresentano i due lati della medaglia e noi cadiamo da qualche parte nel mezzo. Ovviamente, abbiamo tutte e due le parti in noi, e questo è il motivo per cui spesso ci chiamo scimmie bipolari».

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