5 Maggio 2023
14:07

Esche avvelenate contro la fauna selvatica. I Carabinieri: «Problema diffuso in Italia»

Proseguono le operazioni delle unità cinofile dei Carabinieri contro le esche avvelenate. Per il tenente colonnello Giancarlo Papitto si tratta di un fenomeno molto presente in Italia, ma diffuso anche all'estero.

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I Forestali durante l’operazione Sabaudus

Proseguono le operazioni delle unità cinofile dei Carabinieri contro le esche avvelenate. Questa volta l'intervento è stato realizzato all'interno del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, nel territorio di Torricella Sicura e nella città di Teramo.

Proprio a Torricella Sicura sono state individuate due presunte esche, costituite da polpette di carne che sono state subito repertate dai Carabinieri Forestali e inviate all'Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell'Abruzzo e del Molise per accertarne la natura.

«Il fenomeno delle esche avvelenate purtroppo è molto frequente in Italia, per questo regolarmente realizziamo azioni preventive ispezionando le zone ritenute maggiormente sensibili o a rischio. Tra queste rientrano sicuramente le aree protette come quella del Gran Sasso, e ci avvaliamo di unità cinofile altamente specializzate che il mondo ci invidia», spiega a Kodami il colonnello Giancarlo Papitto del Comando Unità Forestali  Ambientali Agroalimentari.

Le unità cinofile antiveleno sono specialità dell'Arma dei Carabinieri simili a quelle anti droga e anti esplosivo, si tratta di binomi uomo-cane esperti per la ricerca di esche e bocconi avvelenati. Tra questi, inoltre, due unità sono state formate anche per l'antibracconaggio nella ricerca di cartucce e fucili attraverso il progetto Safa realizzato in collaborazione con Legambiente.

Sono 16 le unità cinofile anti veleno distribuite sul territorio nazionale, formate da circa 20 cani. «Mediamente c'è un cane per conduttore, ma in qualche caso la stessa persona lavora con due diversi animali – sottolinea Papitto – Ogni binomio viene istruito per circa 6-8 mesi, il periodo può variare in funzione dell'affiatamento, dato che si tratta di una caratteristica molto importante per tutte le unità cinofile».

Un rapporto che contraddistingue il legame tra l'appuntato Andrea Corsi e la sua Kenia, un Pastore Belga Malinois che si sono distinti in numerose operazioni sul campo. La fiducia tra il conduttore e il suo animale deve essere totale sia perché l'operazione riesca, ma anche per salvaguardare la salute stessa del cane che compie la ricerca, come rileva Papitto: «Durante il corso di formazione i cani vengono addestrati a segnalare la presenza del veleno mantenendo dalla presunta esca una distanza che viene stabilita proprio dal conduttore, di solito è circa 1 metro. Al cane viene insegnato a mangiare se non dalla sua ciotola o dalle mani del suo conduttore, e a non prestare attenzione alle altre fonti trofiche [fonti alimentari n.d.r]».

Ignorare il cibo sulla strada può essere molto impegnativo per il cane vista la sua natura di carnivoro opportunista. Il cane, proprio in virtù della sua prossimità con la nostra specie, ha infatti sviluppato la possibilità di consumare una grandissima varietà di alimenti. «La chiave per portare il cane a fare questo lavoro è il rinforzo positivo, lavoriamo moltissimo quindi usando il rinforzo sociale o alimentare, quindi premiandolo con attenzioni o con cibo».

Il lavoro dei cinofili è fondamentale in Italia, soprattutto con l'intensificarsi del conflitto uomo-animale, molto spesso, infatti, le esche sono dirette proprio ai grandi carnivori. «In ambito urbano è frequente che la polpetta avvelenata diventi un'arma in una diatriba di vicinato. In contesti naturali invece entrano in gioco altre dinamiche che coinvolgono direttamente la fauna selvatica».

Le difficoltà per la nostra specie a rispettare i contesti dove sono presenti i selvatici non è limitata all'Italia. In Tirolo sta per prendere il via la procedura semplificata per abbattere i grandi carnivori, mentre la Slovenia si prepara a uccidere 230 orsi. Ovunque, le lamentele vengono soprattutto dagli allevatori che vedono nei carnivori un rischio per il bestiame, e dai cacciatori che considerano i predatori come dei competitori a tutti gli effetti.

Davanti a questa escalation anche il problema del bracconaggio e delle esche avvelenate si va intensificando «È una specialità che ci invidiano a livello internazionale – aggiunge Papitto – proprio per che si tratta di un problema diffuso andiamo a insegnare ed esportiamo le nostre conoscenze alle altre nazioni».

Il lavoro delle Forze dell'ordine per prevenire e reprimere il fenomeno è fondamentale, tuttavia il vero antidoto contro le esche avvelenate è l'educazione al rispetto degli altri animali. Come si evince dal portale del Ministero della Salute, dove vengono raccolte tutte le segnalazioni accertate, c'è ancora molta strada da percorrere prima di mettere fine a questa pratica crudele.

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Giornalista per formazione e attivista per indole. Lavoro da sempre nella comunicazione digitale con incursioni nel mondo della carta stampata, dove mi sono occupata regolarmente di salute ambientale e innovazione. Leggo molto, possibilmente all’aria aperta, e appena posso mi cimento in percorsi di trekking nella natura. Nella filosofia di Kodami ho ritrovato i miei valori e un approccio consapevole ma agile ai problemi del mondo.
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