Lonza dante inferno
in foto: La lonza. Canto I, Inferno (illustrazione di Gustave Dorè)

Ed ecco, quasi al cominciar de l'erta,
una lonza leggiera e presta molto,
che di pel macolato era coverta.

[…] M'apparve d'un leone.
Questi parea che contra me venisse
con la testa'alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l'aere tremasse.

Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame.

Lonza, leone e lupa: sono queste le tre fiere che Dante incontra poco prima di iniziare il suo viaggio infernale. E non è un caso se a dargli il benvenuto nel regno dei morti sono proprio tre animali. Il 25 marzo, in occasione del Dantedì, la Giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri scopriamo quali sono gli animali nella Divina Commedia di Dante e il loro significato.

Il 25 marzo è la data che gli studiosi riconoscono come inizio del viaggio nell’aldilà del poeta toscano. Proprio durante le fasi preliminari della discesa infernale, incontrare la sua guida, il poeta latino Virgilio, e il traghettatore di anime Caronte, Dante trova sul suo cammino tre animali con il compito di dissuaderlo dall'intraprendere il viaggio.

La Commedia, che fu chiamata "Divina" dal poeta Giovanni Boccaccio e non da Dante – è ricca di riferimenti ad animali, esistenti oppure fantastici. Come abbiamo visto anche nella città antica di Pompei, gli animali hanno sempre avuto un ruolo importante sia dal punto di vista della relazione con l'essere umano ma anche per il loro ruolo nella mitologia.

Una suggestione che è giunta fino al Medioevo e che ha dato vita ai bestiari, libri, o veri e propri manuali che senza fare distinzione tra reale e immaginario descrivono le caratteristiche di volpi, tigri, grifoni e chimere. Si tratta di testi che certamente Dante conosceva e che lo hanno ispirato nella scelta degli animali da posizionare nei cerchi infernali.

L'Inferno è pieno di animali che ancora oggi popolano gli incubi di molti, e che per dante avevano precisi significati simbolici: serpenti acquatici e di terra vivono sul corpo delle Furie, i demoni che presidiano la città infernale di Dite, uno dei luoghi più vicini a Lucifero. Mosche e vespe torturano gli ignavi, cioè coloro che non prendono posizione. E poi cani all'inseguimento degli scialacquatori e molti altri.

Anche in Paradiso però non mancano i riferimenti ai selvatici: è nel cielo di Mercurio che fa la sua metaforica comparsa l'aquila imperiale di Costantino. Simbolo dell'Impero ma anche della lotta tra i guelfi e i ghibellini.

aquila imperiale
in foto: Aquila imperiale (Aquila heliaca)

Gli animali più noti restano però i primi tre: lonza, leone e lupa. Si è scritto molto su queste tre fiere dantesca e sul loro significato, per certi versi ancora oscuro.

Lonza: il felino misterioso

lince
in foto: Lince

Prima di iniziare la sua discesa infernale Dante trova il passo sbarrato da tre grandi carnivori. La prima a pararsi davanti al poeta è la lonza, allegoria della lussuria e dell'incontinenza, cioè la tendenza a cedere alle proprie pulsioni. Nonostante la presenza di Dante, l'animale non indietreggia, anzi, è il poeta a tentennare: «Impediva tanto il mio cammino ch'io fui più volte sul punto di tornare indietro».

Secondo la maggior parte degli studiosi la lonza coincide con la lince europea (Lynx lynx). Questo grande predatore dei boschi europei è stato quasi sterminato dall'uomo a partire dall'Ottocento, tanto che oggi in Italia i pochi esemplari rimasti sono stanziati prevalentemente nei boschi del nord, tra Friuli Venezia Giulia e Lombardia, dove è stata avvistata nel Parco dello Stelvio. Un tempo però questo felino doveva essere diffuso anche nell'Italia centrale dove era noto per la sua sinuosità e per il manto chiazzato, e chissà, forse anche Dante stesso aveva potuto osservarlo da vicino.

A confermare questa tesi c'è anche un indizio fornito da Virgilio nell'Eneide: il poeta latino infatti attribuisce la "pelle maculata della lince" a Venere, la dea dell'amore. Un riferimento che certo Dante conosceva molto bene.

Non tutti però concordano con questa interpretazione della lonza. Per alcuni l'animale descritto da Dante è più simile a un ghepardo, e tra questi c'è anche il pittore francese Gustave Doré che nel 1861 ha realizzato alcune tra le più belle illustrazioni della Divina Commedia. Per i sostenitori di questa tesi il ghepardo è inequivocabile segnalato da due peculiarità attribuite alla lonza: il manto fittamente chiazzato e la velocità.

ghepardo
in foto: Ghepardo

Anche se è improbabile che Dante avesse potuto vedere un simile animale, sappiamo però che il ghepardo, soprattutto la sottospecie asiatica, non era sconosciuto nell'Italia medievale, proprio grazie ai commerci con i paesi dell'Asia. Questo felino, tra i più veloci del mondo, era anche presente in numerose opere pittoriche medievali, spesso ritratto al guinzaglio alla corte di sovrani stranieri.

Leone

leone
in foto: Leone (Panthera Leo)

Dopo la lince/ghepardo, Dante si scontra con un altro carnivoro, questa volta non presente nell'ecosistema italiano: il leone, tradizionale simbolo di superbia e di predisposizione alla violenza, vizi molto più insidiosi rispetto alla lussuria. E probabilmente anche molto più temuti dal poeta stesso.

Oggi il leone è stato inserito dall'IUCN tra le specie considerate "vulnerabili" a causa della progressiva diminuzione del suo habitat naturale: il WWF stima che sia scomparso dall’80% del suo areale originario.

Nel racconto dantesco, il leone non è statico come la lonza ma procede verso di lui con la testa alta e con una evidente e rabbiosa fame. L'arrivo del "re degli animali" è capace di istillare un terrore tale da far tremare anche l'aria circostante.

Questa suggestione psicologica è coerente con l'immagine del leone (Panthera leo) proposta dai bestiari medievali e con l'allegoria della battaglia, alla quale questo carnivoro viene spesso associato.

L'impiego del leone come immagine della guerra era molto diffusa durante il Medioevo, tanto che per alcuni commentatori danteschi il leone sarebbe un riferimento alla lotta in atto tra le fazioni guelfe e ghibelline nella Firenze del 1300.

Lupa

lupo
in foto: Lupo (Canis lupus)

Infine, l'ultima fiera incontrata dal poeta nella selva oscura è la lupa, la più temibile di tutti. Questo canide è infatti il simbolo dell'avarizia e della cupidigia, peccati definiti da San Paolo «radice di tuti i mali».

Il lupo (Canis lupus), quasi estinto dal suo habitat italiano, oggi è tornato al centro delle polemiche nel nord Italia. In particolare, la Provincia autonoma di Trento ha rivendicato la propria autonomia allo scopo di poterne gestire la presenza sul territorio. Una lettera scritta al Ministero della Transizione ecologica che suona come una richiesta di via libera agli abbattimenti di lupi, ritenuti una minaccia per l'essere umano.

Anche alla lupa di Dante non manca una dimensione storica e "istituzionale" accanto a quella allegorica. Quella storica coinciderebbe con Bonifacio VIII, papa corrotto e responsabile della cacciata della fazione di Dante da Firenze e di conseguenza dell'esilio del poeta. La cupidigia di cui è colpevole Bonifacio è chiara nella magrezza senza rimedio dell'animale, un riferimento all'avaro che non è mai sazio di accumulare beni e ricchezze.

La visione mostruosa e peccaminosa della «bestia senza pace» spinge il poeta ad abbandonare il suo percorso, e a rifugiarsi lì dove «il sol tace». Perdere la via avrebbe significato per il Dante personaggio morire due volte: la prima fisicamente per mano delle bestie, e la seconda spiritualmente divorato dai peccati.

Solo l'intervento di Virgilio, riconosciuto da Dante quale autore e guida, riesce ad evitare il peggio e a permettergli di iniziare il suo cammino verso l'eternità.