A cura di Sonia Campa
Membro del Comitato Scientifico di kodami
Consulente per la relazione uomo-gatto

Che i gatti siano in grado di riconoscere il proprio nome la scienza ce lo ha dimostrato ormai da diverso tempo. È del 2019, infatti, uno studio che indaga proprio se un gatto risponde al proprio nome e che ha dimostrato sperimentalmente che i gatti hanno reazioni precise quando sentono pronunciare la parola associata al proprio nome, distinguendo persino la voce del pet mate rispetto ad un estraneo. In quello studio si sottolineava anche, però, che i gatti mantengono sempre la riserva di decidere se rispondere o ignorare il richiamo. In altre parole, non è che abbiano tutta questa urgenza di accorrere appena sentono pronunciare il proprio nome.

Al netto del loro diritto di ignorarci, allora, come si fa ad insegnare ai gatti il proprio nome?

Come scegliere il nome per il gatto

I gatti imparano a discriminare una gran quantità di parole, soprattutto se abbiamo l’accortezza di pronunciarle in maniera chiara e senza legarle ad altre in frase articolate. Le parole brevi, costituite da due sole sillabe (Co-co, Chic-ca, Ya-ya, Cle-o) sono le più semplici da memorizzare per loro ma non è escluso che possano familiarizzare anche con parole più lunghe perché la loro non sarà una memorizzazione letterale ma fonetica (cioè ricordano “che suono fa” e non “come si pronuncia”).

Come far imparare al gatto il proprio nome

In realtà, non servono grandi manovre per insegnare il nome ad un gatto.

Potrei dirvi che un sistema è pronunciare la parola e farla seguire da un “premio” alimentare succulento ma i gatti sono molto più attenti, osservatori, scaltri, intelligenti rispetto a ciò che presagisce un metodo così meccanico e riduzionista.

I gatti sono osservatori attentissimi dei nostri comportamenti e se abbiamo la minima, umanissima propensione sociale a pronunciare il loro nome poco prima di servire un pasto, di proporre un gioco o una sessione di coccole ben accolta, saranno loro stessi a memorizzare l’associazione tra la parola-nome e “qualcosa di bello e che mi riguarda”.

Con il tempo, il solo sentire la parola-nome li porterà a rivolgere la loro attenzione verso la fonte (sempre che ne abbiano voglia…) perché avranno imparato che essa anticipa qualcosa di destinato a loro.

Quali errori evitare

Più che di evitare errori, si tratta di non creare situazioni che potrebbero rallentare il processo di apprendimento oppure renderlo confusionario e, quindi, “sporco”.

Vi sconsiglio, ad esempio, di legare più parole fra loro quando non siete ancora sicuri che il gatto abbia isolato l’apprendimento del suo nome. Se lo chiamate spesso esclamando “Pippo vieni!” invece di “Pippo!” e basta, il rischio è che concluda che la sua parola-nome è “pippovieni”. Un altro errore tipico è chiamarlo ripetendo più volte il nome “Pippo. Pippo. Pippoooo”. Come si chiama questo gatto, “Pippo” o “Pippopippopippoooo”?

Analogamente, se, pur avendogli insegnato che si chiama Pippo, lo chiamate sovente con “Pippo perché non vieni?”, è improbabile che sappia estrapolare la parola “Pippo” dal suono “pippoperchenonvieni”. Siate coerenti e, soprattutto, puliti. Imparate ad auto-osservarvi perché per noi esseri umani è abbastanza naturale essere ridondanti nell’espressione verbale ma agli animali può suonare confusionario, al limite dell’incomprensibile.

Nomignoli e abbreviativi sono i benvenuti in qualunque periodo della vita perché i gatti possono imparare ad associare anche più parole per rivolgere l’attenzione verso di noi, non hanno l’aspettativa del nome unico e insindacabile. L'importante è che siano parole univoche, pulite.

Infine, non dimenticate che avete a che fare con delle Ferrari cognitive: una mia gatta aveva imparato perfettamente a riconoscere il suo nome ma, a seconda delle situazioni, accorreva puntualmente anche quando chiamavo l’altro e non perché facesse confusione quanto perché aveva capito perfettamente che, se chiamavo lui in determinate circostanze, allora “gatta ci covava” e, magari, qualcosa di buono poteva arrivare pure per lei!