La capacità degli animali di apprendere versi, canti e richiami viene solitamente attribuita a un gruppo molto ristretto di specie. La maggior parte degli animali infatti non impara a "parlare" ma è geneticamente programmata per farlo. Non hanno bisogno di far pratica o di ricevere l'insegnamento dei propri genitori, cantano, cinguettano ed emettono versi in maniera del tutto innata e istintiva. Un gruppo di ricerca internazionale guidato dal BirdLab della Flinders University, in Australia, ha però scoperto che l'apprendimento vocale potrebbe essere molto più diffuso di quanto ritenuto finora e che per alcuni uccelli inizia addirittura prima della nascita, mentre sono ancora nell'uovo. I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista Philosophical Transactions of the Royal Society B.

C'è chi impara e chi no

Uno scricciolo fatato ali rosse, una delle specie protagoniste di questo studio. Foto di Paul Balfe
in foto: Uno scricciolo fatato ali rosse, una delle specie protagoniste di questo studio. Foto di Paul Balfe

L'apprendimento vocale è un comportamento talmente raro tra gli animali che ha spinto naturalisti e biologi a dividerli in due grosse categorie: quelli che imparano con l'esperienza e l'imitazione (vocal learners) e quelli che non lo fanno (vocal non-learners). Tra i primi ci sono solamente sette gruppi animali: primati, passeriformi, pappagalli, colibrì, cetacei, pinnipedi e pipistrelli e nemmeno tutte le specie. Tra queste spicca il colorato scricciolo fatato superbo (Malurus cyaneus), un uccello piuttosto comune nei boschi del sud-est dell'Australia. In questa specie i piccoli imparano addirittura a riconoscere i richiami dei propri genitori mentre sono ancora nell'uova. Inoltre le mamme "dialogano" con i propri pulli prima ancora che nascano instaurando una sorta di "password vocale" che permette ai genitori di riconoscere i proprio piccoli da quelli di eventuali parassiti, come i cuculi.

I ricercatori si sono chiesti se queste capacità di apprendimento fossero presenti anche in altre specie e se avvenissero prima o dopo la schiusa, così hanno effettuato un esperimento. Per poterlo scoprire le loro attenzioni si sono rivolte sulla frequenza dei battiti cardiaci in ovo di tre specie "vocal learners", scricciolo fatato superbo, scricciolo fatato alirosse (Malurus elegans) e fringuello terragnolo minore (Geospiza fuliginosa) e altre due considerate "vocal non-learners", la quaglia del Giappone (Coturnix japonica domestica) e il pinguino minore (Eudyptula minor).

Il test sulle uova

Anche nei piccoli pinguini minori, considerati uccelli senza alcun apprendimento vocale, i piccoli imparano a riconoscere i richiami dei genitori mentre sono ancora nelle uova
in foto: Anche nei piccoli pinguini minori, considerati uccelli senza alcun apprendimento vocale, i piccoli imparano a riconoscere i richiami dei genitori mentre sono ancora nelle uova

Gli scienziati hanno rimosso temporaneamente le uova dai nidi misurando il battito cardiaco degli embrioni prima, durante e dopo l'esposizione ripetuta ai canti e ai richiami della propria specie e non. Con grande sorpresa tutti gli embrioni hanno mostrato non solo un rallentamento della frequenza cardiaca in risposta a suoni, ma anche totale assuefazione nel tempo. La risposta è stata molto più forte nelle specie "vocal learners" ma era comunque presente anche nelle altre. Questa scoperta suggerisce quindi che tutti gli uccelli studiati imparano a percepire e riconoscere i suoni dei loro conspecifici ancor prima di essere nati.

I risultati erano piuttosto attesi per i passeriformi, uccelli canori per eccellenza, ma sono stati totalmente inaspettati per quanto riguarda le quaglie e i pinguini, da sempre considerate specie con nessun tipo di apprendimento vocale. Non è ancora chiaro perché questa capacità sia presente anche in questi uccelli, tuttavia questo studio dimostra in maniera eloquente quanto ancora poco sappiamo sull'apprendimento vocale. Come accade per noi umani, la comunicazione tra madre-padre e figli non ancora nati pare essere molto più forte e diffusa di quanto creduto finora anche negli altri animali. I ricercatori sperano quindi che il loro studio possa stimolare tanti altri scienziati ad approfondire questo affascinante fenomeno.

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