«Gli uccelli ci hanno insegnato non come volare ma che si può volare». E così l'uomo da sempre ha tratto dalle altre specie idee da fare proprie e realizzare secondo il suo modello evolutivo. Per la seconda puntata di MeetKodami, la serie di video incontri in cui protagonisti sono persone che attraverso la loro esperienza racchiudono l'essenza del nostro Manifesto, Roberto Marchesini, etologo, filosofo e fondatore dell'approccio cognitivo-zooantropologico ci porta per mano lungo la storia ancestrale del rapporto uomo-animale.

Che cosa è l'approccio cognitivo-zooantropologico di cui sei il fondatore?

E' un modo di interpretare la relazione e il comportamento animale, un approccio interpretativo che deriva dalle scienze cognitive che studiano l'etologia attraverso una visione, un modello elaborativo. La zoo-antropologia è, allo stesso tempo, la disciplina che studia le relazioni tra l'essere umano e le altre specie e come la relazione abbia cambiato profondamente anche la vita degli uomini.

Viene più semplice associare la parola "relazione" con un cane o con un gatto, ma come si è rapportato nel tempo l'essere umano con gli animali in generale?

L'essere umano ha delle caratteristiche etologiche molto particolari, tra cui una forte tendenza al prendersi cura degli altri. Diversi filosofi l'hanno già sottolineato e l'etologia ci mostra come questa prerogativa di specie ha fatto sì che l'uomo allevasse cuccioli di altri animali e quanto sia stato sempre sensibile alle richieste d'aiuto volte all'accudimento. Possiamo dire che proprio da questo nascono, in fondo, l'allevamento e anche l'agricoltura perché la tendenza alla cura poi si esprime in tantissime attività dell'essere umano. Un'altra caratteristica della nostra specie è una forte tendenza imitativa: proprio una motivazione a imitare. Ecco allora che osservare il volo degli uccelli ci fa immediatamente pensare: "Ma perché no? Perché non posso farlo anch'io?". Io dico sempre che gli uccelli ci hanno insegnato non come volare ma che si può volare.

Gli animali sono stati un tramite per arrivare a nuove sfide e a grandi rivoluzioni culturali per i sapiens?

«Ci hanno aperto una dimensione esistenziale ed è questo in fondo quello che studia la zoo-antropologia: cercare di capire la cultura dell'essere umano o comunque la trasformazione anche dell'umanità attraverso la relazione con le altre specie. Perché noi umani non siamo delle entità che si sono costruite e realizzate da sole ma con gli altri animali. Abbiamo costruito gran parte di quello che oggi pensiamo sia tipico dell'essere umano, ad esempio la danza, la musica e tantissime altre attività imitando le altre specie. Nelle culture tradizionali molte espressioni umane nascono proprio grazie al rapporto intimo con gli animali e il "farsi animale" diventava modo anche per assumere una certa identità culturale.

Abbiamo dunque reinterpretato alcuni comportamenti degli altri animali?

Diciamo che l'abbiamo reinterpretati, sì. C'è sempre una co-fattorialità del resto, anche quando guardiamo le danze tribali possiamo scoprire, in realtà, da quale animale è stata presa quella coreografia o quella ritmica. Però, allo stesso tempo, vediamo che l'essere umano ha modificato qualcosa, lo ha fatto suo e lo ha trasformato. Quindi diciamo che proprio la relazione è stata importante come incipit, come momento iniziale ma poi l'uomo modifica tutto e quindi c'è una interpretazione più che una imitazione.

Il nostro rapporto con gli animali è qualcosa di ancestrale?

Sì e lo vediamo fin dai bambini quanto siamo affascinati dagli altri animali. Non è un caso se i più piccoli hanno giocattoli a forma di animale e gli interpreti delle loro storie spesso sono animali. Siamo attratti da quello che possiamo definire un animal appeal fortissimo per cui vediamo animali anche là dove non ci sono. Pensiamo alle costellazioni: le abbiamo interpretate come Zodiaco.

Dalle pitture rupestri recentemente ritrovate a Sulawesi fino al termopolio venuto alla luce a Pompei dove si vedono diversi animali tra cui un cane con un collare. Nel tempo si dipana anche la storia delle singole relazioni tra uomo e altri animali?

Certo: i cani in particolare sono sempre stati rappresentati fin dall'antichità più remota e questo ci fa facilmente capire come la relazione col cane sia stata una sorta di archetipo dell'umanità nelle fondamenta. Prendiamo l'umanità come una casa: il rapporto con i cani è antichissimo, sicuramente alla base della nostra storia evolutiva proprio come il fuoco e l'uso della pietra scheggiata. Parliamo di un binomio che è preceduto alla rivoluzione del Neolitico di almeno 30 mila anni. Il cane ce l' "abbiamo dentro" ed è importante proprio per capire noi stessi come specie quanto sono antiche queste radici comuni.

E allora ecco che il cane e il gatto diventano parte di un percorso comune. Rappresentano davvero due mondi opposti?

Sì, cane e gatto sono davvero due dimensioni differenti. Molto spesso sembrano quasi in opposizione, no? Il sole e la luna, lo stoicismo e l'epicureismo, Atene e Sparta. Innanzitutto bisogna precisare che l'uomo ha incontrato questi animali in due momenti molto diversi lungo la storia evolutiva. Il rapporto col cane è legato al Paleolitico quindi a un essere umano nomade, cacciatore-raccoglitore, sempre in movimento. E se ci lasciamo andare e godiamo davvero nella passeggiata con il nostro cane possiamo ritrovare quella dimensione dei nostri antenati con i loro cani. Il mondo del gatto nasce invece con la rivoluzione del Neolitico e diciamo che è il tripudio della casa, della dimensione domestica. Però sia chiaro: il gatto non si affeziona solo alle mura domestiche ma anche a noi, sebbene effettivamente sembra quasi consustanziale al focolare. Il gatto rappresenta quella dimensione protetta, chiusa e, in effetti, aiutavano molto le persone già nelle prime, grandi civiltà proprio perché dava la caccia a tutti quegli animali che mettevano a rischio i foraggi. Gli esseri umani hanno capito da subito che la casa era protetta e così le scorte alimentari: perché se hai un gatto in casa non entra più nessun animale nocivo.

Una "fotografia" della relazione dell'uomo con il cane e una con il gatto?

Il cane ama una relazione collaborativa, cioè gli piace tantissimo fare delle attività con noi. Quando tu ti metti a fare una cosa ecco che arriva il cane come a dire: "Cosa facciamo? C'è qualcosa da fare? Ti posso dare una mano? Possiamo farla insieme?". Il cane ha questo spirito. Il gatto ha una dimensione conviviale: la cosa che gli piace da morire è spaparanzarsi sul divano e regredire in una dimensione infantile dove non si fa niente e si sta lì: una visione amniotica, uterina, dove lui fa la pasta e noi magari stiamo a guardare la televisione. Sono due mondi affascinanti nelle loro caratteristiche e non si deve chiedere al gatto di fare il cane e al cane di fare il gatto: bisogna avere ben presente che sono due dimensioni di relazione molto diverse.

Ci sono casi in cui la relazione viene però estremizzata, guidata delle nostre emozioni nei confronti degli animali domestici

Molto spesso i proprietari di cani e di gatti vogliono tutto all'infuori che un cane o un gatto: vogliono un figlio o un giocattolo e quindi rincorrono le loro aspettative, le loro idee. La relazione è un incontrare l'altro, perché sennò parliamo di fruizione, di proiezioni. Lo dico sempre: non riuscirai mai a vedere realmente il tuo cane se non guardi il mondo attraverso i suoi occhi. Il cane, per capirci, dovrebbe essere quello che è Virgilio con Dante: dovrebbe portare l'essere umano a visitare non l'inferno ma appunto fare da guida in un'altra dimensione e far conoscere questo paradiso che è il nostro mondo, la nostra Terra.

Perché tante persone non riescono a vedere in un cane e in un gatto un individuo dotato di cognizioni e motivazioni da rispettare?

Il problema è legato al fatto che molto spesso le relazioni vengono declinate in maniera narcisistica, egocentrica per cui questa modalità è propria dell'essere umano che magari cerca attraverso il rapporto con gli animali che gli sono vicini di andare a compensare delle proprie carenze e delle proprie difficoltà. Bisogna educarsi alla relazione: è spontanea nell'aprirsi al mondo ma ovviamente chiede anche un'educazione. Esattamente come il bambino va educato all'empatia: va fatta crescere la sua capacità di capire le disposizioni degli altri. Così andrebbe fatto per costruire delle relazioni corrette anche con le altre specie, sapendo a maggior ragione che hanno un loro modo di percepire il mondo e di comunicare i loro interessi che sono diversi dai nostri.

Quanto è complicato in un'epoca come la nostra educare i più piccoli al rispetto e alla relazione?

Questa capacità di educazione era maggiormente presente nella cultura rurale, per un motivo molto semplice: bambini crescevano fin da piccoli in rapporto con gli animali. Non voglio dire con questo che la vita all'epoca e la relazione con gli animali così come veniva vissuto fosse il non plus ultra perché ovviamente qualunque cultura ha i suoi punti di forza e i suoi punti di debolezza. Ma da un punto di vista della frequentazione, i più piccoli crescevano a stretto contatto col mondo della natura, oggi purtroppo stanno davanti al telefonino costantemente. Io non sono assolutamente tecnofobico, Internet offre opportunità enormi ma si tratta di contemperare questo nostra tendenza a stare in mezzo alle macchine e riequilibrarla riportandoci di nuovo anche in mezzo alla natura.

Cosa può fare chi ha un cane e vuole però andare più in profondità nella relazione?

Molto spesso quando qualcuno si lamenta perché il cane ha determinati problemi espressivi comportamentali, poi vai a vedere e ti accorgi che è stata la persona stessa che ha indotto questi comportamenti attraverso un modo di relazionarsi scorretto. Ciò può avvenire per motivi diversi: un modo di giocare scorretto, delle abitudini sbagliate e così via Il lavoro di un educatore cinofilo è quello sempre di lavorare sul binomio, cioè di lavorare sia  sulla persona che sul cane perché evidentemente se l'essere umano continua a perpetuare determinati comportamenti non si potrà mai ottenere un risultato. Importante, però, partire da un presupposto fondamentale nel rapporto con un animale: avere la capacità di accettare e incontrare l'altro nelle sue caratteristiche.

Come è iniziato questo tuo lungo percorso nel mondo dell'etologia e come hai visto cambiare i rapporti tra uomini e animali nel tempo?

Io sono praticamente vissuto fin da piccolo nel centro di Bologna e avevo trasformato casa mia in una specie di zoo: portavo dentro di tutto! Non solo gatti ma coccinelle, mantidi religiose e altre specie. Ho avuto dei genitori che sono stati molto comprensivi perché ero piccolo piccolo ma pretendevo addirittura di trasportare un formicaio in casa oppure mettere i pescigatto dentro la vasca da bagno per salvarli dalla pescheria. Queste peripezie giovanili mi hanno fatto "incontrare" Konrad Lorenz e i grandi narratori di questo rapporto. Io mi sono ovviamente innamorato dell'etologia e della ricerca nell'osservazione del mondo animale. Poi ho avuto la grande fortuna negli anni Ottanta di incontrare un maestro incredibile: Giorgio Celli. E' stata una persona una figura centrale nella mia vita e poi è nato tutto da lì: mi sono prima laureato in Veterinaria ma sempre con l'idea di interessarmi al comportamento animale più che alla clinica e ciò che mi incuriosiva di più era proprio la diversità.

Cosa accade, infine, quando si riconosce gli animali come altro da se stessi?

Io quando sento che le persone antropomorfizzano, umanizzano gli animali penso e dico: "Ma voi vi perdete la parte più bella, il meglio!".  E' meraviglioso osservare le caratteristiche delle altre specie, le loro peculiarità e non cercare a tutti i costi di trasferire in loro le nostre. Quando vedi quante forme animali esistono nel nostro pianeta o quante ne sono esistite scopri lo spettacolo della biodiversità e ciò crea uno stupore incredibile in chi osserva secondo me. Fate una prova: guardate il mondo animale con la giusta distanza, senza volere sempre essere quelli che vogliono imporre le proprie logiche, ne trarrete grandi benefici e vere scoperte. Ad esempio per me il mondo degli insetti e degli uccelli è incredibile: io passerei delle ore a osservare uno stagno, cioè a stare semplicemente seduto lì davanti magari con un bicchierino di grappa e un sigaro.

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