Sterna è sempre la prima a dare il segnale. E' lì che dormicchia al sole, cullata dalle onde e pare che stia sognando chissà cosa. Ma ecco che si alza sulle quattro zampe, punta il muso in alto e poi corre verso un lato della barca, dove Angelo la raggiungerà con il binocolo tra le mani sapendo che sarà il miglior punto per osservare i cetacei che nuotano nel golfo di Napoli.

A bordo della Jean Gab si svolge l'attività di monitoraggio di Oceanomare Dolphin, l'associazione fondata nel 1991 da Angelo Miragliuolo e Barbara Mussi. E Sterna è una simil Jack Russell che fa parte dell'equipaggio fisso di una barca a vela storica che da anni parte da Ischia per raccontare una storia unica: l'epopea dei nostri mari ascoltando direttamente la narrazione dalla voce delle sette specie di cetacei che vivono in questo tratto di Mediterraneo, attraverso il suono dei click che vengono catturati dalla strumentazione di bordo.

Dall'11 al 16 ottobre del 2021 Oceanomare ha fornito supporto all'area protetta di Punta Campanella nell’ambito del Progetto Life Delfi, che avevamo raccontato proprio su Kodami, volto a mitigare le interazioni tra pescatori e delfini con un monitoraggio tra la costiera sorrentina e amalfitana per osservare e catalogare i cetacei che vivono nel mare su cui si affaccia una natura meravigliosa, sotto gli occhi del Vesuvio, tra i Faraglioni di Capri e la magnificenza di angoli di paradiso come Positano e Sorrento.

 

Angelo e Oceanomare: la storia dei cetacei nel golfo di Napoli

«Abbiamo la più grande banca dati di cetacei del Mediterraneo: siamo tra i primi che hanno iniziato a studiarli in mare aperto», spiega il capitano, con Sterna che gli si infila tra le gambe quasi a volerlo sollecitare di passare all'azione e non perdersi in chiacchiere. Ma come il suo umano di riferimento inizia a raccontare la sua storia che si incrocia con il destino di altri esseri viventi, la cagna si rilassa al suono delle sue parole.

«Sono nato a Ischia e su un'isola cresci ovviamente circondato dal mare. Ma io volevo qualcosa di più, desideravo entrarci dentro e non viverlo da lontano. Così ho cercato di approcciarmi sempre di più a questo elemento e conoscerne i suoi abitanti. Ho cominciato con una piccola barca e ho fatto tanta gavetta: giravo per le isole, vedevo gli animali e gli animali "mi hanno catturato". Quando ho conosciuto Barbara nel '91 ero lì che fremevo, cercavo risposte».

Le domande quali erano? Dette da Angelo assumono subito un valore universale e un senso in cui chiunque ami il contatto con la natura e ne rispetti la biodiversità se ne sente parte: «Che animali sono? Respirano? Ci sono diverse specie? Tutto ruota e ruotava intorno all'interesse di capire in che modo tutelare e rispettare gli altri esseri viventi e comprendere il rapporto tra esseri umani e abitanti del mare. Per questo ho sempre cercato di parlare con tutti, coinvolgendo anche pescatori e chi lavora sulle navi di linea. Cercavo di capire intervistandoli cosa avessero visto con domande specifiche: che specie, in che zona, a che ora. E così siamo partiti e abbiamo avuto un quadro generale di tutta l'area compresa tra Capri e Punta Campanella».

La missione del capitano è diventata poi un lavoro, nel segno del rispetto della convivenza: «C'è un mondo alieno, molto vicino a noi con tantissime specie e tantissimi suoni che fanno questi animali: loro vedono col suono, cacciano col suono, comunicano. Trasmettono una intera cultura: immaginiamo un animale che ha più di cent'anni cosa mediamente possa trasmettere alla prole, ai figli».

La prima imbarcazione di Angelo e della presidentessa di OceanoMare non è stata la splendida Jean Gab su cui ora il capitano sta raccontando il mondo dei cetacei subito dopo aver effettuato il monitoraggio che ci ha portato a incontrare diversi branchi di globicefali. «Abbiamo iniziato con la Barbarian e i primi idrofoni nel 1995. Così abbiamo scoperto le sette specie che abitano il nostro mare ma nel 1999 la barca è affondata per la tempesta che si abbattè su Ischia distruggendo il porto. Abbiamo perso all'epoca tutti i dati che avevano raccolto e la strumentazione», ricorda Angelo che però non si perse d'animo e fu lui stesso poi a valutare e a dare l'ok per l'acquisto del veliero su cui ora sta ricostruendo la storia delle persone come lui e degli incontri con gli abitanti del mare. «Questa barca a vela è stata commissionata dall'artista Jean Gabriel Daragnes  all'architetto francese Andrè Mauric e realizzata nel 1930 e ora è il nostro laboratorio permanente e mobile su cui abbiamo rifondato e ricostruito il nostro progetto quando l'abbiamo comprata nel 1999 riprendendo tutte le nostre attività».

Le sette specie che abitano nel golfo di Napoli

Sono sette le specie che vivono nelle acque antistanti Partenope e fino all'estremità di Punta Campanella. «Abbiamo la balenottera comune, l'animale più grande del Mediterraneo che può arrivare fino a 20 26, 25 metri da adulto – spiega Angelo – Poi c'è il capodoglio che è il più grande degli odontoceti, ovvero i cetacei che con i denti si nutrono di pesci. Ci sono poi il globicefalo, il grampo, la stenella striata, il tursiope e il delfino comune che però non si vede da parecchio tempo. Sono tutti animali che non hanno una casa. La casa è il branco che crea sicurezza per tutti quelli che ne fanno parte: piccoli, femmine, adulti e anche animali in difficoltà».

In navigazione con i volontari che hanno partecipato alle attività promosse dall'area protetta di Punta Campanella, c'è stato un momento di grande gioia, quando dopo aver calato l'idroforo è arrivato il suono dei click di un branco di globicefali che Sterna per prima ha individuato tra le onde del mare. «La grandezza dei globicefalo è intorno a 6 metri. Questa mattina c'erano dei cuccioletti e delle femmine e il tursiope è un animale costiero che vive molto a contatto con l'uomo – spiega Angelo – Stiamo seguendo da tanti anni un grande gruppo sociale di tursiopi: parliamo di 80 animali circa che vivono un po’ dappertutto ma specialmente quando hanno i cuccioli frequentano l'area a nord di Procida, proprio sotto il Monte di Procida dove c'è basso fondale. E' una buona situazione per loro perché lì non ci può essere traffico navale, quindi possono allevare i figli nella parte iniziale che è la più delicata: sono piccoli e hanno bisogno di attenzione anche quando cominciano a capire: sono velocissimi ed è veramente impegnativo per una mamma delfino accudire la propria prole!».

Il delfino comune dal golfo di Napoli è sparito da un po' di tempo, ma Angelo ci tiene a spiegare perché è sbagliato parlare di "estinzione": «C'era un branco di centinaia di animali che da qualche anno non vediamo più e viveva nel Golfo.  Questi animali si nutrivano in modo particolare di una specie molto ambita da noi partenopei che era il gastaldello: è un tipo di aguglia, ha il becco un po’ più tozzo però.  Questi pesci si pescavano in grande quantità e con l'aiuto dei delfini: i pescatori infatti avvistavano questi ultimi e li seguivano e quando i delfini li raggruppavano e circondavano, loro giravano intorno con la rete, chiudevano da sotto e prendevano il pesce». L'analisi del fondatore di Oceanomare così è che i delfini comuni se ne sono andati, si sono spostati in aree dove trovare cibo, visto che il loro pesce più gradito non c'è più: «La cosa è avvenuta in concomitanza del fatto che non si vedono più nemmeno i gastaldelli. Quindi i delfini comuni non è che sono morti: si sono spostati perché non c'è più la loro risorsa principale».

Sul grampo il capitano ha un altro aneddoto che lega quest'altra specie di cetaceo al popolo napoletano: «In dialetto lo chiamano o’ scurticat perché la caratteristica della specie è che la pelle esterna si depigmenta durante le interazioni sociali insieme ad altri animali e altre specie. Rimangono così dei segni: nascono scuri e poi diventano piano piano con l'età sempre più chiari fino a diventare bianchi».

I cetacei più presenti in questo tratto di Mediterraneo e non solo sono invece le stenelle: «Sono i più piccoli e i più numerosi: arrivano a misurare un metro e ottanta e vivono in grandi gruppi. Mangiano un po’ di tutto, come i tursiopi e sono un po’ opportunisti a seconda di ciò che trovano si adattano a differenza appunto del delfino comune non disdegnano calamari, totani e qualsiasi animale si muova. Insomma, hanno meno problemi di sopravvivenza».

Quel click che racconta storie di generazioni di cetacei

Quando lentamente la Jean Gab prende il largo dopo aver lasciato il porto di Sorrento, il magico rumore dello sciabordare dell'acqua sul legno antico viene coperto da un suono che arriva da sotto coperta. Lì Angelo e Marta Bagna, ricercatrice di Oceanomare Delphis, stanno ascoltando la voce dei cetacei. «Durante la giornata di monitoraggio usciamo al mattino allontanandoci dalla costa e caliamo l’idrofono che ha due sensori che ci aiutano non solo a sentire i vocalizzi, i click e i fischi degli animali – spiega Marta – ma anche a identificarne la direzione per poterli aggiungere per fare la foto identificazione e registrare i suoni, che poi ci servono per il monitoraggio acustico degli animali».

Che cosa è un click? «E' questo suono che producono i cetacei: si muove all'interno dell'acqua e ritorna indietro quando colpisce degli oggetti – continua la ricercatrice – Questi animali hanno la capacità di analizzare questo suono che gli permette di vedere: possono così distinguere a distanza la consistenza di quello che li aspetta, anche perché loro vedono molto bene con gli occhi ma in ambiente acquatico la visibilità è ridotta e soprattutto tante volte in profondità dove non c'è luce per loro è fondamentale utilizzare questo sistema di visione. Ed è per questo che è molto molto importante per i cetacei la riduzione dell'inquinamento acustico in acqua».

La passione di Marta è iniziata fin da quando era piccola e appena può scappa dalla città del nord in cui vive per raggiungere "la ciurma" di Oceanomare a Ischia: «Sin da bambina adoravo il mondo marino, ricordo che quando ancora non sapevo leggere i libri guardavo comunque tutte le figure. Ho avuto la fortuna tramite l'associazione di trovare delle guide che mi hanno insegnato tanto e formato in quello che è stato per me uno studio indipendente e approfondito dei cetacei: l'osservazione degli animali nel loro ambiente e in libertà è stupenda ed è impagabile poterli vedere liberi nel loro ambiente».

L'equipaggio del veliero per l'appuntamento con l'area protetta di Punta Campanella dedicato al monitoraggio della costa è composto anche da altre due assistenti, Gaia e Alessandra: «I nostri compiti – continua Marta – sono quelli di supportare Angelo nella ricerca e durante l'estate ci occupiamo anche della gestione dei volontari a bordo. Ognuno di noi è in grado comunque di fare tutte le attività dal timonare la barca al monitoraggio audio al computer per poi procedere all'avvistamento».

Calare l'idrofono in acqua è un momento quasi solenne, si sente l'aria rarefarsi nella speranza dell'epifania dell'incontro e quando quei suoni arrivano dalla cabina tutti, Sterna il cane di bordo in primis, si mettono subito all'opera per seguire le tracce di quel suono che racconta di volta in volta storie di generazioni di cetacei: «Gli animali utilizzano l’ acustica per fare qualsiasi cosa e in maniera più o meno differente a seconda della specie – continua Angelo – Ad esempio la balenottera è un animale che non riusciamo a sentire: emette infrasuoni al di sotto dei 100 Hertz. Questi suoni viaggiano per chilometri e chilometri: la bassa frequenza ha una un'onda molto larga e quindi ha un attrito molto basso e viaggia all'infinito. Il capodoglio invece fa principalmente click per vedere, per comunicare e per cacciare. Anche se non ne siamo certi al cento per cento, essendo il suono più potente in natura che un animale possa emettere sopra i 200 decibel, riteniamo che riesca pure a stordire i calamari grandi. Alcuni suoni dei capodogli, poi, sono veri e propri codici che rappresentano il gruppo sociale. I delfini di tipo comune, infine, fanno click per cacciare, per guardare e per comunicare anche loro ma fanno anche dei fischi e delle vere e proprie pernacchie e ogni suono ha il suo significato».

Angelo ha un orecchio talmente allenato dall'esperienza che riesce a riconoscere il senso del click e a distinguere la specie da cui proviene: «Quando ascolto riesco a distinguere se proviene da un globicefalo piuttosto che un grampo o un tursiope: un click contiene in sé molte informazioni e se si è di fronte all'animale si ha la massima percezione di ascolto, invece se lui sta cliccando verso di te ma in quel momento si gira dall'altro lato lo percepisci appena. Con un click praticamente c'è una comunicazione intraspecifica completa».

Il momento che passa dalla cattura del suono all'avvistamento, infine, lo descrive perfettamente Marta: «Nella fase di avvistamento scegliamo una striscia di mare che rimane tra l'imbarcazione e l'orizzonte dove monitoriamo in maniera panoramica per cercare di vedere il più possibile: l'ambiente da controllare è molto ampio – conclude l'esperta – Di solito la prima parte viene fatta a occhio nudo e poi si va ad approfondire con il binocolo proprio nel momento in cui è necessario verificare magari perché si è visto uno spruzzo o qualcosa che può sembrare delle pinne».

Sterna e la vita a bordo dei cani di Angelo

«Sterna è una trovatella, ha sette anni e io non le ho insegnato nulla: è lei a spiegare a me come si comunica tra specie diverse». A bordo delle imbarcazioni guidate da Angelo ci sono sempre stati cani. «A giugno abbiamo perso Berta: è stata una guida per Sterna e per tutti noi dell'equipaggio. Ora è Sterna la prima ad avvistare i cetacei, corre a prua o a poppa e ci dice: "Ehi! sono sotto la barca, sono qui!».

 

Il  capitano ha sempre vissuto con un cane al fianco e dice che mai potrebbe immaginare un'esistenza senza: «Faccio fatica anche solo a pensarlo. Sterna vive a bordo insieme a noi e adora fare quello che si fa su questo veliero: andare in giro in mare e osservare. I cani sono dei grandi avvistatori: focalizzano o annusano e i cetacei diventano il loro "bersaglio". Quando andiamo a mare Sterna si mette in cerca di altri animali come noi. In più i cani hanno la capacità di sentire frequenze che noi non riusciamo a sentire e poi hanno quel mondo di conoscenze che è il loro naso! E' importantissimo nell'avvistamento, perché i cetacei respirano e nell'aria si disperde l'alito degli animali che si sposta col vento e i cani lo possono percepire individuandone la provenienza».

 

C'è un ricordo, in particolare, che fa trasparire ancora l'emozione dagli occhi azzurri del capitano: «Seguivamo una famiglia di delfini composta da sei individui: c'era l'adulto maschio, delle femmine, un altro maschio e un piccolino che avevamo chiamato Pan: era meno di un metro e mezzo di lunghezza, aveva pochi mesi di vita. Eravamo diventati amici, conoscevamo il fischio di ognuno di loro e si avvicinavano sereni alla barca e all'epoca il cane di bordo era Zora, anche lei una cucciola come il piccolo Pan. Praticamente i due animali sono cresciuti insieme, si sono conosciuti negli anni e ogni volta che si incontravano Zora abbaiava da sopra e Pan girava tra le onde accanto a noi. Un giorno il delfino si è fermato vicino al gommone che stavamo trainando in acqua, Zora è saltata su e lui è uscito con la testa da fuori e si sono sfiorati muso a muso per un attimo che è sembrato un'eternità. Erano a meno di un centimetro l'uno dall'altro finalmente e noi siamo rimasti a guardarli affascinati e felici di quell'incontro da vicino. Poi lui è sceso sotto il mare di nuovo e lei è salita sopra la barca, senza che io la richiamassi».

Mentre la Jean Gab rientra a Marina di Puolo, Angelo tira le somme di una giornata in cui l'incontro è avvenuto ancora una volta ma, in realtà, le sue parole sono il bilancio di una vita dedicata al rapporto con i cetacei: «Ho sempre pensato che il mio lavoro potesse essere interessante per poter preservare tutte le specie in questo mondo e, allo stesso tempo, ho anche sempre riflettuto sul fatto che potesse danneggiare le specie. Questo perché io porto conoscenza di cose che non si sanno e di conseguenza dei posti dove vivono questi animali.  L'uomo poi da queste informazioni può farne cosa buona o no, purtroppo.  La voglia di vedere, di toccare, di nuotare insieme ai delfini perché la televisione incoraggia pure queste attività non fanno altro che portare stress agli animali. Lasciamoci con un appello, allora: ricordiamoci che gli animali devono stare quanto più tranquilli possibile».