24 Marzo 2023
18:21

Università Cattolica del Sacro Cuore e Fao insieme per proteggere le razze autoctone destinate all’allevamento

L'Università Cattolica del Sacro Cuore ha collaborato con la Fao nell'analisi del DNA di oltre 8 mila razze animali destinate all'allevamento. Il motivo? Salvaguardare la biodiversità, tutelare il benessere animale e affrontare la crisi climatica.

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L'Università Cattolica del Sacro Cuore, ha dato il proprio contributo nell'elaborazione delle linee guida del "Global Plan of Action for Animal Genetic Resources" relative alla caratterizzazione genetica degli animali domestici.

L'obiettivo di questo "censimento genetico" è quello di ridurre la perdita di biodiversità e favorire l'adattamento degli allevamenti alle nuove condizioni ambientali determinate dai cambiamenti climatici. Come si può ottenere questo risultato? Caratterizzando la biodiversità con le tecniche genetiche d’avanguardia e utilizzando tali informazioni per realizzare specifici programmi di conservazione.

«La tutela della biodiversità sta diventando una corsa urgente contro il tempo e la perdita di popolazioni animali è un danno irrecuperabile per l'intera umanità. Il rischio non riguarda solo le specie selvatiche, ma anche gli animali domestici che vivono negli allevamenti. Per ragioni legate ai cambiamenti climatici e alle scelte degli allevatori, spesso improntate principalmente a massimizzare la resa economica, molte razze tradizionali potrebbero scomparire per sempre – spiega a Kodami la dottoressa Licia Colli, coordinatrice del progetto insieme al professor Paolo Ajmone-Marsan, entrambi della facoltà di Scienze Agrarie, Alimentari e Ambientali dell'Università Cattolica del Sacro Cuore – Molte razze locali possiedono adattamenti all’ambiente che hanno sviluppato nel corso dell’evoluzione. Questo progetto può permettere di identificare le varianti di sequenza del DNA in grado di conferire una maggiore tolleranza all'aumento delle temperature o alla riduzione della disponibilità idrica».

Grazie alle Linee Guida FAO, inoltre, sarà più facile capire come procedere per ottenere informazioni genetiche sulle razze autoctone e individuare quelle più adatte al proprio territorio. «Se ogni allevatore si limitasse a scegliere le razze cosiddette "industriali", in poco tempo perderemmo un'enorme quantità di biodiversità rappresentata dalle razze locali, che invece rappresentano una risorsa fondamentale per garantire la produzione di cibo e, quindi, il futuro dell’umanità», aggiunge Colli.

Il concetto di Fame Zero e le linee guida di Fao

La FAO (Food and Agriculture Organization of the United Nation), è stata fondata nel 1945 in Canada proprio con lo scopo di contribuire ad accrescere i livelli di nutrizione e migliorare le condizioni di vita delle popolazioni rurali di tutto il pianeta. Tra i suoi obiettivi ha quello di ottenere l'eliminazione della fame nel mondo attraverso l'ambizioso piano "Fame Zero", ovvero l'operazione, lanciata nel 2003 in Brasile che, negli anni, ha diminuito nettamente il numero di famiglie che vivono in condizioni di insicurezza alimentare o di malnutrizione. Una delle strategie utilizzate è stata quella di favorire e supportare le piccole aziende agricole a conduzione familiare nello sviluppo di un'agricoltura più moderna e produttiva.

«La FAO redige anche regolari report che fungono da fotografie dello stato attuale delle risorse mondiali legate alla produzione alimentare, nell'ottica di riuscire a generare cibo sufficiente per l'intera umanità – spiega Colli – Inoltre svolge attività di formazione sul tema, per aiutare chi lavora in quell’ambito, non solo nei paesi industrializzati, a prepararsi per tempo alle esigenze future del settore».

Affinché ciò sia possibile, la FAO ha ideato delle linee guida che fungono da indicazioni operative per la caratterizzazione genetica delle specie addomesticate nel corso dei millenni e che, ovunque nel mondo, vengono destinate all'allevamento e alla produzione di cibo. «Queste linee guida hanno un'importanza particolare nei paesi emergenti e nelle aree marginali dove gli animali di interesse zootecnico rappresentano una parte fondamentale delle risorse per i nuclei familiari a reddito basso – spiega l'esperta – Ciò che risulta sorprendente è che proprio nei luoghi in cui la biodiversità è più ricca, spesso, mancano le risorse economiche e le competenze per arrivare alla tutela».

La sostituzione delle razze per proteggerle e salvaguardare il futuro

Aumentare le competenze a riguardo, secondo Licia Colli, farà in modo che le razze autoctone altamente adattabili e resilienti ai mutamenti ambientali vengano integrate laddove il clima sta cambiando. Questo aspetto, oltre a favorire il mantenimento della biodiversità, potrà diminuire anche i costi dell’allevamento e ridurre l'impatto sull'ambiente.

«Prendiamo il caso delle razze di vacche da latte cosiddette “industriali” e altamente produttive. Questi bovini sono particolarmente suscettibili al caldo e agli estremi climatici. Di conseguenza, in molti allevamenti diventa necessario tenere sempre accesa l'aria condizionata per tenere gli animali al riparo dalle alte temperature e ciò può avere importanti impatti ambientali – spiega la dottoressa – Sulla base dei cambiamenti climatici in atto, potrebbe tornare utile, in alcune zone, sostituire queste razze industriali con altre più adeguate all'ambiente in evoluzione».

Integrare una determinata razza in una zona dove prima era assente, inoltre, può essere utile per prevenire epidemie legate a determinati agenti patogeni: «Se altrove il patogeno era già presente, una razza tipica di quella zona potrebbe essere immune e, scegliere di allevarla, potrebbe evitare il diffondersi di malattie e favorire la salvaguardia della produzione di cibo per il futuro».

L'Università Cattolica del Sacro Cuore, quindi, ha contribuito al progetto della FAO con la convinzione che si tratti di una scelta strategica in un periodo storico in cui saper affrontare la crisi climatica si sta trasformando in una sfida sempre più complessa e non procrastinabile: «Le conoscenze ottenute nei secoli, o addirittura nei millenni, dagli allevatori di alcune zone del mondo, potrebbero salvare gli allevamenti di altri ambienti, anche molto distanti, dove il clima cambia e il futuro alimentare è a rischio», conclude Licia Colli.

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Claudia Negrisolo
Educatrice cinofila
Il mio habitat è la montagna. Sono nata in Alto Adige e già da bambina andavo nel bosco con il binocolo al collo per osservare silenziosamente i comportamenti degli animali selvatici. Ho vissuto tra le montagne della Svizzera, in Spagna e sulle Alpi Bavaresi, poi ho studiato etologia, sono diventata educatrice cinofila e ho trovato il mio posto in Trentino, sulle Dolomiti di Brenta. Ora scrivo di animali selvatici e domestici che vivono più o meno vicini agli esseri umani, con la speranza di sensibilizzare alla tutela di ogni vita che abita questo Pianeta.
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