Attivisti della Sea Shepherd Italia in mare (credits@SeaShepherdItalia)
in foto: Attivisti della Sea Shepherd Italia in mare (credits@SeaShepherdItalia)

È buio pesto nelle acque a nord di Salina. Nella notte fonda di un agosto tra i più caldi che l’Italia ricordi, le sentinelle di Sea Shepherd Italia capiscono che il momento è arrivato. Il peschereccio, che hanno seguito per tutta la notte a fari spenti per non dare nell’occhio, è stato filmato a lungo prima di coinvolgere la Guardia Costiera. Per i pescatori colti in flagrante, non ci sarà modo di negare quanto è evidente alle cosiddette search light, i potenti fari di ricerca che scandagliano le acque: si tratta di pesca illegale con le spadare, le reti lunghe anche 20 chilometri e larghe anche 30 metri che provocano il cosiddetto “effetto muro” catturando tutto ciò che vi finisce dentro. Son chiamate “muri della morte”: fra le loro maglie infatti si incastrano senza via di scampo non solo i pesci che finiranno in vendita nei mercati, ma anche tartarughe, delfini, capodogli, balenottere e squali. Si stima che tra il 1971 ed il 2003 oltre 230 capodogli siano morti così, bloccati senza respiro nelle maglie troppo piccole di queste reti di morte che sono nate tra gli anni 50 e gli anni 60 e che sono state ampiamente utilizzate lungo tutto il Tirreno e nel Mar di Sicilia. Dal 2003 sono diventate illegali in tutto il mondo, ma questo non vuol dire che non vengano più utilizzate: in Italia infatti le spadare servono ancora per la pesca illegale di pesce spada.

Da maggio in attesa di incontrare i bracconieri del mare

«Siamo qui da maggio, arrivati con le nostre due imbarcazioni Conrad e Sea Eagle anticipando l’inizio della stagione degli amori. Abbiamo pattugliato giorno e notte, eravamo certi che avremmo incontrato pescherecci che ancora utilizzano le reti spadare, malgrado i cospicui finanziamenti arrivati dalla Comunità Europea per riconvertire le attività in pesca sostenibile», racconta Andrea Morello che guida la costola italiana Sea Shepherd, la famosa associazione ambientalista fondata nel 1977 da Paul Watson (ex Greenpeace) oramai vero e proprio movimento globale inarrestabile con gruppi indipendenti stabiliti in oltre 20 paesi, tra cui l’Italia. Dalla salvaguardia delle foche della Groenlandia, alla protezione dei delfini nella Baia di Taiji in Giappone, in dodici anni l’organizzazione di attivisti si è impegnata a salvare le balene dagli arpioni della flotta baleniera illegale giapponese, salvando la vita di oltre 6.000 balene. Qui da noi, Sea Shepherd si è organizzata con un gruppo tutto italiano a partire dal 2010, quando Andrea Morello ha fondato Sea Shepherd Italia.

L’operazione Siso, in ricordo del primo capodoglio che non ce l’ha fatta

Andrea Morello, fondatore della Sea Shepherd Italia (credits:@SeaShepherdItalia)
in foto: Andrea Morello, fondatore della Sea Shepherd Italia (credits:@SeaShepherdItalia)

L’11 agosto dalla M/Y Conrad avviene l’avvistamento e si porta a conclusione l’Operazione Siso. Ma chi era Siso? Nel 2017 un giovane capodoglio fu trovato senza vita lungo la costa di Capo Milazzo dal biologo marino Carmelo Isgrò. Era rimasto impigliato in una rete illegale di tipo spadara durante il passaggio tra le Isole Eolie. La Guardia Costiera aveva cercato per molte ore di salvarlo, senza riuscirci. Isgrò, che ne ha conservato lo scheletro mantenendo la rete che l’ha ucciso e la plastica presente nel suo stomaco, come monito per le generazioni future, lo chiamò Siso: era il soprannome dell’amico, scomparso in un incidente d’auto in quei giorni, che lo aveva aiutato nel recupero del capodoglio.

Sea Shepherd ha intitolato proprio a quel capodoglio le operazioni che ogni anno vengono svolte nei nostri mari per salvaguardarne la biodiversità contrastando la pesca illegale. Anche il 2021 ha la sua Operazione Siso: è iniziata in primavera con due imbarcazioni e due diverse missioni: la M/Y Sea Eagle pronta a documentare e segnalare attività di pesca illegale e attività di pesca legale nel Tirreno. E la M/Y Conrad, con a bordo due ricercatori scientifici in collaborazione con Fondazione CIMA e Whoodshole Istitute, con l’obiettivo di mappare l’area dell’arcipelago Eoliano per documentare la presenza di mammiferi marini in particolare capodogli.

A nord di Salina, a fari spenti, per sorprendere un peschereccio e la sua spadara

Le manovre di avvicinamento ad un peschereccio (credits:@SeaShepherdItalia)
in foto: Le manovre di avvicinamento ad un peschereccio (credits:@SeaShepherdItalia)

«Ci siamo avvicinati con i motori al minimo e lo scenario che si è svelato alla nostra search light è stato impressionante: un labirinto serpeggiante, lungo chilometri, di galleggianti a pelo d’acqua – racconta Morello rivivendo i momenti più drammatici dell’Operazione Siso dell’estate 2021 – Abbiamo calato il tender per una ispezione ravvicinata, perché è fondamentale misurare le maglie di questa rete infinita che sprofonda nelle acque nere, per più di 40 metri, e capire se è un attrezzo da pesca autorizzato. Ma i 20 centimetri tra una maglia e l’altra della rete ci hanno confermano che avevamo trovato una spadara illegale, un muro della morte».

La rivincita del capodoglio

Una "vittima" incastrata fra le maglie di una spadara, una rete lunga chilometri che si inabissa fino a 40 metri e crea un "muro"(credits:@SeaShepherdItalia)
in foto: Una "vittima" incastrata fra le maglie di una spadara, una rete lunga chilometri che si inabissa fino a 40 metri e crea un "muro"(credits:@SeaShepherdItalia)

«La procedura d'ingaggio prevede di avvisare immediatamente la Guardia Costiera, da sempre al nostro fianco, e stazionare silenziosi sul posto fino al loro arrivo – continua Morello – In supporto da Napoli, all'alba, è giunta l'unità navale CP 920 Gregoretti. Insieme abbiamo verificato quello che si dimostrerà come il più importante sequestro di tutti gli  ultimi 4 anni di operazioni Siso: 15,8 chilometri di spadara, un muro di rete infinito, pronto a seminare morte e sofferenza». Il recupero della rete è stato lungo e laborioso: ci sono volute 12 ore per tirare fuori dall’acqua i chilometri di rete che vi sprofondati, pronti a bloccare qualunque essere vivente di passaggio. «Ma se nel 2018 erano stati uccisi 2 capodogli e nel 2020 una femmina di capodoglio si era spiaggiata dopo essere rimasta incastrata con la coda nella rete – conclude Morello soddisfatto – per la prima volta nel 2021 i capodogli hanno avuto la loro rivincita: in quelle reti finora non ne è morto neanche uno!».

Sea Shepherd Italia: il piccolo esercito di volontari che non molla mai

Un equipaggio in azione (credits:@SeaShepherdItalia)
in foto: Un equipaggio in azione (credits:@SeaShepherdItalia)

Andrea Morello guida un piccolo esercito dei circa mille volontari italiani che sono l’anima della Sea Shepherd Italia. Con la “casa madre”, la sua costola italiana condivide la missione di fermare la distruzione dell'habitat naturale e il massacro delle specie selvatiche negli oceani di tutto il mondo, al fine di conservare e proteggere l'ecosistema e le differenti specie. Il metodo è lo stesso: azione diretta per investigare, documentare, agire, mostrare al mondo e impedire le attività illegali in alto mare. «Con Sea Shepherd e con Paul Watson è stato amore a prima vista – racconta Morello che da pubblicitario si è trasformato in attivista nel 2011 dedicandosi completamente a quest’attività – quando c’è la passione la fatica non si sente. Le giornate possono essere anche molto faticose. In quest’ultima operazione siamo rimasti in mare giorno e notte, dormendo a turni di quattro ore a testa. Ma è stato proprio Watson ad insegnarmelo: “Non sono i grandi governi a cambiare la cose, ma i singoli individui”». Bisogna essere pronti a combattere per stare con Sea Shepherd: «Quando abbiamo intercettato il peschereccio gli siamo piombati addosso nell’oscurità. Bisogna imparare a fare strategia in acqua, ma anche a collaborare con le istituzioni».

La salvaguardia dell’Area Marina Protetta del Plemmirio

Andrea Morello con Patrizia Minorca, dell’Area Marina Protetta del Plemmirio
in foto: Andrea Morello con Patrizia Minorca, dell’Area Marina Protetta del Plemmirio

L’Operazione Siso non è stata ovviamente l’unica attività del 2021. A giugno, la cosiddetta Operazione Siracusa, con un pattugliamento notturno, ha individuato un’attività di pesca illegale nell’Area Marina Protetta del Plemmirio con uso di palangari. L’area è la più preziosa e la più fragile, indicata come la “Zona A”, protetta e intoccabile ma, evidentemente, non abbastanza.  Grazie al lavoro svolto in collaborazione con la Guardia Costiera e con la presidente dell’area marina protetta, Patrizia Maiorca, il palangaro è stato confiscato e il bracconiere denunciato. «Tornare a vedere le cernie nel Plemmirio, libere di vivere la loro vita esattamente come deve essere, è stata forse la mia soddisfazione più grande – conclude Morello. – Se muore il Mediterraneo moriamo anche noi. Ma c'è di più. Una rete, dimenticata o persa in mare è una delle fonti principali di rifiuti e inquinamento (le attrezzature da pesca disperse rappresentano il 10% di tutti i rifiuti marini, secondo quanto stimato da UNEP nel 2009). Questo attrezzo da pesca perso o abbandonato diventa un fantasma che continua a seminare morte senza guardare in faccia nessuno. Una rete non sceglie, non seleziona, non è mai sostenibile».

Dopo le spadare, ora si lotta contro i FAD

Un FAD, utilizzato per la pesca illegale (credits:@SeaShepherdItalia)
in foto: Un FAD, utilizzato per la pesca illegale (credits:@SeaShepherdItalia)

E ora? Quali altri appuntamenti per Sea Shepherd Italia? «Già dallo scorso anno, sempre alle Eolie, con alcuni pescatori e con l’Eolian Preservation Island Fund abbiamo condiviso l’obiettivo di proteggere il mare e le specie in pericolo di estinzione confiscando 130 chilometri di FAD illegali» aggiunge Morello. I FAD (Fishing Agregating Devices) sono meccanismi di pesca artigianali costituiti da un elemento galleggiante, per esempio bidoni di plastica (molto spesso contenenti sostanze nocive per l’ambiente), foglie di palma o teli di plastica che creano ombra, e un sistema di ancoraggio sul fondo, in genere un lungo filo di polipropilene, legato attorno ad un peso di cemento o rocce e che agisce come zavorra, permettendo all’attrezzo di ancorarsi a grandi profondità. I FAD sono ovviamente altamente inquinanti e nocivi per l’ecosistema. «L’obiettivo è ora eliminare quanto più possibile i FAD proteggendo dell’Arcipelago eoliano e tutte le vite che lo abitano. Da inizio anno, nel sud Tirreno, sono morti 10 capodogli quasi tutti con plastica nello stomaco. La nostra azione di recupero della plastica e delle attrezzature da pesca perse o lasciate alla deriva illegalmente, è quindi continuativa fino alla creazione di un’Area Marina Protetta nelle Isole Eolie che possa riportare la biodiversità e la tradizione alla sostenibilità. Non ci fermeremo fino a quando tutto il Mar Mediterraneo sarà libero dalla sofferenza».