È partita per prima la Regione Umbria, il 7 gennaio, che ha permesso ai cacciatori di muoversi al di fuori del proprio comune nel weekend appena trascorso. Il giorno successivo è stato il governatore della Regione Molise, Donato Toma, a emettere un’ordinanza che disciplina la caccia al cinghiale fino al 15 gennaio stabilendo nuovamente che lo spostamento all'interno del territorio regionale per questa motivazione è consentito. E lo stesso ha fatto sabato sera il presidente della Regione Sardegna, Christian Solinas.

Decisioni inaccettabili per i Wwf regionali

WWF e un pool di associazioni ambientaliste hanno chiesto di annullare o revocare i permessi che non trovano ragione visto che «mentre tutti i normali cittadini devono rinunciare a una passeggiata fuori dal proprio Comune o a svolgere una serie di attività economiche, i cacciatori possono muoversi liberamente su tutto il territorio regionale». Tutte e tre le ordinanze fanno riferimento alla necessità di «prevenire e scongiurare» la diffusione di epidemie animali e «gravi danni all'agricoltura e incidenti stradali». E richiamano alle misure di sicurezza dell'era Covid: l'uso di mezzi di trasporto privati per ciascun cacciatore, il distanziamento di almeno due metri e l'utilizzo delle mascherine. Ma il WWF, appunto, non ci sta. Le Regioni, per l’associazione, hanno aggirato le restrizioni in vigore per fare ennesime concessioni ai cacciatori: uno “stato di necessità”, infatti, dovrebbe essere comprovato da dati oggettivi che possano dimostrare la sussistenza di un rischio imminente per le colture e per la pubblica incolumità, nonché l’effettiva idoneità dell’attività venatoria a porre rimedio a tale asserita emergenza.

La lettera delle associazioni animaliste

WWF Italia, ENPA, LAV e LIPU BirdlifeItalia hanno indirizzato una lettera al presidente del Consiglio Giuseppe Conte e ai Ministri competenti con la richiesta di impugnare le Ordinanze. «L’illegittimità delle disposizioni di questo provvedimento regionale è del tutto evidente perché in contrasto con il Dpcm in vigore e lesivo del principio secondo cui le Regioni non possono derogare, se non in misura ulteriormente restrittiva, alle disposizioni nazionali poste a tutela della salute pubblica, ed appare una chiara violazione tanto del diritto alla salute quanto nel principio fondamentale di uguaglianza sancito dall'art. 3 della Costituzione», evidenzia il Wwf che si è appellata al ministro dell'Ambiente Sergio Costa.

«L’illegittimità delle disposizioni di questo provvedimento regionale è del tutto evidente perché in contrasto con il dpcm in vigore e lesivo del principio secondo cui le Regioni non possono derogare, se non in misura ulteriormente restrittiva, alle disposizioni nazionali poste a tutela della salute pubblica, ed appare una chiara violazione tanto del diritto alla salute quanto nel principio fondamentale di uguaglianza sancito dall'art. 3 della Costituzione», evidenziano le associazioni.

«Non è ammissibile che le Regioni si avvalgano, in maniera strumentale, di provvedimenti emanati in condizioni di emergenza al fine, non solo di consentire un’attività che dovrebbe essere limitata per ridurre i rischi sanitari, ma addirittura di attribuire all’esercizio di tale attività una funzione che non le appartiene» continua la lettera, in cui si aggiunge anche la richiesta: «Un intervento immediato del Governo per arginare tale illegittima tendenza filo-venatoria che porta le regioni ad emanare ogni anno provvedimenti puntualmente dichiarati illegittimi dai tribunali amministrativi o che non passano il vaglio della Corte Costituzionale determinando, oltre ai rischi per la nostra biodiversità, enormi sprechi di risorse pubbliche».