Alla fine il peggiore dei timori è diventato realtà: Juan Carrito, l’orso bruno marsicano diventato famoso per le incursioni in aree abitate fuori dai confini protetti del parco nazionale di Abruzzo, Lazio e Molise, è stato investito e ucciso. Le prime informazioni lo davano in condizioni disperate ma in serata la direzione del Parco ha confermato a Kodami la terribile notizia: Juan Carrito è morto, non è sopravvissuto all’urto.

«Questa sera sulla statale 17 prima della della galleria Fiore è stato investito Juan Carrito che dopo alcuni minuti di agonia è morto a causa del trauma riportato nell'impatto con una vettura in transito – ha fatto sapere il Parco in serata – Fortunatamente la persona alla guida non sembra aver riportato traumi. Sul posto sono intervenuti per i primi soccorsi, Guardiaparco, Carabinieri, Carabinieri Forestali e il veterinario, la dottoressa Scioli del Servizio Veterinario di Castel di Sangro. L'animale sarà recuperato dal personale del Pnalm e trasportato all'Istituto Zooprofilattico per la necroscopia».

«Non ci sono parole per quello che è successo – prosegue il presidente dal Parco, Giovanni Cannata – Juan Carrito era un orso problematico, ma al Parco abbiamo fatto di tutto, contro tutti per dargli una chance e farlo rimanere libero e ora ci ha lasciato. Stasera siamo tutti un pò più poveri perché se ne è andato uno di famiglia».

L'incidente in cui è morto Juan Carrito

A travolgere l’orso è stata un’auto, nel tardo pomeriggio di lunedì, sulla SS17 che collega Castel di Sangro con Roccaraso, una strada purtroppo spesso attraversata da Juan Carrito durante i suoi spostamenti per raggiungere le aree abitate, il borgo di Roccaraso in particolare, luoghi in cui si è sempre sentito molto confidente e che visitava spesso in cerca di cibo “facile”.

Numerosi i video condivisi sui social che mostrano Juan Carrito riverso sulla carreggiata. Sul posto sono intervenuti i Carabinieri di Castel di Sangro, i guardia parco, i forestali e le autorità del Comune di Castel di Sangro e i rappresentanti del Parco Nazionale del Lazio, Abruzzo e Molise.

Juan Carrito era stato catturato più di un anno fa proprio nel tentativo di portarlo lontano dal centro abitato e rendergli difficile tornarvi: nonostante fosse stato sedato e trasferito in alta quota, nella speranza che andasse in letargo nel suo habitat, è sempre riuscito a tornare a valle. Una tragedia non soltanto per chi aveva ormai imparato a conoscere e ad amare quell’orso così “ribelle”, ma per l’intera specie. La popolazione di orsi marsicani è infatti estremamente ridotta, e la specie è al centro di diversi progetti dell'Unione europea finalizzati a favorirne la crescita e raddoppiare il numero di esemplari entro il 2050.

La storia dell’orso Juan Carrito

L’orso Juan Carrito è diventato famoso per le sue incursioni nel centro abitato di Roccaraso. Le sue scorribande hanno divertito e intenerito, ma sono in realtà dimostrazioni di quanto Juan Carrito, figlio dell’orsa Amarena (anche lei nota per le incursioni nei centri abitati con i cuccioli), fosse abituato – quasi “dipendente” – all’ingerenza umana.

«Juan Carrito è un orso condizionato e confidente, monitorato costantemente da maggio scorso anche grazie ad un collare GPS – avevano più volte ricordato dal Parco – approfittando  dell'assenza di misure di prevenzione adeguate e della continua accessibilità a risorse alimentari di origine antropica, fra cui rifiuti all’interno dei cassonetti e cibo offerto da alcune persone, ha rafforzato il suo comportamento confidente e condizionato, su cui certamente hanno influito le sue origini: figlio di Amarena cresciuto in un ambiente fortemente antropizzato. L’insieme delle condizioni in cui M20 ha passato gli ultimi mesi ha contribuito a rafforzare il suo condizionamento verso il cibo facile, vanificando gli sforzi messi in campo».

La familiarità di Juan Carrito con gli insediamenti umani e la facilità con cui è stato abituato ad avere cibo hanno un’ulteriore conseguenza negativa: anche alla luce della giovane età il rischio era che si riducesse la durata del periodo di svernamento, aumentando notevolmente il rischio che l’orso potesse continuare a frequentare il centro abitato di Roccaraso e imbattersi nei tanti turisti che raggiungono la località sciistica durante la stagione invernale. Ed è stato anche per questo che si era tentata la cattura e la captivazione. Spostato brevemente nell'area faunistica di Palena (Chieti), era stato poi trasferito in un'area interna del massiccio della Maiella, con un'operazione svolta dal personale tecnico del Parco Nazionale della Maiella. Dopo qualche tempo, però, era inevitabilmente tornato nei luoghi che conosceva ed era stato nuovamente avvistato nella zona compresa tra Roccaraso e Pescasseroli. Sino al tragico epilogo.