Contrabbando di animali, combattimenti, corse illegali. Una situazione insostenibile per un Paese, come l’Italia, che ha già la pistola puntata contro il suo habitat, messo a rischio dai cambiamenti climatici e dalla forte antropizzazione. È una fotografia che Ciro Troiano fa nel suo Rapporto Zoomafia 2020. Lo studio è stato possibile grazie all’Osservatorio nazionale zoomafia della Lav e ha il patrocinio della Fondazione Antonino Caponnetto.

C’è tutto un mondo di maltrattamenti poco conosciuti o che sono difficili da scovare. A cominciare dai casi di combattimenti tra animali. Nel 2019 non ci sono state inchieste o operazioni di contrasto: è stato denunciato solo un minorenne e sono stati sequestrati 4 cani. Per Troiano, si tratta di un «dato preoccupante poiché il fenomeno non è assolutamente sconfitto». Infatti, dal 1998 fino al 2019 sono stati sequestrati circa 1268 cani e 120 galli da combattimento, con 521 persone denunciate, comprese le 16 che, invece, sono state arrestate. In questo settore criminale rientrano anche gatti, cinghiali o altri cani che fungono da “sparring partner”, cioè animali che vengono presi per far allenare i combattenti.

Il dossier fotografa le infiltrazioni criminali che vivono di scommesse clandestine del settore ippico e fa un quadro sulle famiglie mafiose che le alimentano. Il clan Giostra (Galli–Tibia) di Messina, i Santapaola di Catania, i Marotta della Campania. A questi, si aggiungono i Casalesi del Casertano; il clan Spartà e i “Mazzaroti” della provincia di Messina, i Parisi di Bari, i Piacenti-Ceusi di Catania. i “ Ti Mangiu”, i Condello e gli Stillitano di Reggio Calabria.

Nell’ippica illegale nel 2019 sono stati registrati 6 interventi delle forze dell’ordine, con 5 corse clandestine scoperte, 359 persone denunciate (di cui 14 arrestate), 2 cavalli sequestrati. In 22 anni, cioè dal 1998 al 2019, sono state denunciate 3906 persone, 1304 cavalli sequestrati e 127 corse e gare clandestine bloccate. La malavita organizzata, però, usa gli animali anche per intimidire. Recapitarne pezzi “a casa” rappresenta (stando allo studio ‘Amministratori sotto tiro’ del 2017 che è stato curato da Avviso Pubblico), l’1,65% delle modalità di minaccia. Le teste mozzate degli ovini sono tra quelle più usate.

Contrabbando e traffici illegali, una condizione mai risolta

Il contrabbando degli animali domestici è profondo. La gravità del fenomeno, spiega Troiano nel dossier, si evince anche dai numeri: solo nel 2019 sono stati sequestrati 457 cani e 5 gatti; 52, invece, le persone denunciate. Dal 2010, anno in cui è entrata in vigore la legge contro la tratta dei cuccioli, fino al 2019 compreso, sono stati sequestrati 6066 cani e 91 gatti (dal valore complessivo di circa 4.822.000 euro). Sono state 364, invece, le persone denunciate. «L’analisi della nazionalità delle persone denunciate conferma la transnazionalità di questo tipo di reato: russi, ungheresi, bulgari, serbi, moldavi, ucraini, slovacchi, rumeni, polacchi e, ovviamente, italiani», aggiunge Troiano.

Il 3 giugno 2020, l’Ispra ha presentato l’Annuario dei dati ambientali 2019, un quadro aggiornato sullo stato di salute dell’Italia dal quale emerge che, con le sue 60mila specie animali e 12mila vegetali, è tra le nazioni europee più ricche di biodiversità. Ma allo stesso tempo è tra i Paesi più minacciati. Tra i vertebrati sono i pesci d’acqua dolce quelli più in bilico (48%), seguiti dagli anfibi (36%) e dai mammiferi (23%). Nel 2018 i sequestri di prodotti di fauna e flora selvatici illegali effettuati in Europa sono stati 6.012, in aumento del 7% rispetto all’anno precedente, quando erano stati 5.644. Una stima del valore economico di minima (basata su meno del 10% dei sequestri) supera i 2,3 milioni di euro, in aumento rispetto agli 1,8 milioni di euro stimati nel 2017, ma facendo supporre quindi un valore complessivo di molto superiore.

Nel dossier redatto dal Traffic (programma congiunto di Wwf e Iucn che monitora i commerci legali e illegali di specie selvatiche) per la Commissione Europea che è stato diffuso il 23 aprile 2020, nel vecchio continente sono stati contati più di mille sequestri che hanno riguardato prodotti medicinali derivati da piante o animali, per un totale di oltre 7 tonnellate e più di 300.000 unità sequestrate. Cavallucci marini, scaglie di pangolini, ossa di tigre e bile d’orso: tutti considerati, in alcune zone del mondo (senza alcun fondamento scientifico), medicinali. «Numeri altrettanto preoccupanti riguardano i rettili, sia esemplari vivi sia per le pelli e i derivati, con oltre mille sequestri e quasi 7mila unità – spiega Troiano – Seguono i coralli e il loro commercio illegale con ben 650 sequestri e con oltre 4mila campioni sequestrati pari ad oltre 1000 chilogrammi. A questi si sommano quasi 500 sequestri di uccelli vivi (oltre 1.000, in particolare pappagalli), 400 sequestri di avorio (quasi 3.000 campioni per 145 kg di peso, tutti nel Regno Unito) e oltre 400 sequestri di mammiferi (quasi 2.000 campioni tra pelli, trofei, parti e derivati, tra cui pelli di lupi, tigri e orsi) e più di 3.000 piante protette (soprattutto cactacee)».

Il 37% dei sequestri sono stati effettuati presso aeroporti. Tra i principali Paesi di origine dei prodotti sequestrati in Ue ci sono la Thailandia (oltre 600 sequestri), seguita dalla Cina (oltre 400) e dall’Indonesia (quasi 200).

Il bracconaggio: in Italia ci sono sette "zone calde"

Secondo un’indagine dell’Ispra, sono almeno 7 le aree in Italia in cui il bracconaggio risulta «particolarmente intenso»: le Prealpi lombardo-venete, il Delta del Po, le coste pontino-campane, le coste e zone umide pugliesi, la Sardegna meridionale, la Sicilia occidentale e lo Stretto di Messina. A queste zone «calde» se ne aggiungono altre dove il bracconaggio è frequente, come la Liguria, la fascia costiera della Toscana, la Romagna, le Marche, il Friuli-Venezia Giulia.

Nelle Prealpi lombarde (soprattutto a Brescia e a Bergamo) è diffusa la cattura illegale, in autunno, attraverso l’impiego di archetti, trappole, reti e vischio. Simili attività, condotte con reti e richiami, sono praticate nelle Prealpi venete e in Friuli. Riprendendo stime della Lipu, Troiano sottolinea che ci sono circa  100.000 uccelli vittime del bracconaggio nel Delta del Po e 90mila nel Sud della Sardegna. Inoltre, si contano tra le 4 e le 7mila allodole uccise in Puglia, cui si aggiungono tra i 3 e i 6mila uccelli acquatici, e i 150 rapaci ancora vittime sullo stretto di Messina, sebbene fortemente ridotti rispetto ai 10.000 di metà anni Ottanta.

Il bracconaggio ha effetti negativi anche a lungo termine sugli elefanti africani