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24 Ottobre 2022
14:57

La strategia di elefanti, tigri e leopardi per evitare l’estinzione

Molte specie di animali selvatici si sono avvicinate ai centri abitati per evitare l'estinzione. A dirlo è una nuova ricerca dell'Università del Queensland.

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Il subcontinente indiano ha sperimentato un evento di estinzione della mega-fauna circa 30.000 anni dopo l'arrivo di Homo sapiens nella regione. Da allora il declino del numero di specie non si è mai fermato ma un nuovo studio ha rivelato che grandi animali come elefanti asiatici, leopardi nebulosi e tigri per evitare l'estinzione stanno attuando una nuova strategia che funziona perfettamente, anche se sembra un controsenso: si sono avvicinati ai centri abitati.

Leggendo la nuova scoperta dei ricercatori dell'Università del Queensland è inevitabile storcere un po' il naso: possibile che per quanti sforzi facciamo per salvaguardare le specie in pericolo creando, ad esempio, nuove aree protette gli animali si avvicinino comunque all'uomo che è la principale causa del loro stesso declino? Il motivo di questo avvicinamento, per, sembra essere proprio causato dall'essere umano che, grazie alle politiche di gestione della fauna selvatica e alla diminuzione del bracconaggio, ha reso più sicure le zone al di fuori delle aree protette.

La scoperta è stata possibile grazie al lavoro dei ricercatori che hanno esaminato non solo la distribuzione delle 14 specie più grandi dell'Asia, ma anche i loro reperti paleontologici, per poter confrontare il loro areale storico con quello attuale nelle foreste tropicali. I risultati della scoperta sono stati pubblicati sulla rivista Science Advances.

Cos'è il declassamento trofico

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I dati forniti dai ricercatori australiani descrivono un altro aspetto di quella che gli esperti chiamano "declassamento trofico". Con questo termine si indica la rimozione dei grandi consumatori apicali all'interno della rete trofica. Dovessimo costruire un edificio per rappresentare con i suoi piani e le sue stanze il grande e complicato intreccio di relazioni ecosistemiche che esiste fra gli animali di un a regione geografica, probabilmente, non ci basterebbe l'intera superficie del Lachta-centr di San Pietroburgo, il grattacelo più grande d'Europa con i suoi 462,5 metri di altezza distribuiti su 87 piani. Per semplificare le cose, quindi, possiamo immaginare ogni animale disposto in una "piramide alimentare"dove ognuno è preda o predatore di qualcun altro.

Vagando all'interno di questa piramide ci accorgeremmo subito che ogni piano poggia interamente su quello precedente, ma non solo. A differenza delle tipiche costruzioni umane, la piramide nella quale ci stiamo inoltrando funziona anche al contrario: perturbare uno dei piani apicali porta notevoli squilibri ai piani inferiori. Più che una piramide, dunque, dovremmo immaginare di passeggiare in un nuovo strano edificio in cui ogni piano non solo regge quelli superiori, ma anche quelli inferiori. Per questo motivo da anni ormai gli esperti di ecologia non parlano più di piramide alimentare, ma di rete alimentare.

Secondo uno studio dell'università della California la perdita dei grandi consumatori apicali sta provocando numerosi effetti a cascata in quasi tutti gli ecosistemi del mondo. Le dinamiche che vengono influenzate da questa rimozione sono spesso poco prevedibili come la presenza di malattie, gli incendi, l'avanzamento delle specie invasive e i cicli biogeochimici. La ragione principale di questa imprevedibilità la spiegano gli autori di una review approfondita sull'argomento pubblicata su Science: le interazioni tra specie sono invisibili fino a quando non è turbato il loro equilibrio e nel momento in cui un tassello del puzzle viene tolto, prima di riuscire a vederne gli effetti concreti, c'è bisogno di alcuni decenni.

Queste difficili previsioni sono uno dei reali motivi per cui quantificare i danni del declassamento trofico è complesso e i risultati dello studio dell'Università del Queensland complica ancor di più il quadro complessivo.

Perché per evitare l'estinzione la macro-fauna si avvicina all'uomo

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Infatti, secondo i ricercatori australiani tigri, elefanti asiatici, cinghiali e leopardi nebulosi hanno mostrato un aumento della popolazione in aree con infrastrutture umane. Questa è una tendenza che apparentemente va in senso contrario a ciò che da sempre sappiamo in ambito ecologico, ovvero gli animali solitamente tendono a fuggire dai luoghi in cui è presente una potenziale minaccia, in questo caso l'uomo.

Come ipotizzano i ricercatori stessi, il motivo di questo apparente controsenso potrebbe essere il risultato dei duri sforzi dei programmi di anti-bracconaggio nei i parchi nazionali che sono più vicini agli insediamenti umani. Politiche del genere avrebbero permesso ai grandi animali di espandersi anche al di fuori delle aree protette senza essere particolarmente minacciate.

Questi animali sfruttano la presenza dell'uomo a proprio vantaggio, ad esempio per poter accedere più facilmente alle risorse alimentari come a Mumbai, in India, dove i leopardi riescono a trovare numerose prede nei parchi urbani. Lo stesso vale per gli elefanti asiatici che, attratti dalla loro golosità, preferiscono cibarsi delle piante a crescita rapida che si trovano nelle aree fortemente disturbate al di fuori delle aree protette.

Sebbene da una parte la ricerca mostra l'aspetto positivo della buona riuscita dei programmi di conservazione, dall'altra c'è un lato negativo che è impossibile da ignorare. Solo alcuni animali sembrano giovare di questa vicinanza con l'uomo mentre tapiri, rinoceronti di Sumatra, orsi malesi e altri grandi mammiferi hanno mostrati dei grandi cali di popolazione. 

La presenza di risultati così contrastanti chiarisce, dunque, un assunto importante: nei futuri programmi di conservazione è necessario effettuare indagini sistematiche sull'effetto che ha un'azione su tutta la comunità animale, tenendo conto della fitta rete alimentare che se alterata può portare al brutale declassamento trofico al quale stiamo assistendo, oramai, da moltissimi anni.

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