Chiunque abbia mai messo in piedi un progetto di qualsiasi genere sa perfettamente che potrebbero esserci degli imprevisti. Questo accade anche con i progetti di conservazione della biodiversità e un esempio lo offre uno studio sul movimento degli elefanti asiatici (Elephas maximus) che ha dimostrato l'imprevedibilità e la libertà di decisione degli animali.

Nello studio si evidenzia che per quanto si creino aree protette per gli elefanti, questi preferiscono stare in habitat in periferia al di fuori di esse e il motivo è la loro "golosità" nei confronti di piante che crescono principalmente lì.

Mettiamoci per un momento nei panni di un biologo della conservazione che studia gli elefanti asiatici nella Foresta pluviale del Borneo. Ci stiamo nascondendo dietro Dipterocarpacee, grandi alberi che possono superare gli 80 metri di altezza, facendo attenzione a non calpestare le infiorescenze delle numerose specie di orchidee della zona e osservando gli spostamenti e i comportamenti degli elefanti asiatici. Questi animali sono dichiarati in pericolo dall'Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN) e insieme a diversi altri colleghi stiamo cercando in ogni modo di proteggerli.

Il primo passo della maggior parte dei progetti di conservazione è cercare di istituire un'area protetta nella quale i grandi mammiferi possono vivere in tranquillità ed è proprio qui che osserviamo un dei più grandi imprevisti della nostra carriera: più allarghiamo l'area protetta che dovrebbe ospitarli e più gli elefanti si spingono oltre essa, preferendo rimanere alla sua periferia.

Questa evidenza scientifica è stata messa in luce da uno studio di un team internazionale di ricercatori che ha analizzato le preferenze di movimento e habitat di 102 elefanti asiatici in Malesia e nel Borneo, registrando oltre 600.000 posizioni GPS e pubblicando i risultati sulla rivista Journal of Applied Ecology della British Ecological Society.

Cos'è il conflitto uomo-elefante

La continua espansione territoriale dell'uomo è una delle principali minacce per gli animali selvatici, specialmente quelli che possiedono grandi areali di dispersione come gli elefanti. Questi ultimi, come tutti gli animali selvatici, non conoscono limiti geografici e confini territoriali umani e spesso arrivano a stretto contatto con noi. È proprio a questo punto che scatta il conflitto uomo-elefante: da una parte gli elefanti richiedono grandi spazi per ricercare il partner con cui accoppiarsi o una nuova fonte di cibo, dall'altra c'è l'uomo che per sostenere la popolazione crescente deve appropriarsi di nuovi terreni per creare piantagioni ed edifici.

Questo conflitto è una vera e propria sfida alla quale gli esperti di conservazione devono prestare molta attenzione. Parliamo dunque di sostenere la sopravvivenza e la persistenza degli elefanti nei loro paesi di provenienza senza danneggiare lo sviluppo e il benessere delle comunità umane che condividono lo spazio con questi mega-erbivori, insomma un bel grattacapo. In uno studio americano pubblicato su Frontiers in Ecology and Evolution si riporta che proprio per colpa di questo conflitto solo l'India presenta circa 400 morti annue di persone e 100 di elefanti mentre lo Sri Lanka documenta annualmente oltre 70 morti umane e 200 di elefanti.

A complicare ancor di più un possibile calcolo degli effetti di questo conflitto c'è il bracconaggio illegale per il commercio dell'avorio degli elefanti in Africa. Le autorità della fauna selvatica del Kenya riferiscono che dai 50 ai 120 elefanti sono coinvolti in questa attività illecita e contano circa 200 morti all'anno nel conflitto uomo-elefante tra il 2010 e il 2017. Ma questi sono solo alcuni dati e molti studi effettuati in altri paesi documentano conseguenze simili o peggiori.

Perché gli elefanti asiatici preferiscono le periferie delle aree protette

La stessa ricerca sul movimento degli elefanti asiatici dipinge un quadro in cui uomo e animale non riescono a convivere pacificamente. Infatti, lo studio è stato condotto nella regione del Sundaic, un hotspot globale per la biodiversità. Tuttavia, si stima che solo il 50% della foresta originaria della regione resti intatta e meno del 10% di essa sia formalmente protetta. Gli elefanti asiatici sono quindi relegati in una minuscola area che oltretutto è anche fortemente frammentata.

Nello studio i ricercatori hanno analizzato il movimento di 102 elefanti asiatici, registrando oltre 60.000 posizioni GPS in tutta la penisola malese e nel Borneo. I dati sono stati raccolti in oltre un decennio di lavori sul campo da tre gruppi di ricerca che hanno poi confrontato le posizioni degli elefanti sovrapponendole alle aree protette che teoricamente dovrebbero ospitarli. I risultati sono stati sbalorditivi, fornendo un nuovo elemento fondamentale da integrare all'interno di futuri programmi di conservazione: gli elefanti passavano la maggior parte del loro tempo entro tre chilometri dai confini delle aree protette.

La principale ipotesi avanzata dai ricercatori per spiegare questo fenomeno si basa sulla preferenza alimentare dei pachidermi. Questi animali, infatti, sembrano preferire una foresta con un forte disturbo antropico poiché generalmente sono ricche del loro cibo preferito: erbe, bambù, palme e alberi a crescita rapida. Sfortunatamente, però, proprio questi luoghi  si trovano a stretto contatto con l'uomo sul limitare delle zone protette.

In ogni caso nonostante le evidenze scientifiche sembrino minare l'importanza delle aree protette, queste rimangono comunque fondamentali poiché senza di esse gli elefanti non avrebbero modo di rifugiarsi in luoghi sicuri dopo gli inevitabili conflitti con l'uomo. Ciò che è sicuro è che i futuri progetti di conservazione oltre a includere l'espansione delle aree protette, dovranno escogitare metodi di mitigazione più efficaci che si basino sul promuovere una coesistenza uomo-elefante che sia sostenibile a lungo termine.