8 Settembre 2023
10:41

La favola impossibile dell’orsa Amarena, l’esperto: «Ripensiamo la coesistenza con i selvatici»

Cosa sta succedendo dopo la morte di Amarena alla favola della convivenza pacifica tra persone e orsi marsicani in Abruzzo? Lo abbiamo chiesto all'esperto Paolo Ciucci.

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Intervista a Prof. Paolo Ciucci
Zoologo, docente dell'Università La Sapienza di Roma
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In Abruzzo c'è una storia che nessun altro racconta. La morte violenta dell'orsa Amarena per mano dell'uomo ha svelato che la favola dell'orsa che fa le sue pacifiche scorribande nei paesi è appunto questo: una favola che trasposta nella realtà può diventare, al più, un thriller.

In Abruzzo c'è una grande tolleranza nei confronti degli orsi marsicani, e questi dal canto loro non sono aggressivi. Si tratta di un idillio che però si basa su premesse totalmente errate, come spiega a Kodami lo zoologo Paolo Ciucci, docente dell'Università La Sapienza di Roma: «L'orso non è un animale domestico, ma un predatore dotato di una forza spaventosa che se volesse con una spinta potrebbe uccidere una persona. Non è sicuro che gli orsi vivano nei paesi, e non è giusto che vengano condizionati dall'ambiente antropico. Il problema poi ricade inevitabilmente sempre sull'animale, come è successo ad Amarena e a tutti gli altri orsi confidenti della storia abruzzese».

Dare confidenza a un orso marsicano

Le immagini di Amarena che pochi giorni prima di morire gira per le vie di San Sebastiano dei Marsi, sotto l'occhio attento di cittadini armati di smartphone, hanno fatto il giro del web. Quei video sono stati raccontati dalla maggior parte dei media mainstream come la prova di una coesistenza possibile tra la nostra specie e quella degli orsi. «Nulla di più sbagliato – commenta Ciucci – Amarena in un paese circondata di persone non è un bel vedere, abbiamo fatto un torto a lei e ai cuccioli. Il tempo che i piccoli trascorrono con la madre è fondamentale perché imparano come sopravvivere in autonomia, ma i figli di una madre confidente imparano che a ridosso delle comunità umane c'è cibo altamente energetico reperibile con poco sforzo».

Amarena era la madre di Juan Carrito, l'orso più confidente della storia abruzzese. Juan Carrito è diventato famoso per essere entrato in una pasticceria di Roccaraso e averne saccheggiato il laboratorio. Quell'avvistamento del novembre 2021 fu il primo di tanti altri che si ripeterono in città di medie dimensioni e in presenza di numerose persone, contesti molto diversi dai piccoli paesi della cintura del Parco d'Abruzzo dove sono soliti muoversi gli orsi marsicani.

Da quel momento è iniziata una corsa allo scatto per turisti e cittadini che desideravano vedere l'orso, avvicinare l'orso. Se da una parte il grande interesse suscitato dall'insolito comportamento di Juan Carrito ha portato al grande pubblico la conoscenza degli orsi marsicani, la sottospecie di orso più rara del mondo e presente solo nell'Appennino Centrale italiano, dall'altra ha dato il via a una caccia dove il fucile è stato sostituito dall'obiettivo del telefono.

Mentre il turismo dei selvatici dilagava, l'Ente Parco lottava per poter lasciare Juan Carrito in natura. Il figlio di Amarena infatti in poco tempo era diventato molto più grosso e pesante dei suoi coetanei a causa del cibo di origine antropica da cui era ormai dipendente, e la distanza che frapponeva tra sé e le persone che incrociava si andava riducendo sempre di più. Stava diventando un pericolo e per salvarlo da una vita in cattività fu tentata una pratica mai messa in atto in Italia: la traslocazione in alta montagna.

Proprio l'assenza di paura nei confronti dell'uomo ha portato Juan Carrito a ridurre le distanze con gli esseri umani fino a un punto che sembrava essere di non ritorno. Il Parco d'Abruzzo ha però lottato fino all'ultimo per mantenerlo libero, di vivere e anche di morire, come è accaduto la notte del 23 gennaio 2023 quando è stato investito sulla Strada Statale 17. Nessun altro plantigrado aveva mai toccato il picco di confidenza raggiunto dal giovane orso cresciuto da Amarena a ridosso delle comunità umane.

No, Amarena non andava in paese per fame

Oggi sta prendendo piede l'idea che Amarena abbia portato le sue cucciolate in prossimità dei paesi perché affamata, e alcuni hanno suggerito l'idea di lasciare frutta o carcasse di animali prima dell'ingresso degli orsi in paese per fare fronte alla scarsità di risorse, una proposta che trova in disaccordo Ciucci: «Questa pratica si chiama "supplemental feeding" e può risolvere le cose a brevissimo termine, perché l'orso non entra, ma sul lungo periodo insegna a una grande quantità di individui che intorno all'uomo c'è cibo, provocando l'effetto opposto a quello che vorremmo».

La realtà descritta da Ciucci è molto più complessa: «Gli orsi che hanno l'abitudine di frequentare i paesi sono casi particolari su una popolazione di circa 60 individui, e si tratta di nomi ben noti: Gemma, Amarena, Juan Carrito. Gli altri difficilmente si fanno vedere perché preferiscono stare altrove, c'è però una categoria che effettivamente può preferire ambienti antropici, ma non lo fa per motivi alimentari ma sociali».

«Le femmine con i piccoli hanno una motivazione sociale per frequentare i paesi – continua l'esperto – L'orso pratica l'infanticidio, ed è uno dei meccanismi per regolare la popolazione. I maschi che incontrano una femmina con cuccioli che non sono suoi li uccide per rendere la femmina sessualmente ricettiva, accoppiarsi con lei e generare i suoi piccoli. Si chiama selezione per infanticidio. Per questo le femmine di orso evitano di stare in un territorio in cui ci sono grossi maschi socialmente dominanti. In una popolazione ad alta densità come quella del Parco d'Abruzzo questo può essere un buon motivo per spingere le femmine verso i paesi. Un fenomeno così complesso non si riduce con interventi banali come abbandonare una carcassa di animale o una cassa di frutta fuori dai paesi».

Questo meccanismo non riguarda solo i marsicani: «Comportamento analogo è stato riscontrato anche nelle popolazioni di orsi del Nordamerica. A spingere gli orsi vicino alle comunità umane sono quindi due fenomeni: pressione sociale e disponibilità alimentare. Gli individui una volta arrivati nelle vicinanze dei paesi possono decidere di permanere a causa della dipendenza dal cibo di origine antropica come frutteti e pollai, soprattutto se non sono adeguatamente protetti».

«Ho sparato perché avevo paura»

Amarena si trovava proprio all'interno di un pollaio a San Benedetto dei Marsi quando il 56enne proprietario dell'abitazione è uscito e ha fatto fuoco con il suo fucile colpendola a un polmone e causandone la morte nella notte tra il 31 agosto e il primo settembre 2023.

Il gesto, immediatamente stigmatizzato dalle istituzioni di ogni colore politico, è stato giustificato dall'uomo come una reazione istintiva dovuta alla paura. Un copione al quale Ciucci ha già assistito nel 2014, quando collaborava con il Parco d'Abruzzo.

«Avvenne a Pettorano sul Gizo – ricorda lo zoologo – l'uomo che fece fuoco in quell'occasione fu assolto in primo grado perché dichiarò di essersi spaventato e aver fatto fuoco per sbaglio». Come ci ha spiegato anche l'avvocato Michele Pezone che seguì il caso, le perizie smentirono quella ricostruzione e in sede civile fu condannato in via definitiva per l'uccisione dell'orso.

Ma la domanda resta: quanto è giustificato il timore di un orso marsicano nel nostro giardino? «A livello genomico è diverso dall'orso bruno europeo diffuso in Trentino – risponde l'esperto – È molto più mansueto, e da tempo storico non vengono registrati casi di aggressione ma solo di "falsi attacchi" nei confronti dell'uomo. Tuttavia, se c'è una categoria potenzialmente pericolosa è proprio quella delle femmine con i piccoli. Perché vive per proteggerli, un meccanismo che accomuna molte specie animali, orso compreso».

«Resta il dato di fatto che l'orso marsicano non è mai stato aggressivo nei confronti dell'uomo», conclude Ciucci.

La realtà dopo la fine della favola

Quello che è accaduto ad Amarena è un crimine, di cui la Procura di Avezzano è chiamata a ricostruire la dinamica con l'aiuto degli esperti balistici e dei veterinari forensi che stanno conducendo gli esami sul corpo del plantigrado. È certo però che difficilmente un'altra orsa potrà prendere il posto di Amarena nel suo ecosistema.

Nel 2020 aveva dato cresciuto 4 cuccioli, e quest'anno due, la cui sorte adesso è appesa un filo proprio a causa del precoce distacco con la madre. «La morte di una femmina adulta in una popolazione ridotta ai minimi termini e priva di variabilità genetica è una tragedia. Ogni femmina che si perde è un passo verso l'estinzione. Si stima che circa 17-18 femmine marsicane si riproducano, e non lo possono fare tutti gli anni ma di solito avviene ogni 4 anni», spiega Ciucci.

«La verità però è che Amarena, femmina confidente, aveva più probabilità di crescere altri orsi confidenti come lei e Juan Carrito», sottolinea lo zoologo. Per evitare che questo ciclo di morte si arresti bisogna che entrino in gioco le istituzioni prima che tragedie simili si ripetano.

«È necessario garantire la selvaticità di questi animali e per farlo servono interventi proattivi da parte delle istituzioni di ogni livello – chiede Ciucci – Purtroppo la scienza e la politica in Italia non si piacciono molto. Gli esperti possono informare le autorità sulle decisioni di tipo gestionale come avvenuto in ambito sanitario durante la pandemia di Covid. In quell'occasione il Governo prese una serie di decisioni, ma lo fece su indicazioni di un comitato tecnico. Il ministero dell'Ambiente o la Regione Abruzzo non si sono mai dotati di tavoli con esperti per la gestione della popolazione di marsicani. Quindi come si prendono le decisioni su cosa fare?».

Ad essere riviste dovrebbero essere innanzitutto le strutture che ospitano frutteti e animali domestici: moltissimi non sono ancora a prova d'orso. Per i plantigradi è quindi molto facile abbattere uno steccato e uccidere galline e pecore. «I pollai sono fatiscenti e spesso abusivi, e in un territorio dove c'è l'orso queste cose non possono essere tollerate. Qual è stato lo sforzo da parte delle istituzioni per prevenire tutto questo? Nessuno».

Gli unici in tal senso, restano Parco d'Abruzzo e associazioni come Salviamo l'Orso che pagano ad allevatori e contadini che hanno subito l'incursione di un orso un ristoro che spesso è ben più alto del valore del danno subito. Una scelta consapevole proprio per pacificare il più possibili gli animi. Ma a quanto pare non basta.

Il Ministero dell'Ambiente e la Regione Abruzzo si costituiranno parte civile al processo contro l'uccisore di Amarena, ma si tratta proprio degli stessi enti che avrebbero potuto e dovuto fare qualcosa per prevenire il conflitto. «L'orso marsicano è emblematico di questo e di altri argomenti che riguardano i meccanismi decisionali di questo paese rispetto alla fauna selvatica», conclude l'esperto.

Giornalista per formazione e attivista per indole. Lavoro da sempre nella comunicazione digitale con incursioni nel mondo della carta stampata, dove mi sono occupata regolarmente di salute ambientale e innovazione. Leggo molto, possibilmente all’aria aperta, e appena posso mi cimento in percorsi di trekking nella natura. Nella filosofia di Kodami ho ritrovato i miei valori e un approccio consapevole ma agile ai problemi del mondo.
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